Economia

Emergenti in rallentamento e caos Brexit: un anno di tagli alle stime di crescita

A inizio anno gli osservatori avevano abbassato le prospettive economiche dell'Italia e dell'Eurozona in seguito al calo del commercio mondiale e allo shock finanziario in Cina. Quando il peggio sembrava passato, e il petrolio aveva dato segnali di ripresa, il referendum britannico ha di nuovo armato gli economisti di forbici

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MILANO - Prima ci si è messo il rallentamento dei mercati emergenti, con la Cina impegnata a gestire un difficile atterraggio controllato dopo anni di crescita tumultuosa e quel che resta dei Brics ridotto, con poche eccezioni, a economie singhiozzanti. Poi sono arrivati gli indicatori di fiducia che hanno mostrato segni di cedimento, dopo mesi trascorsi ai massimi storici, forse figli di un idillio politico tra il governo e gli italiani che si andava affievolendo. Da ultimo, è arrivata la mazzata della Brexit: un referendum del tutto inatteso che ha gettato il Vecchio continente in un territorio inesplorato. Con conseguenze economiche che alcuni vedono catastrofiche, altri tutto sommato gestibili. Ma quel che conta è che ci sarà incertezza, sia sui mercati finanziari sia nelle aziende, dove il clima è tutt'altro che favorevole agli investimenti.

La storia degli ultimi mesi è stata fatta di tagli alle prospettive di crescita, dell'Italia ma non solo. Anche il governo ne ha dovuto prendere atto con il Def dello scorso aprile, ma nelle ultime settimane - complice la storica decisione dei britannici - molti istituti di ricerca, osservatori e agenzie di rating si sono spinti oltre.

Il Documento di economia e finanza licenziato in primavera stimava infatti una crescita italiana per il 2016 nell'ordine dell'1,2%, in discesa dall'1,6% che era stato scritto nel settembre 2015, nella Nota di aggiornamento del Def dell'anno scorso. Il Fondo monetario nel gennaio scorso parlava dell'1,3 per cento, la Commissione europea all'incirca nello stesso periodo indicava l'1,4% e l'Ocse, a febbraio, si era spinta più in basso, fino all'1%. A giustificare l'adeguarsi del governo alla prudenza degli osservatori internazionali c'era un ambiente mondiale poco fertile. Nelle prime settimane del 2016, si ricorderà, era già andato in scena uno shock di Borsa proprio legato all'improvvisa presa di coscienza del rallentamento dei mercati emergenti, con le difficoltà finanziarie delle Piazze cinesi a peggiorare il quadro. In quel periodo, infatti, sono state riviste al ribasso le stime del commercio mondiale, Mario Draghi ha continuato la sua lotta contro la deflazione Ue e i prezzi di petrolio e materie prime non avevano ancora dato convinti segni di stabilizzazione. Non a caso, di lì a poco (a inizio maggio), la Commissione Ue ha ufficializzato un nuovo taglio con le stime macroeconomiche di primavera e ha limato di 0,3 punti la crescita italiana del 2016, all'1,1 per cento.

Dopo qualche settimana, il peggio sembrava essere alle spalle anche grazie alla risalita del greggio. Ma ci si è messa di mezzo la Brexit, come detto, con il nuovo carico da novanta di paure e incertezze. I mercati finanziari hanno sbandato, e si sono nuovamente aggrappati alle spalle dei governatori per non affogare: la speranza di nuovi stimoli monetari ed economici li ha rimessi in poco tempo in linea di galleggiamento. L'economia Usa ha dato nuovi segni di forza, tanto da spingere Wall Street a ulteriori record, ma lo stesso non si può dire dell'Eurozona e della Penisola, che si trova anzi a sbrogliare la complicata matassa delle sue fragili banche.

E così è partita la seconda corsa al taglio delle stime, che mette di nuovo a repentaglio l'obiettivo assunto dal Def (che verrà aggiornato in autunno). L'ultimo in ordine di tempo è stato il Fmi, che ieri sera ha riportato il potenziale aumento del Pil italiano del 2016
a un livello da prefisso telefonico: "Sotto l'1% con rischi al ribasso". Per l'anno prossimo, dall'1,3 si è passati all'1,1%. Per Washington, l'Italia paga la crescente volatilità sui mercati e l'impatto che potrebbge avere sugli investimenti e sulla crescita, piuttosto che l'esposizione italiana verso l'economia inglese che è "relativamente modesta".

All'indomani del Fmi, sono stati gli istituti di Statistica Istat-Ifo-Insee a rilevare "l'aumentata incertezza sulle prospettive economiche dell'Eurozona" dopo il referendum britannico. Da parte loro è arrivato comunque il riconoscimento che
i consumi interni saranno il pilastro dell'espansione economica, "grazie al miglioramento del mercato del lavoro e al basso livello dei prezzi", mentre gli investimenti potranno giovarsi delle condizioni di finanziamento agevolate.

Ma i campanelli d'allarme giunti soltanto nell'ultimo mese sono stati molti: dopo il voto britannico, il Rapporto di previsione di Prometeia ha stimato che il Pil italiano del 2016 crescerà dello 0,8% e non dell'1% precedentemente indicato, mentre quello dell'anno prossimo si espanderà dello 0,9 invece dell'1,1%. Riduzioni simili per la banca d'affari Ubs, che ha parlato post-Brexit di un +0,9% sia per quest'anno che per il prossimo, mentre prima indicava rispettivamente +1,1 e +1,2%. Ignazio Visco, il governatore della Banca d'Italia ha detto dall'assemblea annuale dell'Abi che l'Italia rischia di lasciare sul terreno 0,25 punti di prodotto nel triennio al 2018, che significa più di 4 miliardi di euro in gioco.

Molto più pessimista si è rivelata Confindustria, per la quale la crescita dell'Italia si fermerà allo 0,8% quest'anno e si contrarrà ancora di più allo 0,6% il prossimo (dati dimezzati sulle stime precedenti): secondo gli economisti di Viale dell'Astronomia,
la Brexit "provoca un rallentamento della domanda globale, causa una crescita più lenta nelle esportazioni italiane, l'aumento delle incertezze tra imprese e consumatori con maggiore prodenza nei comportamenti di consumo". E se per la Corte dei Conti la "crescita dell'Italia è troppo modesta e il Belpaese è in ritardo sulla Ue", le agenzie di rating non hanno certo tardato ad imbracciare le forbici per passare ai tagli (generalizzati, è bene ricordare, e non certo limitati alla Penisola): in un report di pochi giorni fa, Moody's ha ridotto la previsione di crescita sull'Italia a +1% da +1,2% per quest'anno e a +0,9% da +1,2% per il prossimo. S&P ha parlato invece di impatto negativo sul Pil dell'Eurozona nell'ordine di 0,8 punti.
 
  2013 2014 2015   2016 2017
Le stime del Fmi dell'Italia, in attesa della revisione in vista per metà luglio
             
Pil Reale -1.7 -0.3 0.8   1.1 1.3
Domanda interna -2.7 -0.4 0.6   1.3 1.3
Export 0.6 3.1 4.3   1.3 3.8
Import -2.3 3.2 6.0   2.4 4.4
Inflazione 1.2 0.2 0.1   0.0 0.7
Disoccupazione 12.1 12.6 11.9   11.4 10.9
* Il Fondo ha annunciato la revisione al ribasso di queste stime, per tenere conto dell'effetto Brexit