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Sundararajan: "La sharing economy non condivide nulla, ma porta benefici a tutti"

Arun Sundararajan 
Parla il professore della New York University: "Quando iniziammo a parlare di social network per Facebook o Twitter dimenticammo che la socializzazione è un'altra cosa. Proprio come adesso che abbiamo dato un nome diverso all'aumento della disponibilità di servizi a pagamento"
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MILANO - Meglio la sharing economy del quantitative easing della Bce. Almeno per rilanciare l'economia: "Con l'aumento dell'offerta, cresce voglia di consumare. Senza dimenticare che la condivisione dei beni aumenta la disponibilità monetaria dei singoli, migliorando l'allocazione delle risorse". Arun Sundararajan, professore alla New York University, è uno dei massimi esperti di sharing economy di cui parlerà al Festival di Altroconsumo #ioCondivido in corso a Milano. Eppure nonostante l'entusiasmo e il fermento che circondano il settore, il professore non nasconde i suoi dubbi sul termine sharing sottolineando che di realmente condiviso non c'è nulla: "Esattamente come quando iniziammo a parlare di social network in relazione a Facebook o Twitter. La socializzazione è un'altra cosa. E' amicizia, amore, è stare insieme nella vita reale, non virtuale. In questo caso parliamo di una condivisione diversa, più intima come può esserlo una casa piuttosto di una stanza d'albergo, ma è pur sempre un servizio a pagamento".

E in fondo l'ultima rivoluzione industriale della "condivisione" non ha inventato nulla: il servizio che si offriva gratuitamente a un amico, dal passaggio in auto a un tetto sotto il quale dormire, può essere proposto a chiunque in cambio di soldi. "Usiamo una definizione sbagliata per una nuova offerta di servizi che vengono venduti" spiega Sundararajan secondo cui "non siamo di fronte a concetti rivoluzionari, ma stiamo assistendo a una transizione verso un nuovo capitalismo". Per l'economista la sharing economy è qualunque mercato che aiuti lo scambio individuale attraverso una piattaforma decentralizzata, da Airbnb a BlaBlacar.

"Si sta delineando - prosegue il professore - una nuova architettura sociale, dove il consumatore diventa sia fruitore che produttore di beni e servizi. E gli individui si trasformano da collaboratori a microimprenditori". Un modello economico che nel lungo termine potrebbe soppiantare quello tradizionale centrato sulle aziende. A patto di accettare il rischio che le disuguaglianze tra l'1% della popolazione e il restante 99% aumentino ancora. Basti pensare a come le internet company da Uber a Gnammo abbiano creato poche decine di multimilionari e migliaia di minuscoli nuovi imprenditori. "Nasceranno alcuni giganti - dice l'economista -, ma i benefici saranno diffusi, perché permetteranno agli individui di organizzare meglio il loro tempo e il loro lavoro. E i colossi che arriveranno sul mercato si poggeranno sulle spalle di individui indipendenti senza i quali il loro giro d'affari, basato sulle commissioni incassate per le singole operazioni, non potrebbe prosperare".

A cambiare radicalmente sarà, quindi, lo schema tradizionale dell'occupazione: dalla retribuzione in cambio di un lavoro alla microimprenditorialità. "L'inizio sarà difficile - aggiunge Sundararajan - ma chi lavora sarà davvero proprietario della propria attività. Se il direttore di un hotel resterà sempre un dipendente, l'host di Airbnb avrà il suo piccolo albergo". Verrà così stravolto il concetto di contratto di lavoro, ma le prospettive secondo l'economista indiano sono ottime. Anche perché le barriere all'ingresso sono più basse rispetto al passato: "Non si parla di fare concorrenza a Google o Facebook, ma a piattaforme che offrono servizi continuamente migliorabili". L'esempio più recente è quello di Juno la start up newyorkese che minaccia il dominio di Uber nella Grande Mela offrendo lo stesso servizio, ma chiedendo agli autisti una commissione pari alla metà di quella dei rivali e permettendogli di diventare azionisti della società.

Il freno allo sviluppo del nuovo modello economico rischia di arrivare dalle authority e dai regolatori nazionali: "Mercato e governi dovranno essere in grado di organizzarsi per intervenire e regolamentare il fenomeno. Paradossalmente - conclude Sundararajan - la condivisione è molto europea perché la società americana è da sempre più individualista. Eppure il ruolo dei regolatori è profondamente diverso: negli Stati Uniti non si interviene fino a quando le cose non vanno male lasciando libertà d'azione ai mercati, mentre non parte nulla in Europa accade esattamente il contrario. E questo frena tutto".