Economia

Un vento nuovo spira dal Fmi: contro l'austerità e le diseguaglianze

L'istituzione di Washington ha completato il cambio di rotta durante gli ultimi "incontri annuali". Così il Fondo ha messo in discussione i suoi capisaldi, dalle liberalizzazioni spinte alla globalizzazione
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ROMA - Che il Fondo monetario internazionale avesse corretto la propria linea negli ultimi anni, soprattutto dopo il sostanziale fallimento delle politiche di austerità in Grecia, è cosa nota. Ma gli Annual Meetings che si sono conclusi la settimana scorsa a Washington, sono veramente stati la conferma che l'aria che tira nel palazzone di Pennsylvania Avenue è veramente cambiata. E' stato addirittura il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, che nella conferenza stampa finale ha voluto consegnare la sua chiave di lettura dell'importante appuntamento di quest'anno. "Questi Annual meeting sono stati molto diversi dagli altri", ha detto mettendo in campo la sua lunga esperienza di economista e di capo ufficio studi dell'Ocse. Uno degli aspetti posti al centro dell'attenzione, che hanno segnato la differenza con il passato, secondo Padoan, è stata la parola "diseguaglianza".

Il cambio di passo rispetto a quello che per anni è stato stigmatizzato come il Washington Consensus, è evidente. Le politiche imposte dall'Fmi in passato sono note: privatizzazioni, liberalizzazioni, apertura del mercato dei capitali, austerità e taglio dei salari. Naturalmente ciò non significa che il Fondo sia diventato "no global" e abbia sposato le tesi di Occupy Wall Street, ma molte delle ricette che provocarono danni negli Anni Novanta con la crisi dei paesi dell'Estremo Oriente, recentemente in Grecia e prima ancora in America Latina, sembrano in disuso. Sicuramente la cassetta degli attrezzi teorica che le ha ispirate è in piena revisione.

La stessa Christine Lagarde, oggi alla guida del Fondo, ma in passato ministra con il governo di centrodestra quando era presidente Sarkozy, ha insistito più volte sul concetto che la politica monetaria e quella delle riforme struttura deve essere affiancata da quella di bilancio. Non che il fantasma di Keynes sia tornato dalla località termale di Bretton Woods dove il Fondo fu tenuto a battesimo nel 1944, ma certo qualcosa è in movimento.

La svolta fu già certificata del resto dal celebre articolo del 2012 dell'allora capo economista dell'Fmi Olivier Blanchard, stimato da Franco Modigliani e non a caso candidato al Nobel. Spiegò onestamente che l'Fmi aveva fatto un errore: l'austerità espansiva non funzionava. Rifatti i calcoli, un euro di tagli portava alla perdita di un euro e mezzo di Pil, non di 50 centesimi come aveva sostenuto l'Fmi fino ad allora. Più recentemente ha fatto discutere un articolo apparso sulla rivista dell'Fmi intitolato "Neoliberalism: Oversold?", alludendo alla scarsa prova messa in campo dai precetti del liberismo e spiegando proprio come l'ineguaglianza freni la crescita.

Persino uno dei dogmi delle istituzioni internazionali, la globalizzazione, comincia ad essere oggetto di riflessione. La stessa Lagarde ha parlato, durante la conferenza stampa che ha tenuto la scorsa settimana, della necessità di una globalizzazione "diversa" ed economisti del Fondo come l'italiano Carlo Cottarelli proprio negli ultimi giorni hanno invitato a "ridurre" la velocità del processo di mondializzazione rilevando come sia stato troppo veloce. Economisti come Joseph Stiglitz, da anni sostenitore dei limiti della globalizzazione e del teorema in base al quale la diseguaglianza uccide la crescita, non possono che rallegrarsi. Lo sa bene una vecchia volpe come il ministro delle Finanze tedesche, Wolfgang Schaeuble, che proprio a Washington la settimana scorsa ha messo nel mirino il premio Nobel: "Sbaglia, gli stati devono fare le riforme non fare affidamento sugli altri". La battaglia è dunque ancora aperta.