Lo "sterco del demonio" e la cura delle anime; le partite sul campo di terra dell'oratorio e la sana gestione dei flussi finanziari di quella che è a tutti gli effetti una piccola o media impresa. Anche i preti (o i laici interessati alla vita parrocchiale) si fanno manager e la Pontificia Università Lateranense si attrezza per prepararli al meglio nella gestione economica delle loro parrocchie.
Presbiteri, religiosi e operatori ecclesiastici "che vogliono dare un contributo alla costruzione della Chiesa del futuro" sono chiamati a raccolta nel percorso di Alta Formazione dedicato al "management pastorale". Un percorso di formazione giunto alla terza infornata, per questa edizione in collaborazione con la diocesi di Torino, con lezioni, project work e vere e proprie "esperienze formative". Cinque gli ambiti di interessi: progettazione dei "bisogni pastorali"; gestione delle risorse economiche e business planning; management del no-profit; gestione deller risorse umane; comunicazione strategica (incluso l'uso dei social).
A dirigere la scuola di formazione è Giulio Carpi. "Management pastorale": non è una contraddizione nei termini?
Se guardiamo alla vita dei grandi santi, anche quelli della carità, in tutti riscontriamo grande intraprendenza e inventiva manageriale. I giganti della carità hanno sempre avuto una grande attenzione alla gestione dei capitali che venivano loro donati. La capacità di gestire queste risorse è un mezzo di trasparenza: ci vuole competenza nei confronti di chi dona tempi e risorse. Proprio perché la chiesa non è un'azienda o una Ong, dobbiamo essere immuni da pratiche non lineari: solo così ci si può dedicare alla propria mission.
Che studente-tipo vi aspettate?
Non solo religiosi, ma anche i laici. Chiunque ha responsabilità di gestione o di servizio: è necessario che anche i laici siano formati perfettamente su queste tematiche, per collaborare con chi è all'interno del perimetro ecclesiastico. Sia per comprendere come spendere i talenti personali in un contesto pastorale, ma anche per fare il percorso contrario e portare nella vita professionale le buone prassi apprese nel perimetro ecclesiastico. Senza moralismi, è un rapporto reciproco.
Crede che una parrocchia dovrebbe affidarsi a un manager per la gestione del suo patrimonio?
Nella nostra summer school portiamo gli studenti a vedere l'esperienza americana, dove questa figura è di prassi. Ma la nostra scuola vuole proprio evitare che la chiesa diventi un'azienda e faccia vincere il profilo economico. Ci vuole maggior equilibrio rispetto al modello americano. Serve una figura competente per prendere decisioni "più illuminate", senza esautorare il parroco, i consigli pastorali e quelli per gli affari economici.
Il binomio chiesa/finanza è scivoloso e gli esempi di scandali innumerevoli. Non crede che fornire la "cassetta degli attrezzi" aumenti il rischio di usi distorti?
Gli strumenti devono accompagnarsi a una diffusione dell'etica sociale e al loro buon utilizzo. Il binomio strumento/utilizzo è fondamentale. Non ci limitiamo a dare gli strumenti e dire: "Fate quel che volete". Se c'è buona conoscenza, va usata in maniera etica.
Ma crede ci siano sufficienti strutture di tutela nell'attuale organizzazione della Chiesa?
Molti laici con grandissime competenze si prestano alla comunità, sono molti più di quelli che noi potremmo immaginare.
Dal vostro corso nascono idee, dibattiti, ma anche progetti concreti. Volete diventare un Politecnico cattolico, una fucina di startup?
Produrre un project work è l'assicurazione che quello hai capito, lo metti in pratica. Così nascono le "buone pratiche": le scrive uno studente, ne beneficiano migliaia di persone. Dobbiamo farle circolare, per creare competizione positiva.
C'è un progetto in particolare nato sui vostri banchi?
"Parrocchie in solidarietà", un progetto di microcredito alle parrocchie: prevede che la diocesi conceda microcredito a tasso zero alle parrocchie. Il parroco ne risponde e le parrocchie che hanno maggiore disponibilità finanziaria forniscono le garanzie a quelle che ne hanno di meno. Ridistribuisce le risorse dove ci sono i bisogni.
Parlate anche di social, tema su cui Papa Francesco ha fatto scuola. Un prevosto di campagna o di periferia ha bisogno di imparare a usare le tecnologie per far risalire il "gradimento" della chiesa tra la gente, specie i più giovani?
Lo strumento social non deve sostituire mai il rapporto interpersonale. La parrocchia di campagna ha i migliori strumenti social: gli esseri umani che parlano con gli altri esseri umani. Ma visto che così potremmo non arrivare a tutti, in particolare ai giovani, allora i social può essere un canale aggiuntivo di comunicazione. Ma non sostitutivo in toto.
Avete deciso di concentrare questo anno accademico sulla gestione dei flussi migratori. Come giudica il ruolo della Chiesa in questa crisi, e quale il rapporto con l'intervento dello Stato?
Lo straniero non è minaccia, ma opportunità. Non bastano le buone intenzioni, non basta accogliere e mettere in un angolo in maniera più o meno dignitosa, ma capire come possono diventare risorse per i nostri territori, non solo spazzando le piazze.
Organizzerete il "Festival della Creatività nel management Pastorale", con sottotitolo: "Quale chiesa tra vent'anni". Come la vede lei?
Le sfide sono complesse. La vediamo bella, la vogliamo più bella. Parlare di "creatività" nella gestione della Chiesa significa parlare di innovazione, sarà un evento importante e unico.
Presbiteri, religiosi e operatori ecclesiastici "che vogliono dare un contributo alla costruzione della Chiesa del futuro" sono chiamati a raccolta nel percorso di Alta Formazione dedicato al "management pastorale". Un percorso di formazione giunto alla terza infornata, per questa edizione in collaborazione con la diocesi di Torino, con lezioni, project work e vere e proprie "esperienze formative". Cinque gli ambiti di interessi: progettazione dei "bisogni pastorali"; gestione delle risorse economiche e business planning; management del no-profit; gestione deller risorse umane; comunicazione strategica (incluso l'uso dei social).
A dirigere la scuola di formazione è Giulio Carpi. "Management pastorale": non è una contraddizione nei termini?
Se guardiamo alla vita dei grandi santi, anche quelli della carità, in tutti riscontriamo grande intraprendenza e inventiva manageriale. I giganti della carità hanno sempre avuto una grande attenzione alla gestione dei capitali che venivano loro donati. La capacità di gestire queste risorse è un mezzo di trasparenza: ci vuole competenza nei confronti di chi dona tempi e risorse. Proprio perché la chiesa non è un'azienda o una Ong, dobbiamo essere immuni da pratiche non lineari: solo così ci si può dedicare alla propria mission.
Che studente-tipo vi aspettate?
Non solo religiosi, ma anche i laici. Chiunque ha responsabilità di gestione o di servizio: è necessario che anche i laici siano formati perfettamente su queste tematiche, per collaborare con chi è all'interno del perimetro ecclesiastico. Sia per comprendere come spendere i talenti personali in un contesto pastorale, ma anche per fare il percorso contrario e portare nella vita professionale le buone prassi apprese nel perimetro ecclesiastico. Senza moralismi, è un rapporto reciproco.
Crede che una parrocchia dovrebbe affidarsi a un manager per la gestione del suo patrimonio?
Nella nostra summer school portiamo gli studenti a vedere l'esperienza americana, dove questa figura è di prassi. Ma la nostra scuola vuole proprio evitare che la chiesa diventi un'azienda e faccia vincere il profilo economico. Ci vuole maggior equilibrio rispetto al modello americano. Serve una figura competente per prendere decisioni "più illuminate", senza esautorare il parroco, i consigli pastorali e quelli per gli affari economici.
Il binomio chiesa/finanza è scivoloso e gli esempi di scandali innumerevoli. Non crede che fornire la "cassetta degli attrezzi" aumenti il rischio di usi distorti?
Gli strumenti devono accompagnarsi a una diffusione dell'etica sociale e al loro buon utilizzo. Il binomio strumento/utilizzo è fondamentale. Non ci limitiamo a dare gli strumenti e dire: "Fate quel che volete". Se c'è buona conoscenza, va usata in maniera etica.
Ma crede ci siano sufficienti strutture di tutela nell'attuale organizzazione della Chiesa?
Molti laici con grandissime competenze si prestano alla comunità, sono molti più di quelli che noi potremmo immaginare.
Dal vostro corso nascono idee, dibattiti, ma anche progetti concreti. Volete diventare un Politecnico cattolico, una fucina di startup?
Produrre un project work è l'assicurazione che quello hai capito, lo metti in pratica. Così nascono le "buone pratiche": le scrive uno studente, ne beneficiano migliaia di persone. Dobbiamo farle circolare, per creare competizione positiva.
C'è un progetto in particolare nato sui vostri banchi?
"Parrocchie in solidarietà", un progetto di microcredito alle parrocchie: prevede che la diocesi conceda microcredito a tasso zero alle parrocchie. Il parroco ne risponde e le parrocchie che hanno maggiore disponibilità finanziaria forniscono le garanzie a quelle che ne hanno di meno. Ridistribuisce le risorse dove ci sono i bisogni.
Parlate anche di social, tema su cui Papa Francesco ha fatto scuola. Un prevosto di campagna o di periferia ha bisogno di imparare a usare le tecnologie per far risalire il "gradimento" della chiesa tra la gente, specie i più giovani?
Lo strumento social non deve sostituire mai il rapporto interpersonale. La parrocchia di campagna ha i migliori strumenti social: gli esseri umani che parlano con gli altri esseri umani. Ma visto che così potremmo non arrivare a tutti, in particolare ai giovani, allora i social può essere un canale aggiuntivo di comunicazione. Ma non sostitutivo in toto.
Avete deciso di concentrare questo anno accademico sulla gestione dei flussi migratori. Come giudica il ruolo della Chiesa in questa crisi, e quale il rapporto con l'intervento dello Stato?
Lo straniero non è minaccia, ma opportunità. Non bastano le buone intenzioni, non basta accogliere e mettere in un angolo in maniera più o meno dignitosa, ma capire come possono diventare risorse per i nostri territori, non solo spazzando le piazze.
Organizzerete il "Festival della Creatività nel management Pastorale", con sottotitolo: "Quale chiesa tra vent'anni". Come la vede lei?
Le sfide sono complesse. La vediamo bella, la vogliamo più bella. Parlare di "creatività" nella gestione della Chiesa significa parlare di innovazione, sarà un evento importante e unico.