Open market committee, secondo cui le strette dovrebbero essere di un quarto di punto percentuale ogni due riunioni.
Sul fronte valutario il dollaro riguadagna terreno dopo le flessoni degli ultimi giorni. La divisa europea passa di mano a 1,054 dollari contro gli 1,0813 della chiusura di ieri a Wall Street. Ma la protagonista di giornata - nel Brexit Day - è ovviamente la sterlina, che accusa il colpo dell'avvio ufficiale del percorso per uscire dall'Ue e scende nei confronti del dollaro, passando di mano a 1,2422
Il conto di Brexit? Per ora lo paga la sterlina. E nel futuro si prospetta la volatilità al comando
Se i dati macroeconomici non hanno ancora scontato l'evento Brexit - che d'altra parte non si è verificato - e la Borsa di Londra si è comportata positivamente, finora il conto della prospettiva di divorzio tra Londra e Bruxelles è stato pagato dalla sterlina (con i riflessi annessi e connessi sull'inflazione). Soltanto pochi giorni fa, a un evento milanese Massimo Siano di Etf Securities, società di base proprio nella City, pronosticava "tempi duri" per la valuta britannica ricordando che "dal 23 giugno (giorno del referendum) la sterlina ha avuto un crollo verticale, comparata alle valute del G10 e dei mercati emergenti. Anche peggio del peso messicano. Soltanto la lira turca, sulla soglia della guerra civile, ha performato peggio del pound". Aggiunge oggi Paul Hatfield di BNY Mellon: "L'attivazione dell’Articolo 50 non giunge certo inattesa per i mercati. Nondimeno, crediamo che potrebbe causare una lieve perturbazione perché gli investitori torneranno a concentrarsi sulla realtà della Brexit e sulle implicazioni" ad essa legate. E "la sterlina potrebbe indebolirsi ancora, con implicazioni sulle obbligazioni e sui prestiti denominati nella valuta britannica". Quel che sembra certo, come annota Bill Street da State Street, è che per i due anni di negoziati la volatilità la farà da padrona: "L'impossibilità di prevedere l’evoluzione di futuri negoziati impedisce allo stato attuale qualsiasi corretta valutazione dei prezzi, ma nel corso dei prossimi due anni il processo scatenerà senza dubbio la volatilità".
Oltre che sulla moneta, in futuro il conto rischia di ribaltarsi su tutta la struttura produttiva britannica: un recente studio del Ceps per il Parlamento europeo dice che l'uscita del Regno Unito dall'Unione significherebbe un punto di Pil in meno all'anno, mentre i 27 dell'Unione rischiano complessivamente mezzo punto spalmato su due anni. La prospettiva è radicalmente diversa: il taglio dei rapporti può esser riassorbito dalla Ue, mentre potrebbe risultare scioccante per Londra che mette a rischio i 184 miliardi di esportazioni verso il mercato comune. Solo questi, valgono il 7,5% del prodotto interno lordo britannico. Per non parlare del pericolo più grande, anche dal punto di vista occupazionale: la fuga delle grandi multinazionali
Stabile lo spread, in area 177 punti, in virtù del rendimento dei decennali tedeschi sul mercato secondario allo 0,40% in rialzo di un punto base, mentre gli omologhi nostrani viaggiano al 2,12% , in rialzo di due punti base. Il Tesoro ha collocato tutti i 6,5 miliardi di euro di Bot semestrali (prima tranche) con scadenza settembre 2017, offerti oggi in asta. Il rendimento medio è rimasto stabile a -0,294%, il medesimo livello dell'asta di febbraio. Il minimo storico era stato toccato a dicembre 2016 a -0,317%. La domanda ha raggiunto i 10,319 miliardi di euro con un rapporto di copertura in rialzo a 1,59 da 1,52 del collocamento di febbraio.
Nell'agenda macroeconomica si registra il buon andamento della fiducia dei consumatori e delle imprese in Italia. Rimane invece invariato a marzo il clima per i consumatori francesi: l'indice si è attestato a 100 punti, lo stesso dello scorso mese di febbraio e in linea con le aspettative. Lievemente positive le statistiche sulle vendite al dettaglio in Giappone. Spinte da autoveicoli a carburanti, sono aumentate a febbraio dello 0,1% rispetto allo stesso mese del 2016. Si tratta del quarto mese consecutivo di crescita, anche se il dato è inferiore alle previsioni (+0,5%) e a quello di gennaio (+1,0%). Su base mensile, l'incremento è pari allo 0,2 per cento. In calo del 2,7% annuo le vendite per la grande distribuzione.
Quotazioni del petrolio in rialzo. Il Wti cresce dell'1,3% a 49,12 dollari al barile mentre il Brent avanza a 52,28 dollari al barile. Ad incidere sui rialzi il fermo operativo di un oleodotto libico e l'aumento inferiorie alle attese delle scorte Usa, salite di 867.000 barili a 533,977 milioni, mentre gli analisti attendevano un aumento di un milione. L'oro perde ancora posizione rispetto ai massimi da un mese raggiunto nei giorni scorsi: il lingotto con consegna immediata cede lo 0,35% a 1.251 dollari l'oncia.