Magneti Marelli e le altre aziende vendute all’estero: l'incognita è la fuga delle tecnologie
Roberto Rho , di ROBERTO RHOLa testa pensante - cioè il quartier generale - rimane in Italia. Il problema è dove vanno a finire gli introiti della vendita
Quando un’azienda italiana – l'ultima Magneti Marelli, a inizio ottobre la Candy, decine, centinaia di altre nei mesi e negli anni scorsi – finisce in mani straniere ci si può consegnare con le braccia alzate alla retorica nazionalista che racconta l’industria italiana come colonia delle multinazionali o, peggio, degli speculatori internazionali oppure si possono provare a pesare, nel merito, i pro e i contro, partendo dal presupposto che le compravendite sono diverse l’una dall’altra e che per decidere se l’economia nazionale ne risulti impoverita, neutra o perfino arricchita, è necessario valutare diversi elementi.
Il primo: chi sono il venditore e il compratore. Nel caso di Magneti Marelli, il venditore è il gruppo Fca, la cui “italianità” è controversa e comunque parecchio annacquata negli ultimi tempi. Fca è una società di diritto olandese, domicilio fiscale in Gran Bretagn…
Il primo: chi sono il venditore e il compratore. Nel caso di Magneti Marelli, il venditore è il gruppo Fca, la cui “italianità” è controversa e comunque parecchio annacquata negli ultimi tempi. Fca è una società di diritto olandese, domicilio fiscale in Gran Bretagn…
Quando un’azienda italiana – l'ultima Magneti Marelli, a inizio ottobre la Candy, decine, centinaia di altre nei mesi e negli anni scorsi – finisce in mani straniere ci si può consegnare con le braccia alzate alla retorica nazionalista che racconta l’industria italiana come colonia delle multinazionali o, peggio, degli speculatori internazionali oppure si possono provare a pesare, nel merito, i pro e i contro, partendo dal presupposto che le compravendite sono diverse l’una dall’altra e che per decidere se l’economia nazionale ne risulti impoverita, neutra o perfino arricchita, è necessario valutare diversi elementi.
Il primo: chi sono il venditore e il compratore. Nel caso di Magneti Marelli, il venditore è il gruppo Fca, la cui “italianità” è controversa e comunque parecchio annacquata negli ultimi tempi. Fca è una società di diritto olandese, domicilio fiscale in Gran Bretagna e stabilimenti industriali principalmente (non solo) in Italia e Stati Uniti. L’azionista di controllo (con una quota intorno al 30%, sufficiente per governare saldamente ma lontana dalla maggioranza assoluta) è un’altra società olandese, la Exor, di cui la famiglia Agnelli controlla poco più del 50% del capitale.
L’acquirente di Magneti Marelli è un gruppo giapponese (ovviamente attivo nello stesso settore della componentistica per auto), Calsonic Kansei (CK). A sua volta posseduto da uno dei più grandi fondi di private equity del mondo, KKR. Certamente la concentrazione dà vita a un gruppo con una massa critica superiore a quella di Magneti Marelli (che comunque è più grande di CK), ma la proprietà in capo a un fondo di private equity non è, in astratto, una garanzia di continuità e sicurezza nel tempo: il lavoro dei fondi è comprare, estrarre valore e rivendere possibilmente a un prezzo più alto per realizzare un profitto da distribuire ai sottoscrittori.
Seconda questione: il quartier generale, cioè la testa pensante del gruppo, resta in Italia? Qui la risposta è sì, secondo le comunicazioni ufficiali di ieri, che sottolineano "la volontà di mantenere le operation di Magneti Marelli in Italia, nell’attuale sede operativa di Corbetta, in provincia di Milano". La nuova azienda però, "sarà guidata da Beda Bolzenius, attuale Ceo di CK basato in Giappone". E’ vero che la tecnologia accorcia le distanze, ma tra Corbetta e il Giappone ci sono sette fusi orari di differenza. Terza questione, quella più cara ai sindacati, ovviamente più importante delle precedenti (da cui però, nel medio lungo termine, rischia di discendere): l’occupazione negli stabilimenti italiani è garantita?
Fca – dicono le comunicazioni al mercato – ha sottoscritto un contratto di fornitura pluriennale con Calsonic Kansei che sosterrà la presenza industriale e i livelli occupazionali in Italia. Per qualche anno nessun problema, ma l’accordo non specifica la durata del contratto pluriennale di fornitura. Un punto almeno altrettanto importante è se la cessione ai giapponesi porti fuori dall’Italia conoscenze, competenze, progetti e brevetti ad alto tasso di tecnologia e innovazione e quindi ad alto potenziale di sviluppo.
Certamente Magneti Marelli, con tutti i progetti aperti per la mobilità del futuro, l’auto elettrica, la sostenibilità ambientale e la sicurezza, è una delle aziende industriali più attive sul fronte della ricerca e della tecnologia. E’ vero anche, però, che generalmente le competenze vivono e si sviluppano dove c’è un terreno fertile, dove ci sono le filiere e i distretti, dove ci sono storia e tradizione. Tutti gli ingredienti del “saper fare” che hanno attirato in Italia, soprattutto nel triangolo Lombardia-Emilia-Triveneto, decine di multinazionali e aziende straniere, che si sono ben guardate dallo sradicarli.
E poi la domanda finale: dove finiscono gli introiti (per Magneti Marelli ingenti: 6,2 miliardi di euro) della cessione? C’è una grande differenza se il venditore, che li incassa, li reinveste in Italia (fattispecie che potrebbe addirittura trasformare in “virtuosa” la cessione), li nasconde in una rendita, li seppellisce sotto il materasso, li porta all’estero o li usa per ripagare i debiti alle banche. Nel caso in questione, l’ultima ipotesi sembra quella più probabile.
Il primo: chi sono il venditore e il compratore. Nel caso di Magneti Marelli, il venditore è il gruppo Fca, la cui “italianità” è controversa e comunque parecchio annacquata negli ultimi tempi. Fca è una società di diritto olandese, domicilio fiscale in Gran Bretagna e stabilimenti industriali principalmente (non solo) in Italia e Stati Uniti. L’azionista di controllo (con una quota intorno al 30%, sufficiente per governare saldamente ma lontana dalla maggioranza assoluta) è un’altra società olandese, la Exor, di cui la famiglia Agnelli controlla poco più del 50% del capitale.
L’acquirente di Magneti Marelli è un gruppo giapponese (ovviamente attivo nello stesso settore della componentistica per auto), Calsonic Kansei (CK). A sua volta posseduto da uno dei più grandi fondi di private equity del mondo, KKR. Certamente la concentrazione dà vita a un gruppo con una massa critica superiore a quella di Magneti Marelli (che comunque è più grande di CK), ma la proprietà in capo a un fondo di private equity non è, in astratto, una garanzia di continuità e sicurezza nel tempo: il lavoro dei fondi è comprare, estrarre valore e rivendere possibilmente a un prezzo più alto per realizzare un profitto da distribuire ai sottoscrittori.
Seconda questione: il quartier generale, cioè la testa pensante del gruppo, resta in Italia? Qui la risposta è sì, secondo le comunicazioni ufficiali di ieri, che sottolineano "la volontà di mantenere le operation di Magneti Marelli in Italia, nell’attuale sede operativa di Corbetta, in provincia di Milano". La nuova azienda però, "sarà guidata da Beda Bolzenius, attuale Ceo di CK basato in Giappone". E’ vero che la tecnologia accorcia le distanze, ma tra Corbetta e il Giappone ci sono sette fusi orari di differenza. Terza questione, quella più cara ai sindacati, ovviamente più importante delle precedenti (da cui però, nel medio lungo termine, rischia di discendere): l’occupazione negli stabilimenti italiani è garantita?
Fca – dicono le comunicazioni al mercato – ha sottoscritto un contratto di fornitura pluriennale con Calsonic Kansei che sosterrà la presenza industriale e i livelli occupazionali in Italia. Per qualche anno nessun problema, ma l’accordo non specifica la durata del contratto pluriennale di fornitura. Un punto almeno altrettanto importante è se la cessione ai giapponesi porti fuori dall’Italia conoscenze, competenze, progetti e brevetti ad alto tasso di tecnologia e innovazione e quindi ad alto potenziale di sviluppo.
Certamente Magneti Marelli, con tutti i progetti aperti per la mobilità del futuro, l’auto elettrica, la sostenibilità ambientale e la sicurezza, è una delle aziende industriali più attive sul fronte della ricerca e della tecnologia. E’ vero anche, però, che generalmente le competenze vivono e si sviluppano dove c’è un terreno fertile, dove ci sono le filiere e i distretti, dove ci sono storia e tradizione. Tutti gli ingredienti del “saper fare” che hanno attirato in Italia, soprattutto nel triangolo Lombardia-Emilia-Triveneto, decine di multinazionali e aziende straniere, che si sono ben guardate dallo sradicarli.
E poi la domanda finale: dove finiscono gli introiti (per Magneti Marelli ingenti: 6,2 miliardi di euro) della cessione? C’è una grande differenza se il venditore, che li incassa, li reinveste in Italia (fattispecie che potrebbe addirittura trasformare in “virtuosa” la cessione), li nasconde in una rendita, li seppellisce sotto il materasso, li porta all’estero o li usa per ripagare i debiti alle banche. Nel caso in questione, l’ultima ipotesi sembra quella più probabile.