Economia

Eni riscopre il Golfo Persico grazie agli Emiri

Descalzi ad Abu Dhabi: "A lungo assenti, ora sfidiamo americani, inglesi e Total"

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ABU DHABI - Settimo produttore al mondo di petrolio e al sesto posto per riserve accertate e ancora da sfruttare. Abu Dhabi è uno dei nuovi protagonisti sulla scena mediorientale, individuata dall'occidente come forza locale per stabilizzare l'area più calda del pianeta. Non per nulla, è qui che l'altro giorno è atterrato Mike Pompeo, segretario di Stato Usa, per rafforzare le alleanze in chiave anti-iraniana, dopo l'attentato alla più grande raffineria della vicina Arabia Saudita.

I due aspetti, l'industriale e il geopolitico, sono alla base della scelta compiuta da Eni che in meno due anni ha spostato il baricentro delle sue attività, facendo del Golfo Persico - e in particolare gli Emirati - l'area in cui concentrare la gran parte dei nuovi investimenti, con risorse impegnate per 4,7 miliardi.

"Tre anni fa, Eni non era presente nel nostro paese e ora è uno dei partner principali per lo sviluppo dei nostri progetti e rappresenta il modello di impresa integrata, dall'esplorazione alla raffinazione, a cui puntiamo". Sono le parole con le quali il sultano Ahmed Al Jaber, amministratore delegato di Adnoc, la società energetica di Stato, è intervenuto alla presentazione dei progetti di Eni nell'Emirato. Evento reso più significativo dal fatto che per la prima volta Adnoc ha aperto un suo incontro ufficiale agli analisti finanziari e alla stampa.

Per Eni si tratta di scommettere su un paese che siede su un enorme giacimento di petrolio. Una scelta che non piacerà a chi vorrebbe la società controllata dal Tesoro maggiormente protagonista nella transizione energetica. Ma che rappresenta una indubitabile occasione economica. Oltre a una precisa scelta geopolitica. "Il Golfo è un'area da sempre dominata dalle compagnia americane, inglesi e da Total, ma ora ci siamo anche noi, grazie ai 16 accordi raggiunti in 16 mesi, non solo negli Emirati, ma anche in Bahrain e Oman", ha spiegato l'amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi parlando nella sede di Adnoc, uno dei grattacieli che domina il lungo mare di Abu Dhabi.

Dopo i cinque accordi sottoscritti per aggiudicarsi concessioni e licenze esplorative, la presenza negli Emirati è stata rafforzata dall'acquisizione del 20% di Adnoc Refinering, la società di stato che si occupa della trasformazione degli idrocarburi e che dispone, a 200 chilometri dalla capitale, della quarta raffineria più grande al mondo. Con questo accordo, Eni ha aumentato del 35% la sua capacità di raffinazione e del 50% il margine di break even.

Le attività di Eni potrebbero ampliarsi ancora di più l'anno prossimo, quando Abu Dhabi assegnerà ai gruppi internazionali nuove concessioni al termine di un procedimento che ha messo in gara i due terzi del territorio dell'intero Emirato. Anche Eni ha confermato che parteciperà con una sua offerta: dopo essere diventata uno degli interlocutori privilegiati non può certamente perdere il vantaggio acquisito.

Ma non c'è solo l'aspetto economico. "Abu Dhabi - ha spiegato ancora Descalzi - fa parte della nostra strategia di diversificazione del rischio. Negli ultimi anni siamo diventati il numero uno in Africa per quantità di scoperte, ma non va bene tenere tutte le uova in un paniere. Da qui la scelta di accelerare lo sviluppo in altre aree, in paesi dove è maggiore la stabilità politica, come Messico, Norvegia e il Golfo". Ma non solo: gli Emirati - assieme a Russia ed Egitto (altri due paesi con cui Eni ha grandi interessi) - sostengono in Libia l'uomo forte della Cirenaica, Khalifa Haftar. E la Libia è storicamente uno dei paesi dove la presenza di Eni è più forte.
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