Tasse, lavoro, consumi e debito: cosa significa per l'Italia il Pil a -15%
Flavio Bini
,
Raffaele Ricciardi
(agf)
Gli scenari più pessimistici indicano una caduta del prodotto interno lordo senza precedenti nella nostra storia. Con riflessi molto pesanti sulle vite degli italiani
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MILANO - Meno 8% secondo il governo, -9,1% per il Fondo Monetario Internazionale, fino a -15% stando alle stime, per il momento tra le più pessimistiche, dell'Ufficio Parlamentare di Bilancio. Dovrebbe essere questo il conto che potrebbe lasciare il coronavirus in eredità all'economia italiana a fine 2020: il più grande calo annuale del prodotto interno lordo nell'intera storia repubblicana. Statistiche a parte, cosa significa per l'Italia un dato così allarmante?
Il Pil è una sorta di termometro sullo stato di salute di un Paese. Da una parte registra l'intenstà di un malessere in corso, ma dall'altro indica anche le possibili conseguenze nel breve periodo. Nel caso di un malato, la necessità di assumere farmaci, limitare le proprie attività o restare in casa. Del "malessere" in corso arrivano aggiornamenti quasi quotidiani. Lo stop delle attività economiche imposto dal lockdown ha drasticamente ridotto la quantità di beni e servizi prodotti con un impatto devastante sul nostro Pil. I conti li ha fatti la scorsa settimana la Banca d'Italia: ogni settimana di blocco così costa all'economia un calo di mezzo punto del prodotto interno lordo. Cosa ci attende ora?
Lo stop delle attività si accompagna a un drastico calo sul fronte del mercato del lavoro. L'Istat in audizione ieri in Parlamento ha spiegato che su un totale di oltre 23 miloni di occupati in Italia, poco meno di un terzo - 7,3 milioni - si sono fermati a causa del lockdown. Alla ripresa delle attività poi, non tutti torneranno al lavoro. Tra imprese che non riusciranno a ripartire o che saranno costrette a chiudere e altre che dovranno affrontare pesanti ristrutturazioni il governo, nel Documento di Economia e Finanza appena varato, ipotizza un calo degli occupati nel 2020 del 2,1%. Quasi mezzo milione di posti persi in un anno.
Tasse, l'epidemia apre un buco da oltre 50 miliardi
La recessione avrà un impatto molto pesante anche sulla tenuta dei conti pubblici. Meno persone al lavoro e meno ricchezza prodotta vorrà dire anche meno tasse versate allo Stato. Come raccontato anche nei giorni scorsi da Repubblica, l'epidemia potrebbe aprire una voragine nei conti pubblici. Come ha rimaracato oggi l'Upb nella sua audizione "la caduta delle entrate previste nel DEF rispetto a quanto riportato nella NTI (la nota tecnica illustrativa della Legge di bilancio, ndr) è pari a 52,3 miliardi nel 2020 e a 29,8 miliardi nel 2021 e concentrata su imposte e contributi sociali". Non è solo fredda contabilità. Il governo ha dovuto mettere in cantiere - e ancora dovrà farlo nei prossimi mesi - interventi senza precedenti, e molto costosi, per assicurare un reddito a chi non può lavorare e continuità di liquidità alle imprese. Una riduzione delle entrate per lo Stato significa ridurre ulteriormente i margini di manovra per lo Stato: meno soldi per sussidi, spese sanitarie o investimenti. Il governo sarà quindi costretto a ricorrere all'utilizzo di maggiore deficit, cioè chiedendo i soldi in prestito al mercato, per finanziare le proprie misure. Anche per questa operazione però il calo del Pil rischia di incidere in maniera determinante.
Se il Pil traccia un'infezione dell'economia, ci sono atteggiamenti che rischiano di alimentare il malessere. Soprattutto quando si parla di consumi delle famiglie e investimenti delle imprese, che sono guidati dalla fiducia rispetto alle prospettive economiche. Impressioni che rischiano di picchiare ai minimi termini. Secondo la Commissione europea, ad esempio, l'indice che misura la fiducia nell'economia del Vecchio continente è crollato ad aprile di 27,2 punti: non si era mai visto un contraccolpo così forte dal 1985. Se si guarda agli indici Pmi, che tastano il polso ai direttori agli acquisti delle aziende e quindi sono uno spaccato di quel che si percepisce a contatto con la produzione, nell'Eurozona siamo al punto più basso mai registrato sia per la manifattura che per i servizi. Cosa significa tutto questo? Lo ha ben sintetizzato Bankitalia nella sua audizione sul Documento di economia e finanza: "Tutti gli scenari indicano ripercussioni molto forti, che si estenderanno oltre il breve periodo; questa incertezza può pesare in maniera prolungata sugli investimenti e sui consumi. I tempi del recupero dipenderanno in primo luogo dall'evoluzione del contagio, ma un ruolo essenziale avrà l'efficacia delle politiche di sostegno". L'incertezza sul reddito (per i privati) e sul fatturato (per le aziende) certo non invoglia allo shopping sfrenato o all'acquisto di un nuovo macchinario che potrebbe servire per aumentare la produzione. Ed ecco dunque che rischiano di venire meno componenti importanti alla determinazione della ricchezza nazionale, il Pil appunto, alimentando la spirale al ribasso.
Il peso del denominatore e la tensione sul risparmio
C'è un altro aspetto che riguarda un Paese indebitato come l'Italia. Il Pil sta al denominatore del rapporto con il debito pubblico. Se quest'ultimo è spinto al rialzo dalla necessità di chiedere soldi al mercato per distribuire risorse a famiglie e aziende, il Prodotto in contrazione rende ancor più difficile il mantenimento dell'equilibrio dei conti. Ecco infatti le previsioni che vedono il rapporto debito/Pil indirizzato oltre il 155% alla fine di quest'anno. Questo apre a riflessioni sulla sostenibilità delle finanze pubbliche italiane, che per il momento godono della protezione Bce e hanno - come ripete il ministro Gualtieri - fondamenta più che solide. Ma le agenzie di rating stanno facendo già i loro conti, come dimostrato da Fitch che ha tagliato a sorpresa il giudizio sull'Italia. Queste revisioni possono generare tensioni sui mercati finanziari, in primo luogo sui Btp. Una diminuzione del loro valore ha impatti sia sui portafogli dei molti risparmiatori che li hanno acquistati in passato, sia sui bilanci delle banche che ne sono grandi detentori. Se il movimento diventa molto accentuato, queste possono incontrare maggiori difficoltà nella loro attività di erogazione del credito, potendo contare su patrimoni alle spalle meno solidi.