ROMA - "Dear Mr. Rosengren...". Succede che gli operai di una fabbrica prendano carta e penna e scrivano direttamente al ceo della multinazionale proprietaria dell'impianto, per scongiurarne la chiusura. Un ultimo, disperato tentativo che prova a toccare anche le corde umane di una vicenda, al momento, senza via di ritorno.
Innanzitutto i fatti: il 29 ottobre scorso Abb - gruppo svizzero dell'elettrificazione, della robotica, dell'automazione, presente in 100 Paesi (18 gli stabilimenti in Italia) e con 110mila addetti - comunica ai sindacati la decisione di chiudere il sito di Marostica (Vicenza) che produce canaline elettriche e scatole di derivazione. Lo stop significherà il licenziamento di 60 dipendenti diretti e di altri 40 tra precari, logistica, mense e pulizie.
Il motivo della scelta di Abb è lo stesso al quale ci hanno abituato da tempo le multinazionali presenti nel nostro Paese: nonostante il gruppo non abbia bilanci in sofferenza, con ordini in costante crescita, la fabbrica di Marostica viene considerata non strategica perché i costi fissi sono troppo alti e non viene garantita la marginalità prefissata. Dunque, si delocalizza.
"Molti di noi lavorano per questa società da oltre venti anni - scrivono gli operai al ceo di Abb, Bjorn Rosengren - ci sono coppie, donne single con figli, famiglie numerose, uomini e donne adulti ma troppo giovani per la pensione. In questo momento storico caratterizzato da una crisi pandemica che si aggiunge all'instabilità economica, non possono permettersi di perdere il posto di lavoro".
La lettera è sul tavolo di Rosengren, ma per ora non c'è risposta. A Marostica la attendono un centinaio di famiglie che all'orizzonte non intravedono il futuro.