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L'accordo globale sulle tasse: domande e risposte su come cambia il fisco per le multinazionali

(afp)
Dall'imposizione minima del 15% si aspetta un gettito di 150 miliardi di dollari, mentre la ridistribuzione degli imponibili tra i Paesi dove i colossi del tech operano effettivamente rimette in circolo 100 miliardi. Ma per alcuni osservatori le soglie sono troppo basse e il grosso delle risorse resterà ai Paesi ricchi
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MILANO - Meno vantaggi a spostare gli utili in Paesi dove le tasse sono basse o addirittura inesistenti, perché si fissa un livello comune sotto il quale non si può scendere. E maggior coerenza sul diritto a tassare i profitti, che viene legato con un nodo più serrato alle giurisdizioni dove gli affari vengono effettivamente generati. Sono questi i due principi-cardine dell'accordo sottoscritto in sede Ocse e atteso a un nuovo scatto avanti al G20 finanziario di Venezia sulla revisione delle regole per la tassazione globale delle multinazionali.

Perché c'è bisogno di rivedere i sistemi della tassazione?

Nella comunicazione dell'Organizzazione parigina c'è una riga che sintetizza la necessità di un aggiornamento delle regole del gioco: la nuova cornice di norme ha il compito di aggiornare elementi-chiave del sistema "centenario" di tassazione internazionale, che non è più adatto all'economia …

MILANO - Meno vantaggi a spostare gli utili in Paesi dove le tasse sono basse o addirittura inesistenti, perché si fissa un livello comune sotto il quale non si può scendere. E maggior coerenza sul diritto a tassare i profitti, che viene legato con un nodo più serrato alle giurisdizioni dove gli affari vengono effettivamente generati. Sono questi i due principi-cardine dell'accordo sottoscritto in sede Ocse e atteso a un nuovo scatto avanti al G20 finanziario di Venezia sulla revisione delle regole per la tassazione globale delle multinazionali.

Perché c'è bisogno di rivedere i sistemi della tassazione?

Nella comunicazione dell'Organizzazione parigina c'è una riga che sintetizza la necessità di un aggiornamento delle regole del gioco: la nuova cornice di norme ha il compito di aggiornare elementi-chiave del sistema "centenario" di tassazione internazionale, che non è più adatto all'economia digitalizzata e globalizzata del 21esimo secolo. Due sono i fattori che rendono evidente la necessità di una messa a punto. In primo luogo, la tassazione è diventata un fattore di competizione tra Paesi, che ha innescato (è in particolare la lamentela americana) una corsa al ribasso. L'aliquota globale era sopra il 40% negli anni Ottanta, ora è sotto il 25%. Ma, soprattutto, ci sono Paesi dove è a livello zero, e anche nelle giurisdizioni dove formalmente è più elevata le grandi multinazionali hanno la forza di sedersi al tavolo con le autorità fiscali per strappare condizioni ad hoc e di favore (i cosiddetti tax ruling).

Proprio le grandi aziende, in particolare quelli digitali (e qui la lamentela è più europea) di matrice americana, sono diventate sempre più abili a navigare tra le norme scrivendo i propri bilanci per minimizzare l'impatto del fisco sui conti. Il discorso vale ancora di più per quelle del web, dove non sono chiari i limiti di dove si sviluppi il business, che peso abbiano le sedi e i server, quanto siano veritieri gli spostamenti dei profitti tra le società degli stessi gruppi giustificati dal pagamento delle proprietà intellettuali a società regolarmente domiciliate in Paesi fiscalmente teneri. Proprio alla luce di questi sviluppi, soprattutto nel Vecchio continente da tempo sono nate singole iniziative di tasse digitali (Francia, Italia), che però dovranno esser abbandonate una volta definita la strategia a livello globale.

Cosa prevede l'accordo Ocse e chi ha aderito?

Il 1° luglio, 130 giurisdizioni hanno sottoscritto un nuovo accordo per riformare la tassazione internazionale e assicurare - nelle intenzioni dell'Organizzazione - che le imprese multinazionali paghino la giusta quota di imposizione laddove operano. La stragrande maggioranza dei Paesi, si calcola che pesi più del 90% del Pil mondiale, ha dunque dato il suo apporto. Il lavoro prevede ora uno snodo importante al G20 finanziario di Venezia della prossima settimana, poi servirà in autunno una nuova intesa tecnica in sede Ocse. L'obiettivo è andare a regime nel 2023, ma serviranno le singole apporovazioni nazionali. Come fattore politico importante, l'ultima intesa registra di avere imbarcato Paesi come Cina, India e Russia che hanno un fortissimo peso economico e la cui partecipazione non era scontata. A parte qualche caso - Nigeria, Perù, Kenya, St Vincent e Grenadine, Barbados, Sri Lanka - il tema sembra più divisivo per l'Europa, dove non hanno firmato Irlanda, Estonia e Ungheria.

Perché si parla di due pilastri differenti?

Per ovviare ai due problemi di cui sopra: stabilire un livello minimo di tassazione oltre il quale non si scende (e quindi fermare la concorrenza al ribasso tra Stati) e attribuire a ciascun Paese la giusta quota di imponibile delle multinazionali.

Il primo pilastro riguarda proprio la ridistribuzione del diritto a tassare i profitti delle maggiori multinazionali, incluse quelle digitali. Si tratta di riallocare la base imponibile ai Paesi dove questi grandi soggetti hanno la loro attività e generano profitto, indipendentemente dal fatto che abbiano lì una presenza fisica. Le multinazionali impattate sono quelle con un giro d'affari superiore ai 20 miliardi di euro e un rapporto tra utili ante imposte e ricavi superiore al 10%. La soglia dovrebbe scendere a 10 miliardi, in occasione della revisione del meccanismo prevista per il settimo anno dall'entrata in vigore. L'accordo prevede che, qualora la multinazionale derivi almeno 1 milione di affari da una giurisdizione (o 250mila euro nel caso dei Paesi minori con Pil sotto i 40 miliardi), quest'ultima possa tassarne una parte dei profitti. In particolare, verrà riallocato tra giurisdizioni il diritto a tassare una quota del 20-30% dei profitti in eccesso oltre il margine del 10%. Secondo le stime del Wsj, a queste condizioni sarebbero un centinaio le multinazionali interessate.

Il secondo pilastro cerca di limitare l'erosione della base imponibile e di stoppare la competizione al ribasso tra Paesi, introducendo un "global minimum corporate tax rate", un'aliquota fiscale minima globale sulle multinazionali da almeno 750 milioni di fatturato che faccia da 'scudo' per le decisioni fiscali delle singole giurisdizioni. La proposta avanzata è del 15%. In pratica, i Paesi dove hanno sede le grandi multinazionali avranno la facoltà di imporre un aliquota di almeno il 15% su tutte le filiali delle multinazionali che operano in nazioni diverse. Verrebbe così meno la convenienza a cercare di accasarsi in Paesi a bassa tassazione, rendendo più facile di contro per quelli ad alta tassazione un innalzamento delle aliquote (obiettivo di Biden) senza veder fuggire le imprese e raccogliendo così maggior gettito.

Quali sono le ricadute dell'accordo?

Non a caso, è soprattutto dal secondo pilastro che si aspetta il maggior impatto in termini di gettito, quantificato ora dall'Ocse nell'ordine dei 150 miliardi di dollari. Dall'altra parte, si rimetterebbero in discussione 100 miliardi di gettito che verrebbero spartiti diversamente tra i Paesi, andando soprattutto dagli Usa verso le nazioni dove i colossi tecnologici fanno affari.

Quali sono le critiche?

Secondo la Ong Oxfam, l'accordo non scalfisce affatto il problema delle diseguaglianze e in particolare per i Paesi poveri è un ricatto tra un accordo ingiusto o nessun accordo affatto. La tassa minima globale frutterà a G7 ed Europa i due terzi di gettito addizionale, mentre i Paesi più poveri si vedranno recapitate solo il 3% delle risorse. "Se sei una infermiera in Messico o un ambulante in Thailandia o una piccola impresa paralizzata dal Covid in Kenya, questo accordo non fa per te", è stata la reazione a caldo. Per gli attivisti, l'aliquota del 15% è insufficiente e diverse agenzie internazionali hanno ipotizzato livelli superiori: se si arrivasse al 25% le risorse per i 38 Paesi più poveri del mondo (dove abita quasi il 40% della popolazione) avrebbero 17 miliardi di dollari di risorse in più.

Per quel che riguarda l'impatto del primo pilastro, alcuni (la stessa Oxfam) hanno notato che un colosso come Amazon, che ha una marginalità inferiore al 10%, sarebbe escluso. Secondo l'ultimo accordo, però, sarebbe possibile far rientrare nelle soglie di calcolo del primo pilastro anche soltanto una 'divisione' delle multinazionali (nel caso del colosso fondato da Bezos, sarebbe Aws che si occupa di cloud) qualora le sue contabili siano evidenziate separatamente in bilancio. Sempre sul primo fronte, per ora sono esclusi i servizi finanziari e le attività estrattive: gli osservatori si aspettano una battaglia per allargare queste maglie, così come bisogna limare le regole per evitare i rischi di doppia imposizione e chiarire chi dovrà risolvere eventuali controversie.

Quali sono i punti da chiarire e i rischi?

"E' ovviamente un successo politico, prima di tutti degli Stati Uniti di Biden", spiega Antonio Tomassini, a capo del dipartimento sulla tassazione di Dla Piper. "E' stato definito un accordo 'storico', ma almeno dal 2018 l'Ocse stava lavorando su qualcosa di molto simile". Che fosse quindi necessario un nuovo impulso politico per arrivare al dunque, è evidente visto che i tecnici avevano da tempo nel radar problemi e possibili soluzioni. "Non a caso, in questi anni si sono susseguite una quarantina di iniziative locali, a partire dall'India per arrivare a Italia e Francia, di imposte digitali che sopperissero all'assenza di un accordo sovranazionale. La spinta di Biden, figlia della volontà di ribaltare la riforma fiscale di Trump, questa volta ha fatto la differenza".

Se la dipendenza dalla volontà politica rischia di esser mutevole, restano poi questioni tecniche da sciogliere di non poco conto. "In primo luogo, le riforme fiscali non si fanno con le aliquote ma con insiemi condivisi di regole. Posto che il 15% è una indicazione a effetto, bisogna capire - ed è questo il percorso più lungo e complesso - come omogeneizzare la base imponibile a cui applicare questo 15%. Alcuni autori americani suggeriscono di usare degli indicatori di bilancio (il RoE) che sono già uniformi per i principi contabili internazionali che utilizzano le grandi multinazionali", dettaglia ancora Tomassini.

Altro aspetto, quello procedurale. L'imposizione diretta è materia riservata ai parlamenti nazionali. "Perché gli stati possano aderire in maniera quasi-automatica, lo strumento ideale potrebbe essere una convenzione multilaterale (Mli) ai quali le singole giurisdizioni possano aderire", dettaglia l'avvocato. E i Paesi che si sono sottratti (per ora) all'accordo, avrebbero potere di veto? "No, perché una simile configurazione supererebbe il livello di adesione europea per diventare un testo globale al quale aderiscono i singoli Stati". Ma nel concreto, se l'Irlanda non aderisse potrebbe continuare ad essere terra d'elezione per le sedi delle multinazionali? "Se le principali economie fossero d'accordo a modificare il criterio della tassazione, spostandolo sul luogo dove si trovano i consumatori/utenti - risponde Tomassini - nei fatti i 'paradisi fiscali' verrebbero isolati. I grandi colossi vivono di un'economia aperta, non sarebbe per loro possibile radicarsi in un Paese dal fisco favorevole e manovrare i loro affari globali da lì". Per altro, di fronte a una simile ipotesi la risposta degli altri potrebbe ricalcare quanto ha messo sul tavolo Biden, con il piano Shield. In pratica, facendo leva sul grande mercato americano e sull'interesse internazionale a metterci piede, l'amministrazione Usa priverebbe i Paesi non aderenti del sistema di deduzioni fiscali legate all'operatività negli Stati Uniti. Praticamente, una minaccia: se non cooperate sulla tassazione minima, vi togliamo l'accesso al mercato più interessante del mondo.