G20, a Venezia gli ultimi nodi per la minimum tax globale: Amazon e Orban
dal nostro inviato Roberto Petrini , dal nostro inviato Roberto PetriniVENEZIA - Sarà un fine settimana in grado di imprimere una svolta ai rapporti di diplomazia economica tra i paesi e ad accantonare finalmente il fenomeno dei “paradisi fiscali”. Il G20 di Venezia che si avvia oggi con la presenza dei ministri dell’Economia e i governatori delle Banche centrali dei maggiori paesi del mondo comunque vada segnerà un passo in avanti: il ritorno al multilateralismo accantonato dall’era Trump e una nuova disciplina fiscale che farà parare le tasse agli “sfuggenti” giganti del web, anche loro inclusi nella dizione “multinazionali”, dopo trent’anni di Far West.
Per l’Italia, per Dr…
VENEZIA - Sarà un fine settimana in grado di imprimere una svolta ai rapporti di diplomazia economica tra i paesi e ad accantonare finalmente il fenomeno dei “paradisi fiscali”. Il G20 di Venezia che si avvia oggi con la presenza dei ministri dell’Economia e i governatori delle Banche centrali dei maggiori paesi del mondo comunque vada segnerà un passo in avanti: il ritorno al multilateralismo accantonato dall’era Trump e una nuova disciplina fiscale che farà parare le tasse agli “sfuggenti” giganti del web, anche loro inclusi nella dizione “multinazionali”, dopo trent’anni di Far West.
Per l’Italia, per Draghi, il ministro dell’Economia Daniele Franco, la direttrice del Dipartimento finanze del Mef, Fabrizia Lapecorella, è già un successo essere arrivati ad un passo dalla firma. Se poi la firma ci sarà senza intralci, come si prevede, il successo sarà ancora più marcato. A maggio a Roma, ancora “da remoto”, ci fu la prima intesa con l’apertura della nuova segretaria al Tesoro Usa Janet Yellen. Il G7 di giugno in Cornovaglia ha costituito un nuovo passo in avanti, finché nei giorni scorsi decisivo è stato il voto a favore a stragrande maggioranza dei paesi in sede Ocse, la sede tecnica “cabina di regia” della complessa regolamentazione che realizza in tandem politico con il G20.
Benché la questione abbia una complessità intrinseca, soprattutto in fase di costruzione, dal punto di vista dei risultati, di fatto già incassati dalla comunità internazionale, è piuttosto semplice. Alla global minimun tax saranno soggette le multinazionali con ricavi di almeno 20 miliardi di dollari e con un tasso di rendimento dei ricavi (tecnicamente: return of sales) del 10 per cento su scala globale. Come è noto oggi molte di questa multinazionali e web company hanno sede in paradisi fiscali o paesi con tassazione di favore: pagano aliquote basse dove hanno la sede centrale e non pagano niente nelle nazioni dove vendono i prodotti, cioè dove fatturano.
Il meccanismo prevede dunque di trasferire per così dire la base imponibile dalla casamadre ai paesi dove si fattura effettivamente. Il principio stabilito è che se la multinazionale o web company con 20 miliardi fatturato globali ha un tasso di rendimento del fatturato in un determinato paese sotto il 10 per cento non si fa nulla, c’è una franchigia. Sopra questa soglia del 10 per cento comincia a correre il totalizzatore: di ogni dollaro in più di return of sales il 20-30 per cento (sulla forchetta si dovrà decidere) diventa base imponibile per la tassa sui profitti del paese interessato (tecnicamente: paese market). Questo è quello che le intese chiamano il Pillar 1.
Il Pillar 2 è semplicemente l’aliquota alla quale il paese market tasserà i profitti della multinazionale o web company che fattura sul proprio territori. E’ stato già concordato che l’aliquota sarà del 15 per cento. Se un paese la terrà più bassa la nazione dove ha residenza fiscale la casamadre tasserà la differenza fino al raggiungimento del tetto del 15 per cento.
La base dell’intesa è già in tasca ai Venti, ma qualche problema politico ancora c’è. Il primo è quello dei “paradisi” europei che non ci stanno e che non hanno votato il protocollo Ocse: Irlanda, Estonia e l’Ungheria di Orban. Questi paesi hanno aliquote che vanno dal 9 al 12,5 per cento tanto è vero che in Irlanda ci sono le sedi di Google, Apple e Facebook. Fonti vicine al dossier dicono che alla fine questi paesi si accoderanno: certo l’Ungheria rappresenterebbe un vero e proprio caso. Il sovranista Orban combatte contro il capitalismo globalizzante e poi approfitta degli arbitraggi fiscali planetari.
L’altra questione è quella che, per comodità, potremmo definire il caso Amazon. Questa società ha certamente i 20 miliardi di fatturato global, ma non raggiunge quota 10 per cento rendimento del fatturato in molti paesi e dunque potrebbe rimanere fuori e cavarsela. La questione sta tutta in quello che i documenti della comunità internazionale definiscono segmentation: ovvero potrebbe accadere che in un paese dove la multinazionale delle consegne ha più del 10 e paesi dove ha meno. Un tema che potrebbe essere oggetto di analisi in sede tecnica.
Un’altra questione assai complessa riguarda il trasferimento, diciamo, dell’imponibile dal paese ex paradiso fiscale (ad esempio l’Irlanda) al paese che ha nuovi diritti di prelievo fiscale (metti l’Italia). Ebbene attualmente il gettito sui profitti dell’Irlanda è gonfiato perché lo incassa dal 12,5 per cento che preleva sulle casemadri dei giganti del web presenti sul suo territorio; invece il suo gettito market è basso perché il suo territorio è piccolo e ha pochi abitanti. Ecco, uno dei temi è come calcolare il diritto di gettito dei paesi ponderando market e casamadre.
Se si superano Orban, Amazon e la questione del gettito, l’intesa di Venezia sembrerebbe perfetta.