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Il Bitcoin resiste alla stretta cinese: e ora il mining si sposta in Canada e Kazakistan

(reuters)
Tra maggio e giugno le autorità di Pechino hanno prima fortemente limitato gli scambi in criptovaluta e poi proibito le attività di estrazione. Un'offensiva che dopo uno shock iniziale non ha compromesso le quotazioni della principale moneta digitale. E intanto i miners si sono spostati altrove
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MILANO - Doveva essere il colpo di grazia per il Bitcoin e alla fine per alcuni rischia di essersi rivelato persino un grande affare. La stretta cinese di fine maggio lanciata da Pechino alla fine non sembra avere impensierito più di troppo la principale criptovaluta in circolazione, che oggi vale circa il 43% del totale degli oltre duemila miliardi di dollari di asset digitali censiti da Coinkarketcap. 

Dopo essersi riaffacciata ieri a quota 50 mila dollari, sulla spinta dell'apertura da parte di PayPal del servizio di vendita, acquisto e custodia di criptovalute nel Regno Unito, la moneta digitale si è presa oggi una tregua dopo settimane di rialzi che l'hanno riportata ai livelli precedenti all'offensiva lanciata dal gove…

MILANO - Doveva essere il colpo di grazia per il Bitcoin e alla fine per alcuni rischia di essersi rivelato persino un grande affare. La stretta cinese di fine maggio lanciata da Pechino alla fine non sembra avere impensierito più di troppo la principale criptovaluta in circolazione, che oggi vale circa il 43% del totale degli oltre duemila miliardi di dollari di asset digitali censiti da Coinkarketcap. 

Dopo essersi riaffacciata ieri a quota 50 mila dollari, sulla spinta dell'apertura da parte di PayPal del servizio di vendita, acquisto e custodia di criptovalute nel Regno Unito, la moneta digitale si è presa oggi una tregua dopo settimane di rialzi che l'hanno riportata ai livelli precedenti all'offensiva lanciata dal governo cinese. Prima le autorità avevano impedito a banche e società di pagamenti di fornire servizi legati allo scambio di criptovalute, compresa la conversione in valute cosiddette Fiat, come euro o dollaro. Poi è arrivato il forte disincentivo trasformato rapidamente a giugno in un divieto vero e proprio alle attività di mining, cioè di estrazione delle valute, con le attività che sono state chiuse delle autorità cinesi.

Uno stop che ha inizialmente causato un duro colpo al Bitcoin, arrivato a scivolare fin sotto i 30 mila dollari all'inizio di agosto, ma che ha finito anche per ridisegnare la mappa mondiale dei miners. Come ricorda oggi il Financial Times l'addio cinese ha aperto la porta a molti nuovi Paesi. "Pensate alla media globale di produzione giornaliera di Bitcoin. La dimensione della torta resta la stessa, solo che i singoli minatori ora sono in grado di assicurarsi una fetta più grossa", ha spiegato al quotidiano Shane Downey, chief financial officer di Hut 8 Mining, una società con sede a Toronto, in Canada.

E proprio il Canada, insieme ad altri grandi produttori di energia rinnovabile come la Norvegia, è stato tra i grandi beneficiari dello stop cinese mentre in alcuni casi, ricorda ancora l'Ft, alcuni miner cinesi hanno preferito spostare fisicamente le proprie attrezzature verso Paesi vicini come Kazakistan e Mongolia, più tolleranti verso l'attività di estrazione di criptovalute.

Il mining di Bitcoin e altre criptovalute incide fortemente sul dispendio energetico del pianeta. Come sottolinea ancora il Financial Times, secondo il Cambridge Bitcoin Electricity Consumption index l'attività vale lo 0,4% del consumo complessivo mondiale e rappresenta da solo quanto il consumo totale di Paesi come Finlandia o Belgio. Nel caso del mining cinese, l'impatto ambientale era ancora più forte dal momento che una grossa fetta della produzione energetica del Paese si regge sulle centrali a carbone, tradizionalmente più inquinanti.