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Lavorare da qualsiasi posto, per sempre. Ma attenzione, il Fisco può non essere d'accordo

Airbnb ha lanciato una politica per spostarsi dove si vuole. Ma ha messo un limite di 90 giorni. "Probabile che sia per evitare le venga imputata la 'stabile organizzazione' in Paesi dove non è presente", spiega il tributarista Valdonio. I casi sono sempre più frequenti, cresce la richiesta di norme internazionali
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MILANO - Lavorare ovunque, su una spiaggia sarda o caraibica, per conto di un'impresa che ha sede chissà dove. Possibile? Piano, il Fisco può mettersi di mezzo tra questo sogno e la realtà. Come sappiamo la pandemia ha creato un picco di lavoro da casa, che ha via via assunto forme diverse. E' stato puro telelavoro all'inizio dell'emergenza sanitaria, quando i lavoratori hanno trasferito armi, bagagli e computer sul tavolo di casa per continuare a garantire l'operatività anche in lockdown.

Secondo l'Ocse, in Paesi come Australia, Francia o Regno Unito quasi il 50% delle persone ha "telelavorato" nel 2020. Ora che la pandemia non morde più, si entra nella fase strutturale: oltre 4 milioni di italiani, ad esempio, continueranno a usare lo smart working - stima il Politecnico di Milano - disciplinato dalle norme, con accordi aziendali e individuali e una impostazione fondamentalmente ibrida tra ufficio e fuori.

Nel fr…

MILANO - Lavorare ovunque, su una spiaggia sarda o caraibica, per conto di un'impresa che ha sede chissà dove. Possibile? Piano, il Fisco può mettersi di mezzo tra questo sogno e la realtà. Come sappiamo la pandemia ha creato un picco di lavoro da casa, che ha via via assunto forme diverse. E' stato puro telelavoro all'inizio dell'emergenza sanitaria, quando i lavoratori hanno trasferito armi, bagagli e computer sul tavolo di casa per continuare a garantire l'operatività anche in lockdown.

Secondo l'Ocse, in Paesi come Australia, Francia o Regno Unito quasi il 50% delle persone ha "telelavorato" nel 2020. Ora che la pandemia non morde più, si entra nella fase strutturale: oltre 4 milioni di italiani, ad esempio, continueranno a usare lo smart working - stima il Politecnico di Milano - disciplinato dalle norme, con accordi aziendali e individuali e una impostazione fondamentalmente ibrida tra ufficio e fuori.

Nel frattempo si è anche fatto strada un altro filone di pratiche aziendali, che è ancora più estremo rispetto allo smart working: quello del remote working, che scinde totalmente il nesso tra la prestazione e il luogo. E che abilita il sogno di stare al caldo mentre si lavora per un'azienda che ha sede al gelo. Qualche giorno fa ha fatto notizia l'annuncio di Airbnb, che da molti è stato letto come la possibilità di smart working da ovunque e per sempre. Ma attenzione, perché non è esattamente così: "C'è un problema fiscale, e ce ne accorgiamo dalla esplosione di richieste di delucidazioni da parte di aziende che devono gestire la domanda dei dipendenti di lavorare dove vogliono", spiega Marco Valdonio, partner dello studio legale tributario Maisto e Associati.

La stessa società delle case in affitto ha specificato nella sua mail ai dipendenti che da settembre potranno vivere e lavorare non 'per sempre' in smart, ma "da oltre 170 Paesi per un massimo di 90 giorni all'anno". E tra le righe si legge la complessità della materia: "Ciascuno avrà ancora bisogno di una residenza permanente per ragioni fiscali e retributive", spiega l'azienda, "ma siamo contenti di darvi questi livelli di flessibilità. Molte società non lo fanno a causa delle difficoltà con le tasse" e altri aspetti. "Nel momento in cui una società ha sede in un Paese, ipotizziamo anche banalmente in Germania, ma ha una serie di dipendenti che lavorano in modo permanente da un altro Paese in cui non ha una entità legale, si apre la possibilità che all'impresa sia imputata una "stabile organizzazione" nel Paese dove lavorano quelle persone - spiega Valdonio - E quindi a una possibile contestazione da parte del Fisco di quel Paese".

La scelta dei 90 giorni di Airbnb pare proprio indirizzata a evitare questi problemi: "A livello internazionale, per la fiscalità durante la fase del Covid è stata la stessa Ocse a suggerire un allentamento dei vincoli. Ma ora che torna la normalità e queste pratiche sono sempre più diffuse, in modo molto innovativo, il tema è assai dibattuto". Non è forse un caso che proprio dai dati Ocse emerga sia stato in Paesi quali Lussemburgo, Svizzera e Paesi Bassi che si sono registrati i tassi di crescita più alti di uso dello smart working, spia che essendo sedi di headquarter di multinazionali possono avere lasciato nei Paesi d'origine i loro collaboratori.

Senza contare che, al traino della questione fiscale, si allineano anche gli aspetti contributivi, di assicurazione e sicurezza sul lavoro e via dicendo. Per l'esperto è dunque opportuna una valutazione complessiva della materia, in sede internazionale, anche perché i limiti si impongono non solo a chi volesse venire in Italia (come si auspica da alcuni nostri territori): "Valgono anche per le società italiane che avessero dipendenti che lavorano fuori. Se un lavoratore italiano sposasse una persona nel Kent, e volesse andare a vivere e lavorare da lì, aprirebbe un problema di complessità importante".