Marcegaglia: "Solo un tetto europeo al prezzo del gas può evitare la recessione"
di Filippo Santelli , di Filippo SantelliROMA - «Siamo in un momento paragonabile alla crisi dell’euro del 2010 o alla pandemia. Servono misure urgenti sui prezzi dell’energia a livello europeo o il mercato unico rischia di rompersi e la recessione sarà inevitabile, con conseguenze di lungo periodo». Emma Marcegaglia, ex presidente di Confindustria ed Eni, guida il gruppo siderurgico di famiglia insieme al fratello Antonio.
Gli industriali del Nord parlano del rischio di “desertificazione industriale”. Condivide?
«Sì. Questi prezzi dell’energia, per un Paese manifatturiero come l’Italia, non sono sostenibili. Le nostre imprese devono competere con quelle americane, che pagano sette volte meno, ma anche con spagnole e francesi, che hanno prezzi calmierati. I rischi di non stare sul mercato, e di chiudere, sono concreti. Questo si aggiunge all’allarme povertà per le famiglie: bisogna agire subito».
Come? La Germania ha aperto a un tetto eu…
ROMA - «Siamo in un momento paragonabile alla crisi dell’euro del 2010 o alla pandemia. Servono misure urgenti sui prezzi dell’energia a livello europeo o il mercato unico rischia di rompersi e la recessione sarà inevitabile, con conseguenze di lungo periodo». Emma Marcegaglia, ex presidente di Confindustria ed Eni, guida il gruppo siderurgico di famiglia insieme al fratello Antonio.
Gli industriali del Nord parlano del rischio di “desertificazione industriale”. Condivide?
«Sì. Questi prezzi dell’energia, per un Paese manifatturiero come l’Italia, non sono sostenibili. Le nostre imprese devono competere con quelle americane, che pagano sette volte meno, ma anche con spagnole e francesi, che hanno prezzi calmierati. I rischi di non stare sul mercato, e di chiudere, sono concreti. Questo si aggiunge all’allarme povertà per le famiglie: bisogna agire subito».
Come? La Germania ha aperto a un tetto europeo al prezzo del gas...
«Il tetto europeo è la soluzione più utile per evitare che l’Europa si frantumi, l’unica strutturale. Si parla anche di separazione tra prezzi dell’elettricità e del gas, una misura positiva ma che sarebbe comunque penalizzante per l’Italia, perché siamo il Paese con la quota più alta di produzione di energia da metano».
Con il tetto i Paesi produttori non andrebbero a vendere altrove?
«Putin fa un uso politico dell’energia. Le forniture sono già al 20%, se decidesse di azzerarle lo farebbe indipendentemente dal prezzo. Quanto agli altri fornitori, l’Europa come acquirente unico avrebbe un potere significativo, che le permetterebbe di imporsi, specie ai Paesi connessi via tubo come l’Algeria. Certo, il tetto non va messo a 50 euro, ma già i 150 di cui si parla, contro i 300 attuali, sarebbe un prezzo altissimo».
Finora l’Europa si è sempre divisa, con i Paesi in ordine sparso a caccia di gas. Cosa le fa pensare che questa volta l’accordo si trovi?
«Questa concorrenza ha contribuito ad alzare i prezzi. Ma qui parliamo di sopravvivenza del mercato unico, ci sono tensioni sociali in tutta Europa: la gente non capirebbe una non decisione, magari per tutelare gli introiti dell’Olanda. Nel frattempo una delle cose che si possono fare in Italia, anche velocemente, è distribuire a prezzi calmierati alle imprese energivore e alle famiglie l’elettricità che il Gse compra dai produttori rinnovabili».
Lo spettro razionamenti non è scongiurato. Il presidente di Confindustria Bonomi ha chiesto di tutelare le imprese. Devono tagliare solo le famiglie?
«Il piano di riduzione dei consumi va fatto per tutti, imprese e famiglie. Guardi, con questi prezzi le imprese i risparmi li faranno comunque. Nei nostri stabilimenti stiamo analizzando linea per linea come risparmiare, cosa produrre di notte. Ma Bonomi ha ragione: le aziende vanno preservate, perché le chiusure vorrebbero dire cassa integrazione e ulteriore emergenza sociale».
Sono mesi che le aziende denunciano prezzi insostenibili, eppure i dati su fatturato e utili raccontano che hanno tenuto, magari scaricando i prezzi sui consumatori. Continueranno?
«L’industria italiana è stata brava a rimanere competitiva in condizioni veramente difficili, più di Francia e Germania. Il primo semestre è stato buono, ma il contesto è cambiato completamente. C’è un rallentamento complessivo della domanda globale, dagli Stati Uniti alla Cina, adeguare i prezzi non è più possibile».
Dalla tassa sugli extraprofitti il governo si aspettava di incassare oltre 10 miliardi, le aziende energetiche ne hanno versato uno, con una valanga di ricorsi...
«Se la legge dice che bisogna pagare una tassa, bisogna pagarla. Poi eventualmente, se la si considera ingiusta, si fa ricorso».
Nell’ipotesi che il tetto europeo non arrivi, l’emergenza giustifica uno scostamento di bilancio?
«Uno scostamento in un momento del genere, con tassi e spread in rialzo, sarebbe pericoloso. Ma senza soluzioni europee bisognerebbe ragionarci».
Come giudica questa campagna elettorale?
«Dopo la decisione irresponsabile di far cadere il governo Draghi, vedo una campagna in cui manca del tutto una visione del Paese. Non sono naif, so come funziona, ma il Pnrr e l’agenda di riforme sono scomparsi. Il rischio è buttare via tutto, in mezzo a una tempesta perfetta».
Il centrodestra è guidato da due partiti che hanno costruito il proprio consenso con posizioni sovraniste e antieuropee. La preoccuperebbe al governo?
«Chiunque governerà dovrà onorare i nostri vincoli con l’Europa, riconoscere il sistema di regole comuni. Possiamo immaginare che non rispetti gli impegni a cui sono legati i fondi del Pnrr? Sarebbe folle. E anche lo scudo antispread della Bce è legato a una serie di criteri di bilancio. Questi vincoli esterni, che sono positivi, andranno rispettati da chiunque vinca le elezioni».
Giorgia Meloni promette una maggiore difesa delle aziende italiane da quelle straniere. Può sedurre qualche industriale?
«L’Europa ragiona di autonomia e nel contesto di una sfida tra Stati Uniti e Cina, per non venire schiacciati, c’è bisogno di tutele strategiche. Ma restando aperti. Nella storia italiana autarchia e isolazionismo hanno sempre portato male, siamo un Paese esportatore, in crisi demografica, per cui tutte le potenzialità di crescita sono fuori. Tutti gli imprenditori la pensano così».
Tra i dossier incompiuti di Draghi c’è il tavolo sui salari, che doveva riaprire il dialogo tra industriali e sindacati. Se non lui, chi ce la può fare?
«Va riaperto, è fondamentale discutere di salari e produttività. Anche di salario minimo, che non è un problema nell’industria, dove sono tutti sopra i 9 euro, ma può servire in altri settori per evitare abusi».