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Petrolio, Russia e Opec+: ecco perché Biden minaccia di non vendere più armi ai sauditi

Il presidente Joe Biden, con il principe saudita Mohammad din Salman 
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ROMA - Il presidente Joe Biden non può fare a meno dell'Arabia Saudita, perché è un Paese fondamentale negli equilibri della regione mediorientale, oltre a essere un nemico "storico" dell'Iran. Ma allo stesso tempo, il regno guidato dal principe Mohammed bin Salman non è più un alleato affidabile per la Casa Bianca, perché sta sempre più giocando una partita in proprio. E dal punto di vista dei rapporti economico-commerciali, guarda in modo crescente alla Cina, con cui ha stretto ormai un rapporto che si basa sullo scambio di energia (petrolio, soprattutto, e gas) per nuova tecnologia.

Inoltre, l'Arabia continua a fare cartello con la Russia per tenere alto il prezzo del greggio, con i cui proventi il Cremlino finanzia la sua guerra all'Ucraina. Posizioni che gli Usa non possono tollerare, arrivando negli ultimi giorni a minacciare direttamente i sauditi di bloccare la vendita delle armi necessarie, tra l'…

ROMA - Il presidente Joe Biden non può fare a meno dell'Arabia Saudita, perché è un Paese fondamentale negli equilibri della regione mediorientale, oltre a essere un nemico "storico" dell'Iran. Ma allo stesso tempo, il regno guidato dal principe Mohammed bin Salman non è più un alleato affidabile per la Casa Bianca, perché sta sempre più giocando una partita in proprio. E dal punto di vista dei rapporti economico-commerciali, guarda in modo crescente alla Cina, con cui ha stretto ormai un rapporto che si basa sullo scambio di energia (petrolio, soprattutto, e gas) per nuova tecnologia.

Inoltre, l'Arabia continua a fare cartello con la Russia per tenere alto il prezzo del greggio, con i cui proventi il Cremlino finanzia la sua guerra all'Ucraina. Posizioni che gli Usa non possono tollerare, arrivando negli ultimi giorni a minacciare direttamente i sauditi di bloccare la vendita delle armi necessarie, tra l'altro, alla guerra che dal 2015 portano avanti nello Yemen.

E' questo il quadro che emerge dopo l'ultimo scontro tra Washington e il governo di Riad. In realtà, lo scontro sarebbe con l'Opec+, lo storico cartello dei maggiori produttori di greggio, dove il segno più - da una decina di anni a questa parte - corrisponde alla Russia. Non solo i sauditi hanno deciso di "guidare" il mercato del petrolio (e le relative quotazioni) a braccetto con Vladimir Putin, forti del fatto di essere due dei primi tre produttori al mondo (oltre agli Usa). Ma da quando l'economia è tornata a crescere dopo la fine dei lockdown a livello globale, l'Opec+ ha riaperto i rubinetti del greggio con molta persimonia e sempre con l'obiettivo di non far scendere le quotazioni sui mercati finanziari sotto una certa soglia. Di fatto, mantenendolo sempre sopra i 70 dollari e e sostenendolo oltre gli 80 dollari da inizio 2022.

Tutto questo nonostante, le cancellerie di tutto il mondo abbiamo fatto pressione sull'Opec+ per aumentare la domanda, far calare il prezzo e non contribuire alla crescita dell'inflazione: dal momento in cui la Russia ha invaso l'Ucraina, solo una volta hanno accettato l'invito per far crescere la produzione. Con il sospetto che i sauditi abbiano accettato solo perché la richiesta è arrivata durante la visita ufficiale del presidente Biden al principe bin Salman, la prima dopo le polemiche per l'omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, con la Cia convinta che il mandante sia proprio da ricercare ai vertici del regno saudita. Un vertice che avrebbe dovuto mandare in archivio accuse e sospetti.

Invece, non appena il prezzo del greggio è tornato a scendere sotto gli 80 dollari, per qualche giorno a fine settembre, l'Opec+ ha subito deciso di diminuire la produzione di greggio: il 5 ottobre scorso, ha deciso di tagliare la produzione di greggio di due milioni al giorno. La più grande riduzione decisa dal cartello dal 2020, quando a causa della pandemia aveva optato per un taglio di 10 milioni di barili al giorno.

Non proprio immediata la reazione della Casa Bianca. All'indomani della decisione Biden ha parlato di "scelta miope". E solo ieri è arrivata a minacciare direttamente e con forza l'Arabia Saudita: "Reagiremo e passeremo all'azione, sono in corso consultazioni", ha dichiarato ieri il presidente Joe Biden, rispondendo alla domanda di un giornalista che chiedeva un commento riguardo l'intenzione di alcuni Democratici di fermare la vendita di armi ai sauditi e sospendere la cooperazione militare, dopo il taglio alla produzione di petrolio in sinergia con la Russia. Minacce non proprio chiarissime, su tempi e modalità.

Ma l'iniziativa americana potrebbe spostare gli equilibri geopolitici ancora più a Oriente. E spingere sia sauditi che russi sempre di più verso la Cina. Secondo gli ultimi dati dell'Amministrazione generale delle dogane del colosso asiatico, l'Arabia Saudita è tornata a essere il principale esportatore di greggio verso i porti controllati da Pechino: ad agosto, le sue vendite sono aumentate del 28% rispetto a luglio, superando così per la prima volta in quattro mesi proprio la Russia.

Questo spiega sia il fatto che Riad non sembra, al momento, molto preoccupata delle minacce americane. E perché il Fondo monetario internazionale prevede una contrazione economica per la Russia nel 2022 e nel 2023 inferiore rispetto alle previsioni di luglio. E' previsto - secondo il Fmi - un -3,4% quest'anno e un -2,3% nel 2023, in rialzo di 2,6 e 1,2 punti percentuali rispetto a tre mesi fa e di 5,1 punti per il 2022 rispetto alle previsioni di sei mesi fa (invariata la previsione per il 2023).

Succede perché il petrolio, anche nel 2023, continuerà a sostere le casse del Cremlino (e continuerà a finanziare la guerra), grazie ai prezzi che vengono mantenuti elevati grazie alla politica dell'Opec+. Diverso il discorso per il gas: è vero che l'anno in corso si chiuderà con entrate record per Gazprom (100 miliardi solo dai paesi Ue, nonostante la riduzione drastica delle forniture), ma Bruxelles nei prossimi 12 mesi conta di azzerare l'import dai gasdotti russi. E le esportazioni di Mosca verso l'Asia, di cui la metà in cità, non vanno al meomento oltre i 40-45 miliardi. Ma finchè c'è il petrolio, i conti per Putin continueranno a essere positivi.