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Landini sfida Meloni: “Distanze profonde. Ora sciopero unitario”

Il segretario Cgil rieletto col 94% dei voti indossa la felpa rossa e annuncia barricate contro il nuovo fisco. La premier gli aveva detto: “Tu rappresenti una parte, io il Paese”
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RIMINI - Alla fine è standing ovation, tutti in piedi i 986 delegati del Palacongresso di Rimini, ad acclamare il segretario generale rinnovato per altri quattro anni alla guida del più grande sindacato d'Italia, con 5,2 milioni di iscritti. Maurizio Landini incassa il 94,2% dei voti della nuova assemblea generale, il parlamentino Cgil a sua volta eletto dai delegati: 243 favorevoli, solo 15 contrari, meno di quelli dei peluche che giovedì sono usciti cantando Bella Ciao mentre la premier Giorgia Meloni saliva sul palco, prima premier da 27 anni ad una assise Cgil.

È finito così, dopo quattro giorni, il XIX Congresso del sindacato rosso. Il nuovo segretario è lo stesso di prima, ma per la chiusura rimette su la felpa rossa - dopo la giacca e cravatta, pure rossa, del giorno di Meloni - come ai vecchi tempi quando guidava i metalmeccanici della Fiom. È il segnale di quello che la Cgil vuol diventare da ieri: "Il sindacato del …

RIMINI - Alla fine è standing ovation, tutti in piedi i 986 delegati del Palacongresso di Rimini, ad acclamare il segretario generale rinnovato per altri quattro anni alla guida del più grande sindacato d'Italia, con 5,2 milioni di iscritti. Maurizio Landini incassa il 94,2% dei voti della nuova assemblea generale, il parlamentino Cgil a sua volta eletto dai delegati: 243 favorevoli, solo 15 contrari, meno di quelli dei peluche che giovedì sono usciti cantando Bella Ciao mentre la premier Giorgia Meloni saliva sul palco, prima premier da 27 anni ad una assise Cgil.

È finito così, dopo quattro giorni, il XIX Congresso del sindacato rosso. Il nuovo segretario è lo stesso di prima, ma per la chiusura rimette su la felpa rossa - dopo la giacca e cravatta, pure rossa, del giorno di Meloni - come ai vecchi tempi quando guidava i metalmeccanici della Fiom. È il segnale di quello che la Cgil vuol diventare da ieri: "Il sindacato del fare", dice Landini. Il sindacato che parla ai giovani: quasi la metà non si iscrive "perché non sa cosa fa il sindacato", svela un'indagine della Fondazione Di Vittorio presentata ieri. Il sindacato che parla alle partite Iva e ai nuovi lavori, quelli governati dall'algoritmo che prima o poi andrà contrattato.

"Il lavoro crea il futuro" era lo slogan del Congresso. Ma il futuro raccontato giovedì dalla premier Meloni alla Cgil non piace: la delega fiscale, l'autonomia differenziata, il no al salario minimo legale, il taglio secco al Reddito di cittadinanza, la precarietà e le pensioni mai citate.


"Lo diciamo in modo chiaro al governo, alle forze politiche alle controparti", urla Landini a chiusura del discorso finale, poco più di un'ora contro le due abbondanti di apertura del Congresso. "Noi non ci fermeremo e non accettiamo che sia il lavoro a pagare per tutti. Di cosa abbiamo paura, cosa dovremmo perdere? Le pensioni che non abbiamo, la precarietà, il salario che non ci fa arrivare a fine mese? Non so come andrà a finire. Ma se non fai nulla, hai già perso".

Qualcosa succederà. Di sicuro la mobilitazione con Cisl e Uil. Ma Landini va oltre, pensa già - e lo dice - allo sciopero generale. "Ringrazio la premier per la sua presenza qui, un atto di rispetto e riconoscimento", ripete più volte. "Ma le distanze sono profonde e consistenti. Non ci sono spazi di discussione, il sindacato è messo ai margini, escluso da ogni forma di trattativa. Anche quando si parla di Irpef versata per il 94% da lavoratori dipendenti e pensionati che noi rappresentiamo. Ecco perché siamo pronti a ogni forma di mobilitazione che non esclude nulla, neanche lo sciopero".

Non era scontato. Specie dopo il non breve faccia a faccia di 40 minuti tra Landini e Meloni di giovedì, alla fine dell'intervento della premier, in una saletta riservata del Palacongressi che faceva presagire un innesco di dialogo. Cordialità e franchezza, certo. Ma quel confronto non è andato bene. Il segretario le ha ribadito che il fisco per il sindacato è "la madre di tutte le battaglie" perché impatta sul welfare, sulla sanità, sulla scuola, sui servizi pubblici. E che la flat tax è "inaccettabile", perché scardina la progressività costituzionale.

La premier invece ha tenuto il punto, ha insistito, illustrando i punti salienti, provando quasi a convincerlo che in quella riforma "c'è molto di buono per i lavoratori e i redditi bassi". Due posizioni che più distanti non si può. Ecco quindi "lo sciopero", per il metodo e nel merito. Un sindacato che non negozia non ha motivo di esistere, insiste Landini. "Voi rappresentate una parte, io il Paese", tira dritto la premier. "La ricchezza la crea l'impresa", dice Meloni. "No, la ricchezza la crea il lavoro", ribatte Landini.

"Nel giorno dell'Unità d'Italia, della Costituzione, dell'inno, della bandiera vi garantisco un ascolto serio, senza pregiudizi", apre Meloni. "Invoca l'unità nazionale il 17 marzo, ma poi il 18 e 19 vuole l'autonomia differenziata che spacca il Paese", le risponde Landini. "L'assalto di esponenti dell'estrema desta alla Cgil è stata violenza politica", riconosce Meloni. "Allora sciogliete tutte le forze che si richiamano al fascismo", si accende Landini.

Un dialogo tra sordi. Differenze che possono solo crescere.