Le tre ricette possibili per First Repubblic e la crisi delle banche americane
dal nostro corrispondente Paolo Mastrolilli , dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliJP Morgan Chase, per trovare nell’immediato i capitali in contanti necessari a non fallire; Lazard, per individuare le opzioni strategiche di medio e lungo termine, inclusa la vendita; McKinsey, per tracciare le linee della struttura da adottare dopo la crisi, nella benevola prospettiva di riuscire a sopravvivere. A giudicare dall’elenco dei dottori accorsi al capezzale della banca californiana First Republic, secondo le notizie riportate dal Wall Street Journal, uno può sentirsi autorizzato ad avvertire due sensazioni diametralmente opposte. La prima è certamente quella del sollievo, perché quando hai intorno specialisti di questo calibro, è naturale sperare di avere ancora un futuro. La seconda però è il terrore puro, perché quando hai intorno specialisti di questo calibro, significa che devi essere proprio un caso disperato.
JP Morgan Chase, per trovare nell’immediato i capitali in contanti necessari a non fallire; Lazard, per individuare le opzioni strategiche di medio e lungo termine, inclusa la vendita; McKinsey, per tracciare le linee della struttura da adottare dopo la crisi, nella benevola prospettiva di riuscire a sopravvivere. A giudicare dall’elenco dei dottori accorsi al capezzale della banca californiana First Republic, secondo le notizie riportate dal Wall Street Journal, uno può sentirsi autorizzato ad avvertire due sensazioni diametralmente opposte. La prima è certamente quella del sollievo, perché quando hai intorno specialisti di questo calibro, è naturale sperare di avere ancora un futuro. La seconda però è il terrore puro, perché quando hai intorno specialisti di questo calibro, significa che devi essere proprio un caso disperato.
La vittima First Republic
Da quando il 10 marzo scorso è fallita la Silicon Valley Bank, per lo scellerato errore di investire la maggior parte dei depositi dei clienti in titoli del Tesoro - che hanno perso valore quando la Federal Reserve ha iniziato ad alzare il costo del denaro per contrastare l’inflazione - tutti gli occhi degli addetti ai lavori si sono puntati sulle potenziali prossime vittime. First Republic, che al 31 dicembre 2022 era la quattrodicesima banca americana con 212 miliardi di dollari di asset, ha attirato l’attenzione per affinità. Non ha la stessa struttura di Svb, dedita soprattutto a finanziare le start up e le compagnie digitali, che quando il settore tirava depositavano capitali molto superiori ai 250.000 dollari assicurati dalla Federal Deposit Insurance Corporation, però ci sono paralleli inquietanti. Il primo è che due terzi dei depositi affidati dai clienti alla First Republic Bank non sono garantiti dallo stato, e quindi se fallisse non verrebbero rimborsati, diffondendo il panico preventivo fra chi sa che rischierebbe di perdere tutto. Il secondo è che anche questo istituto aveva investito una larga parte dei suoi capitali in titoli del Tesoro che fino al marzo dell’anno scorso sembravano botti di ferro, ma hanno perso molto valore da quando la Federal Reserve ha inziato ad alzare i tassi. Risultato: secondo Moody’s le minusvalenze non realizzate nel portafoglio degli investimenti di First rappresentano il 37,7% dei contanti e titoli messi da parte per assorbire eventuali perdite. Non è difficile capire che se fosse necessario venderle, in caso di bisogno, la banca sarebbe costretta ad accettare un forte passivo, col rischio di non recuperare abbastanza capitali per rispondere ad una eventuale corsa agli sportelli. Infine il gap tra passività e cespiti viene stimato fra 9,4 miliardi e 13,5 miliardi.
Come evitare altre crisi con la cordata
In queste condizioni, si capisce perché dall’inizio della crisi innescata da Svb i clienti di First abbiano ritirato circa 70 miliardi di dollari, ossia grosso modo il 40% del totale dei depositi. Tutto ciò ha avuto un effetto devastante sul titolo della banca, che ha bruciato in poche settimane il 90% del suo valore. Per evitare che si ripeta un fallimento come quello della Silcon Valley Bank, rischiando un effetto contagio che minaccerebbe di travolgere l’intero sistema bancario americano, il 16 marzo scorso Jp Morgan Chase ha guidato una cordata di undici banche americane, che sotto la regia del dipartimento al Tesoro e della Federal Reserve ha depositato 30 miliardi di dollari nelle casse di First. La logica di questa operazione era abbastanza stringente. La maggior parte dei 70 miliardi di depositi fuggiti dall’istituto californiano era finita in queste altre banche più grandi e sicure, che quindi non hanno fatto altro che restituirli al legittimo proprietario.
Il problema è che questa boccata d’ossigeno, anche se ha evitato la ripetizione del collasso di Svb, non ha risolto il problema, perché il buco c’è e se scattasse la corsa agli sportelli diventerebbe difficile sopravvivere. E poi comunque bisogna immaginare e costruire un futuro diverso, perché così non si può andare avanti a lungo. Da qui la convocazione dei tre medici, che stanno concordando la terapia, insieme alle autorità di controllo del governo federale. La prima ipotesi è quella di raccogliere nuovi capitali per tirare avanti, ma i potenziali investitori sono scettici. Perché ad esempio il Net interest margin (Nim), ossia la differenza tra quanto la banca incassa attraverso prestiti che fruttano interessi, e quanto paga per le sue passività, non è per nulla incoraggiante.
Un’altra ipotesi quindi è quella di fare cassa vendendo parti del proprio business, ad esempio alleggerendo il portafoglio dei prestiti. Così si cercherebbe di rimediare almeno in parte al buco. Poi ovviamente c’è la soluzione principe della vendita ad un’altra banca più solida, come quella praticata da Ubs con Credit Suisse, che però negli Usa era già fallita nel caso della Silicon Valley Bank. First riuscirà a trovare generosi acquirenti, prima di finire pure lei con le gambe all’aria? La sperenza dei tre dottori, del Tesoro e della Fed, è di vincere questa corsa contro il tempo. Prima che un altro collasso metta a rischio la tenuta dell’intero sistema bancario americano.