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"Ridurre il rischio Cina, ma senza divorziare": su Pechino l'Europa ha una strategia a metà

Il presidente cinese Xi Jinping e quello francese Macron visitano la residenza del governatore della provincia del Guangdong, dove ha vissuto il padre del leader comunista, Xi Zhongxun (afp)
L'Unione sta ripensando i rapporti con il Paese con l'obiettivo di curare la propria dipendenza industriale dal Dragone in alcuni settori chiave. La sfilata di leader da Xi Jinping mostra però che non riesce ancora a trovare una voce comune. Le pressioni degli Stati Uniti e le indecisioni di Berlino
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ROMA - “De-risking” senza “de-coupling”. Cioè ridurri i rischi legati ai rapporti economici con Pechino, senza però divorziare. La strategia dell’Europa sulla Cina ha un bel titolo, messo di recente nero su bianco dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, ma uno svolgimento tutto da scrivere. E molto problematico. Perché da un lato l’alleato americano preme perché il Vecchio Continente si allinei al contenimento tecnologico – e non solo – del Dragone, che prevede anche di riportare a casa ampi pezzi di produzione industriale delocalizzati a Oriente. E dall’altro c’è la calamita del mercato cinese, a cui quasi nessun Paese è pronto a rinunciare, come testimoniano nelle ultime settimane le visite in serie dei leader europei alla corte di Xi Jinping, ognuno con la sua agenda e il suo messaggio. Proprio la missione di Emmanuel Macron e Ursula von der Leyen a Pechino, solo i…

ROMA - “De-risking” senza “de-coupling”. Cioè ridurri i rischi legati ai rapporti economici con Pechino, senza però divorziare. La strategia dell’Europa sulla Cina ha un bel titolo, messo di recente nero su bianco dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, ma uno svolgimento tutto da scrivere. E molto problematico. Perché da un lato l’alleato americano preme perché il Vecchio Continente si allinei al contenimento tecnologico – e non solo – del Dragone, che prevede anche di riportare a casa ampi pezzi di produzione industriale delocalizzati a Oriente. E dall’altro c’è la calamita del mercato cinese, a cui quasi nessun Paese è pronto a rinunciare, come testimoniano nelle ultime settimane le visite in serie dei leader europei alla corte di Xi Jinping, ognuno con la sua agenda e il suo messaggio. Proprio la missione di Emmanuel Macron e Ursula von der Leyen a Pechino, solo in parte congiunta, ha rappresentato plasticamente questa diversità di vedute: lei più dura nel condannare la vicinanza tra Xi e Putin, lui disposto ad accreditare il leader cinese come mediatore di pace, e con la consueta schiera di capi azienda al seguito pronti a siglare contratti miliardari.

Dipendenze da curare

Che un “disaccoppiamento” sia impossibile, per l’Europa ma in fondo anche per gli Stati Uniti, sono i numeri a dirlo. La Cina è il secondo partner commerciale dell’Unione dietro agli Usa, con un interscambio che lo scorso anno è ulteriormente lievitato a 856 miliardi di dollari. La Repubblica popolare è il primo fornitore di merci all’Europa, beni di consumo, ma anche materie prime e fondamentali semilavorati per l’industria, e il terzo mercato per il suo export, dopo Stati Uniti e Regno Unito. “Derisking” significa individuare cosa in quei flussi commerciali può rappresentare un fattore di dipendenza e di vulnerabilità. Le terre rare, minerali chiave per le tecnologie verdi, sono un chiaro esempio. L’Europa dipendente per il 90% dalla Cina in quell'importazione decisiva per i suoi obiettivi di transizione energetica, e non a caso la Commissione ha proposto un Critical Raw Materials Act, un pacchetto che vuole aumentare la quota domestica di estrazione, riciclo e produzione di terre rare e altre materie prime strategiche, come litio e cobalto. Questi stessi materiali sono quelli per cui Bruxelles sta negoziando con gli Stati Uniti un accordo di libero scambio, in modo che le aziende comunitarie non siano escluse dai maxi incentivi per la transizione messi in campo da Biden. E il cui obiettivo è proprio de-sinicizzare la filiera globale delle tecnologie verdi.

Il trattato interrotto

E' già da qualche anno che l'Europa ha iniziato a riconsiderare il suo rapporto con la Cina, di fronte alla deriva autoritaria e alla crescente assertività globale del regime. Dopo il boom di investimenti cinesi registrato nel Vecchio continente alla metà del decennio scorso, che hanno portato capitali rosso comunista in grandi aziende dei robot, come la tedesca Kuka, o nelle reti energetiche italiane, Bruxelles e i vari giverni hanno progressivamente alzato le difese, tra screening e golden power. Dal record di 46 miliardi di euro del 2016, gli investimenti cinesi in Europa sono crollati, tenendosi sia nel 2020 che nel 2021 ben sotto i 15 miliardi. Così come si sono molto ridotti anche gli investimenti europei in Cina. Nel 2019 Bruxelles ha per la prima volta definito la Cina un "rivale sistemico", oltre che un partner e un concorrente. E in mezzo a crescenti tensioni diplomatiche, prima su Hong Kong e poi sugli uiguri, è naufragato anche il Cai, il trattato bilaterale sugli investimenti a cui Bruxelles e Pechino lavoravano da anni e su cui alla fine del 2020 avevano raggiunto un accordo di massima. Quando la Cina ha sanzionati una serie di esponenti del Parlamento europeo, la ratifica del trattato, che avrebbe in teoria dovuto assicurare parità di trattamento alle aziende europee e a quelle cinesi nell’accesso ai rispettivi mercati, è finita su un binario morto. Il resto lo ha fatto il tacito supporto di Xi all'invasione dell'Ucraina da parte di Putin. Nonostante nelle ultime settimane i rapporti si siano un po' riscaldati, l’Europa ha messo in chiaro che il riavvicinamento prevede condizioni diverse, un nuovo paradigma. La "fine dell'ingenuità" per usare le parole di Macron.

L'ambiguità tedesca

La definizione di una nuova politica europea verso la Cina si scontra però prima di tutto con le indecisioni – o secondo alcuni le ambiguità – della Germania. Anche qui i numeri spiegano molto: dei 230 miliardi di export Ue verso la Repubblica Popolare, quasi la metà, 107 miliardi di euro, sono di aziende tedesche. La Cina è un mercato vitale per grandi gruppi del Paese, per l’automotive di Volkswagen e Bmw, o per la chimica di Basf, che sono anche i principali investitori europei nel Paese. Non a caso a novembre Olaf Scholz è stato il primo leader europeo a fare visita a Xi Jinping, dopo il Congresso del Partito che lo ha consacrato leader eterno. Non a caso negli stessi giorni il cancelliere ha dato il via libera all’ingresso del colosso cinese della logistica Cosco in un terminal del grande porto di Amburgo, infrastruttura strategica per l'Europa, sfidando le contrarietà all’interno della coalizione. Lo stesso Scholz, insieme al mondo imprenditoriale tedesco, ha avviato a parole un ripensamento rispetto alla dipendenza della Germania da Pechino, dopo aver faticosamente curato quella energetica da Mosca. Ma nei fatti una linea diversa ancora fatica a prendere forma, come se nella nuova era della deglobalizzazione si potesse ancora continuare affare i soliti affari. Affari che, come si è visto, non dispiacciono neanche a Macron.

Parole senza fatti

Nell’attesa è stata di nuovo von der Leyen a prendere in mano l’iniziativa, pronunciando qualche giorno fa un discorso molto duro verso la Cina centrato sul concetto di “de-risking”. Analisti come Mikko Huotari, direttore del think tank Merics, sottlinea però che per renderla una vera strategia mancano una serie di strumenti. Per esempio un'idea precisa di come l'Europa debba competere alla frontiera tecnologica, quella su cui Stati Uniti e Cina si stanno sfidando a suon di reciproche autarchie. Se la divergenza geopolitica con la Cina è evidente, anche il neo protezionismo americano, con il tentativo di dividere il mondo in blocchi, rappresenta una sfida per l’Unione. Ma Bruxelles non ha una strategia di sicurezza, un piano per rafforzare la propria base industriale, né un'idea di quali tecnologie chiave debba proteggere, magari bloccandone le esportazioni verso la Cina. Così sono gli Stati Uniti a imporre la loro, come si è visto con l'azienda olandese Asml, il più avanzato produttore al mondo di macchinari per incidere i microprocessori, a cui Washington ha di fatto impedito di esportare i suoi gioielli nella Repubblica popolare. Se la formula del "derisking" non diventa fatto, un minimo comun denominatore tra gli interessi di Berlino, Parigi, e degli altri governi, l'Europa rischia di restare schiacciata, tra l'avversario cinese e l'alleato americano.