✕

Bruxelles non farà sconti all'Italia: pochi investimenti e una “zavorra” sul deficit già dichiarata

Dal prossimo anno deve tornare verso il 3% ma gli obiettivi dell'Italia nel Def sono già oltre. I "falchi" vogliono garanzie sul piano di rientro  
2 minuti di lettura

BRUXELLES - Qualche sospetto e tanti dubbi. Poca ambizione per il 2023 e molti rischi nel 2024. Le cifre del prossimo Def italiano non convincono Bruxelles. Certo, si tratta ancora di dati ufficiosi e quindi anche le reazioni sono ufficiose. Ma i numeri comunicati informalmente hanno convinto poco. E sebbene il ministro dell'Economia li abbia definiti "prudenti", lo stesso criterio di valutazione non viene utilizzato a Palazzo Berlaymont. E il primo punto di incomprensione riguarda le previsioni per il 2023.

Risulta poco chiara l'idea che dinanzi ad una crescita migliorata fino al più 0,9 per cento (la speranza dell'esecutivo italiano è addirittura di sfondare l'1 per cento), si scelga di mantenere il deficit sulla stessa soglia: 4,5 per cento. Una linea inspiegabile per i "tecnici" brussellesi perché dinanzi ad un pil in crescita dovrebbe ridursi anche il deficit. E invece l'opzione italiana è quella di impiegare e …

BRUXELLES - Qualche sospetto e tanti dubbi. Poca ambizione per il 2023 e molti rischi nel 2024. Le cifre del prossimo Def italiano non convincono Bruxelles. Certo, si tratta ancora di dati ufficiosi e quindi anche le reazioni sono ufficiose. Ma i numeri comunicati informalmente hanno convinto poco. E sebbene il ministro dell'Economia li abbia definiti "prudenti", lo stesso criterio di valutazione non viene utilizzato a Palazzo Berlaymont. E il primo punto di incomprensione riguarda le previsioni per il 2023.

Risulta poco chiara l'idea che dinanzi ad una crescita migliorata fino al più 0,9 per cento (la speranza dell'esecutivo italiano è addirittura di sfondare l'1 per cento), si scelga di mantenere il deficit sulla stessa soglia: 4,5 per cento. Una linea inspiegabile per i "tecnici" brussellesi perché dinanzi ad un pil in crescita dovrebbe ridursi anche il deficit. E invece l'opzione italiana è quella di impiegare e spendere le ulteriori risorse. Non solo. Il nodo si stringe intorno al modo con cui si spendono questi soldi aggiuntivi. Ancora spesa corrente e pochi investimenti. Una procedura che la Commissione Ue stigmatizza sistematicamente.

 

Ma c'è un aspetto ancora più preoccupante in questi calcoli. Si chiama "Pnrr". Tutte le stime inserite nel Def e quindi nelle prossime mosse di finanza pubblica sono incollate intorno al Piano Nazionale di Riforme e Resilienza. La premessa implicita: che tutti fondi via via consegnati all'Italia dall'Unione europea vengano spesi. Ma soprattutto che vengano effettivamente erogati. L'ultima tranche, ad esempio, non è stata ancora consegnata. Il bonifico dovrebbe partire a fine mese. Ma si tratta, appunto, di un "dovrebbe" e non di una certezza.

Per non parlare degli stanziamenti del semestre in corso e che dovrebbero essere avallati alla fine della prossima estate. Appuntamento, viste le incertezze del governo nell'esecuzione degli obiettivi contenuti nel Pnrr, tutt'altro che sicuro. Tanti condizionali, insomma, che non lasciano per niente tranquilli gli "esaminatori" della Commissione.

Poi c'è il prossimo anno, il 2024. E i dubbi del 2023 diventano sospetti. Anche in questo in caso le stime della Nadef approvate a novembre scorso sono lasciate inalterate nel prossimo Documento di Economia e Finanza. Il rapporto deficit/pil al 3,7 per cento, sebbene in miglioramento rispetto all'anno in corso, presenta un problema non da poco.

A partire dal primo gennaio, infatti, tornerà in vigore il Patto di Stabilità. È vero che in questi mesi sarà corretto e modificato. Ma non di certo nella parte riguardante il parametro del deficit che rimarrà al 3 per cento. Significa sostanzialmente che l'Italia dichiara già con largo anticipo di non voler rispettare quel tetto. E considerando la pesantezza del nostro debito pubblico, il combinato disposto delle due "violazioni" esporrebbe nuovamente il Paese ad una severa critica dell'Ue. L'Italia verrebbe, dunque, messa di nuovo sotto osservazione.

Il sospetto, poi, si ingigantisce nel giudizio di alcuni partner, in particolare dei cosiddetti "frugali" del Nord Europa a cominciare dalla Germania. Perché? Perché vedono in questa mossa il tentativo del governo Meloni di condizionare la discussione proprio sulla revisione del Patto di Stabilità. Berlino e i "falchi" settentrionali hanno già fatto sapere che la formulazione preparata dalla Commissione era insoddisfacente proprio perché era troppo magnanima nei confronti dei Paesi con debito eccessivo. Il riferimento, però, era solo rivolto al nostro Paese. Vogliono più certezze nelle procedure di rientro.

Le stime programmatiche italiane, allora, vengono lette come una provocazione da piazzare sul tavolo della trattativa delle prossime settimane. Non è un caso che il mese scorso il vicepresidente della Commissione Ue Dombrovskis avvertisse che le prossime "pagelle" sulle finanze degli Stati membri verranno stilate anche nella prospettiva del rientro in funzione del Patto di Stabilità. Un modo per dire che ci potrebbe essere subito un richiamo ufficiale nei nostri confronti, già in questa primavera.

Una preoccupazione che può diventare una forma di ricatto che l'Ue non vuole subire. Anche perché evidentemente lo stesso collegamento verrebbe effettuato in sede di esame degli obiettivi del Pnrr: bocciare una o più tranche di fondi equivarrebbe all'esplosione del deficit. Una situazione che a Bruxelles considerano inaccettabile.

Senza contare che l'Italia ha anche un altro punto debole: la mancata ratifica del Mes. Nel corso dell'ultimo Consiglio europeo molti partner si sono lamentati del ritardo di Roma. Il "pacchetto complessivo" delle doglianze inizia a essere pesante. E l'accondiscendenza verso il nuovo governo Meloni potrebbe finire.