Rischi di credit crunch in Italia? Motti (S&P): "Banche solide. Focus sulla qualità del credito più che sulla liquidità"
di Raffaele Ricciardi , di Raffaele RicciardiMILANO - La forte stretta sui tassi delle banche centrali, impegnate anche a drenare liquidità dal mercato dopo la stagione dei Qe. E, a un certo punto, le crisi di Svb prima e Credit Suisse poi. Per alcuni osservatori queste ultime, molto diverse nella loro natura e con caratteristiche uniche, possono esser la vera goccia che farà stringere i cordoni delle borsa agli istituti: stop ai prestiti 'facili'. Qualcosa negli Usa si è visto, tanto che nella seconda metà di marzo i prestiti sono scesi di 105 miliardi, secondo le statistiche della Fed. La domanda è allora: siamo di fronte a un rischio di credit crunch, in Italia ed Europa? Le banche europee e italiane arrivano a questa fase del ciclo "in una posizione più forte del passato", ragiona Luigi Motti, responsabile di S&P Global Ratings per il settore bancario nel Sud Europa e nell'area MENAT.
Diversi sono gli indicatori che sciorina Motti, "da quelli di solven…
MILANO - La forte stretta sui tassi delle banche centrali, impegnate anche a drenare liquidità dal mercato dopo la stagione dei Qe. E, a un certo punto, le crisi di Svb prima e Credit Suisse poi. Per alcuni osservatori queste ultime, molto diverse nella loro natura e con caratteristiche uniche, possono esser la vera goccia che farà stringere i cordoni delle borsa agli istituti: stop ai prestiti 'facili'. Qualcosa negli Usa si è visto, tanto che nella seconda metà di marzo i prestiti sono scesi di 105 miliardi, secondo le statistiche della Fed. La domanda è allora: siamo di fronte a un rischio di credit crunch, in Italia ed Europa? Le banche europee e italiane arrivano a questa fase del ciclo "in una posizione più forte del passato", ragiona Luigi Motti, responsabile di S&P Global Ratings per il settore bancario nel Sud Europa e nell'area MENAT.
Diversi sono gli indicatori che sciorina Motti, "da quelli di solvenza alla situazione sul fronte del funding e della disponibilità di liquidità: non sono neanche lontanamente comparabili a quanto visto con la grande crisi finanziaria di quindici anni fa". In Svb, ad esempio, la base dei depositi era concentrata sulle aziende tech della Silicon Valley e nell'88% dei casi era sopra la soglia di 250mila euro, quella garantita dall'assicurazione federale. In Europa, dicono i dati S&P, i depositi corporate pesano per il 16% delle passività (4.200 miliardi di euro) e le più sbilanciate delle 122 banche maggiori si fermano comunque al 30-35%. I depositi delle famiglie sono intorno al 30%, quindi la struttura del funding è assai diversificata. "Con una base così granulare, non ci sono i rischi di concentrazione che hanno portato alla crisi di Svb", spiega Motti che aggiunge: "A settembre il liquidity coverage ratio medio era del 162%, una soglia tranquillizzante, con l'aggiunta che il 60% è costituito da cash". Per non parlare della solidità patrimoniale, indicata in una recente analisi Fabi al 14,7% di Cet1 per le banche italiane contro l'indicazione dell'8% da parte della Bce.
Anche il caso di Credit Suisse non desta preoccupazioni particolari, spiega ancora Motti. "La banca svizzera viveva un problema di business model strutturale da tempo. Altre banche in Europa hanno già completato le loro ristrutturazioni. Tutto questo ci fa ritenere che gli elementi che hanno portato alla caduta di Svb e all'acquisizione di Credit Suisse sono molto idiosincratici, ma non abbiamo altri casi simili in Europa".
La risposta delle Autorità è stata poi puntuale e ordinata. "Sia in Svizzera che negli Stati Uniti appena si è notato un aumento delle uscite dei depositi, è stato deciso di fornire liquidità per andare incontro alle richieste dei depositanti e non estendere i problemi a tutto il settore. Le maggiori Banche centrali si sono mosse in modo coordinato aumentando la frequenza delle linee swap per fornire liquidità in dollari: l'obiettivo era precisamente evitare i presupposti di un credit crunch a livello sistemico, o nelle grandi economie sviluppate".
Se dunque molti elementi fanno propendere il giudizio per l'assenza di un rischio di crisi di liquidità, d'altra parte è vero che lo scenario per le dinamica del credito non è frizzante. Già le ultime indagini dell'Eurosistema (relative all'ultimo scorcio del 2022) indicavano criteri più rigidi nell'erogazione e una domanda di credito stagnante (se non in contrazione, per le famiglie). "Dinamiche che si spiegano più con una crescente attenzione al rischio, che non con difficoltà sul fronte della liquidità", spiega Motti. Archiviata la fase dei tassi negativi, torna centrale la selezione dei soggetti cui prestare denaro. "Il nostro scenario di crescita per l'Europa è a livelli molto bassi : è normale che in questa situazione i volumi dei prestiti restino ridotti". Più che la disponibilità di denaro da mettere in circolo, "il tema delle banche è quello della qualità - chiosa Motti -: nel credito al consumo, o in alcuni segmenti di aziende di piccola e media dimensione, esposte a settori in rallentamento, ci aspettiamo un atteggiamento più cauto nelle erogazioni da parte degli istituti".