Mes, l'Europa non aspetta più l'Italia: all'Eurogruppo sarà chiesta la ratifica
dal nostro corrispondente Claudio Tito , dal nostro corrispondente Claudio TitoBruxelles — L’Italia continua ad essere al centro del “ciclone europeo”. Appena si archivia un caso, subito se ne apre un altro. Il governo Meloni sembra incapace di costruire un rapporto normale con Bruxelles.
Nel giorno in cui si chiude — almeno per ora — la partita della riforma del Patto di Stablità, parte quella del Mes. «Roma ratifichi il Meccanismo, ci dica cosa intende fare», è l’ultimatum lanciato proprio dai vertici dell’Eurogruppo in vista della riunione dei 27 ministri finanziari convocata venerdì e sabato prossimi a Stoccolma.
Il nostro Paese, infatti, è rimasto l’unico a non averlo votato in Parlamento. E fino a quando non interviene l’avallo delle Camere, il Mes non può essere operativo. Una situazione che sta facendo imbestialire soprattutto la Germania. Perché al suo interno, oltre al Fondo che interviene in caso di difficoltà finanaziarie…
Bruxelles — L’Italia continua ad essere al centro del “ciclone europeo”. Appena si archivia un caso, subito se ne apre un altro. Il governo Meloni sembra incapace di costruire un rapporto normale con Bruxelles.
Nel giorno in cui si chiude — almeno per ora — la partita della riforma del Patto di Stablità, parte quella del Mes. «Roma ratifichi il Meccanismo, ci dica cosa intende fare», è l’ultimatum lanciato proprio dai vertici dell’Eurogruppo in vista della riunione dei 27 ministri finanziari convocata venerdì e sabato prossimi a Stoccolma.
Il nostro Paese, infatti, è rimasto l’unico a non averlo votato in Parlamento. E fino a quando non interviene l’avallo delle Camere, il Mes non può essere operativo. Una situazione che sta facendo imbestialire soprattutto la Germania. Perché al suo interno, oltre al Fondo che interviene in caso di difficoltà finanaziarie, ci sono strumenti utili per affrontare eventuali crisi bancarie. Un rischio che è diventato immanente dopo i recenti scossoni provocati da Credit Suisse e dall’americana Svb.
Resta il fatto che l’Eurogruppo chiederà al governo italiano di ratificare rapidamente il Meccanismo. A sei mesi dalla nascita del nuovo esecutivo, non viene considerato accettabile aspettare ancora. «La mancata ratifica — si sottolinea — sta bloccando anche ulteriori riforme. È impossibile discutere di altre misure che potrebbero essere utili se non abbiamo messo in atto un accordo precedente. Sta avendo un effetto paralizzante sulle discussioni». Eppure la risposta di Palazzo Chigi è stata ancora negativa: «Il Mes va cambiato».
Un clima di scontro che riscchia di ripercuotersi su altri dossier. Dalla valutazione degli obiettivi e delle modifiche del Pnrr alla probabile procedura d’infrazione contro il provvedimento che rinnova le concessioni balneari. Fino ovviamente alla riforma del Patto di Stabilità. L’Italia si sta mettendo da sola nell’angolo dei cattivi.
Ieri infatti è stata presentata ufficialmente la proposta della Commissione sulla nuova governance economica e, guarda caso, tra i critici ci sono proprio i tedeschi che la considerano troppo blanda nei confronti dei Paesi ad alto debito come l’Italia. Come anticipato, il testo prevede una maggiore elasticità nella riduzione del debito. Ma per l’Italia significherà dal prossimo anno fare i conti con “sforbiciate” severe alle spese. Di quasi dieci miliardi ogni anno per i prossimi sette. «È una proposta equilibrata — ha detto il commissario agli affari econmomici, Paolo Gentiloni — L’Italia potrà ridurre il debito in modo più graduale».
Il nuovo Patto prevede il mantenimento dei due parametri fondamentali: il 3 per cento nel rapporto deficit/pil e del 60 per cento in quello debito/pil. L’Italia è decisamente “fuori” da questa banda di oscillazione. Potrà ridurre il debito con un percorso concordato con la Commissione nell’arco di sette anni.
Un “rientro” progressivo che però ci vincola al raggiungimento di una riduzione effettiva della montagna debitoria (ora al 145 per cento del Pil): se il taglio non sarà evidente dopo quattro anni scatterà la procedura d’infrazione. Berlino aveva addirittura chiesto di introdurre un cifra fissa (0,5 o 1 per cento in meno) ma è stata considerata una misura troppo rigida, in grado di bloccare le potenzialità di ripresa economica.
Nello stesso tempo è fissata una nuova disciplina di controllo del deficit. I Paesi che superano la soglia del tre per cento dovranno ridurre il disavanzo dello 0,5 per cento ogni anno. L’Italia che, ad esempio, per il prossimo anno ha previsto il rapporto deficit/pil al 3,7 dovrà intervenire con tagli tra gli 8,5 e i 10 miliardi. Per di più la spesa netta (esclusi gli interessi sul debito) non potrà crescere in maniera maggiore della crescita del Pil. E non sono esclusi dal computo — al contrario della richiesta italiana — alcune voci di investimento come la sanità e la difesa.
Sostanzialmente gli Stati indebitati, in primo luogo Italia e Grecia, saranno dal prossimo anno commissariati. Ogni misura dovrà essere concordata con la Commissione e annualmente si terrà una sorta di esame. La Germania e i cosiddetti “frugali” insisteranno nel frattempo per inasprire le regole. Per Giorgia Meloni non sarà facile rendere compatibile la realtà con i sogni elettorali.