L’assalto al dollaro come valuta del mondo economia globale dollaro Usa Cina Brasile
di Filippo Santelli , di Filippo Santelli"Ogni notte mi chiedo perché tutti i Paesi devono basare il loro commercio sul dollaro. Perché non possiamo commerciare con le nostre monete?". Il presidente brasiliano Lula, in visita in Cina, non poteva scegliere parole migliori per corteggiare il padrone di casa Xi Jinping. Nei progetti di potenza di Pechino già da anni c'è rendere internazionale il suo yuan - o renminbi - fino a renderlo un'alternativa credibile al dollaro, valuta di riserva universale e perno dell'egemonia americana.
Fino a poco tempo fa il progetto cinese poteva dirsi fallimentare, ma è stato improvvisamente rilanciato dalla frammentazione geopo…
"Ogni notte mi chiedo perché tutti i Paesi devono basare il loro commercio sul dollaro. Perché non possiamo commerciare con le nostre monete?". Il presidente brasiliano Lula, in visita in Cina, non poteva scegliere parole migliori per corteggiare il padrone di casa Xi Jinping. Nei progetti di potenza di Pechino già da anni c'è rendere internazionale il suo yuan - o renminbi - fino a renderlo un'alternativa credibile al dollaro, valuta di riserva universale e perno dell'egemonia americana.
Fino a poco tempo fa il progetto cinese poteva dirsi fallimentare, ma è stato improvvisamente rilanciato dalla frammentazione geopolitica ed economica. La Russia, isolata dalle sanzioni occidentali, ha trovato nella Cina e nel renminbi un'alternativa per reindirizzare le esportazioni di idrocarburi e tenere in piedi le finanze nazionali. Mentre vari Paesi del Sud globale, che nella divisione del mondo in blocchi vedono solo rischi, si pongono il problema della dipendenza totale dal biglietto verde. Lula ha dato voce alle preoccupazioni, ma anche gli Stati del Golfo aprono a contratti in "petroyuan", a fianco ai tradizionali petrodollari. "Sta iniziando l'era della dedolarizzazione?", si chiede ora qualcuno, soprattutto negli Stati Uniti. La risposta è no. Non in un futuro prevedibile: per tutto ciò che un dollaro, rispetto all'equivalente in qualsiasi altra moneta, permette di fare e per la sicurezza che dà a chi lo tiene nel portafoglio. Resta però un fatto: anche le monete stanno diventando un fronte nel nuovo Grande gioco dei rapporti di forza planetari.
Yuan per necessità
Il gruppo di chi studia alternative al dollaro - nei fatti o a parole - è tutt'altro che compatto. Per la Russia la conversione allo yuan è stata una necessità imposta dalle sanzioni dei Paesi occidentali, che hanno ridotto gli acquisti di gas e petrolio e bandito le sue banche dal sistema Swift, quello da cui transitano le informazioni di pagamento. Mosca ha risposto imponendo versamenti in rubli, ma soprattutto reindirizzando i flussi di idrocarburi verso la Cina e sostituendo dollari ed euro con lo yuan. Putin si è quindi consegnato - non volentieri - a una nuova dipendenza finanziaria da Pechino, che Xi è lieto di alimentare. Il risultato è stato un balzo degli scambi tra i due Paesi e nell'utilizzo internazionale dello yuan, che in un anno ha visto raddoppiare fino al 4,5% la quota nei flussi di "trade finance", cioè la finanza legata al commercio. Così come si è impennato il volume di transazioni sul Cips, il sistema "alternativo" di regolazione dei pagamenti internazionali che la Cina ha creato nel 2015, connettendo uno dopo l'altro un centinaio di Paesi.
Ognuno per sé
La crescente centralità della Cina nei flussi delle materie prime, dominio incontrastato del dollaro, potrebbe essere una leva per allargare l'impronta dello yuan. Qualche segnale si vede: il mese scorso la francese Total ha chiuso il primo contratto denominato in renminbi per la fornitura alla Cina di gas liquefatto estratto negli Emirati. E l'Arabia Saudita, sempre più distante dagli Usa, ragiona se accettare pagamenti in altre valute. Dietro a questi movimenti - che qualche analista ha definito "il tramonto dei petrodollari e l'alba del petroyuan" - c'è però enorme cautela. I Paesi del Sud globale, dal Brasile al Sudest asiatico, temono che gli Stati Uniti usino il dollaro come arma della nuova Guerra Fredda e cercano di aprirsi canali alternativi per garantire i loro flussi commerciali. Ma se chiedono un mondo multipolare, e ne vagheggiano uno multimonetario - non a caso Lula parla delle "nostre" monete - non possono né vogliono abbandonare il dollaro per consegnarsi allo yuan.
Dietro alla diplomazia monetaria cinese infatti la priorità è interna, di sicurezza nazionale: mettersi al riparo da possibili futuri boicottaggi americani a mano finanziaria. Non a caso i media di regime hanno celebrato il fatto che a marzo, per la prima volta, lo yuan ha superato il biglietto verde negli scambi con l'estero. Ma questo spiega perché Pechino non sarà mai disposta ad allentare i rigidissimi controlli che esercita sul sistema finanziario e la sua moneta, dai tassi di cambio ai flussi transfrontalieri, a garanzia degli stranieri che la tengono in portafoglio. E perché ancora oggi lo yuan veicoli appena il 2% dei pagamenti Swift, rispetto a un'economia che vale il 15% del Pil globale. "Il dollaro è dominante come moneta di regolazione dei pagamenti, senza possibilità per nessuno di sfidarlo", dice Franco Bruni, vicepresidente dell'Ispi e professore emerito di Economia all'Università Bocconi. "Chi ha in mano un dollaro ha a disposizione un grande mercato finanziario aperto ed integrato, che consente di tenerlo o investirlo in tutte le forme, e garantisce affidabilità avendo gestito crisi importanti. La Cina può accordarsi con vari Paesi per denominare in yuan dei pagamenti, ma resteranno accordi bilaterali finché il suo sistema sarà chiuso e controllato dal centro".
L'euro incompiuto
Da tempo il peso del dollaro nelle riserve delle grandi banche centrali sta diminuendo: dal 71% del 1999 è sceso sotto il 60. Un principio di diversificazione che potrebbe proseguire. Ed è possibile che aumentino le intese bilaterali tra i Paesi per disintermediare il biglietto verde, soprattutto nel commercio di materie prime. Gli analisti di Natixis, che hanno creato un indice di internazionalizzazione del renminbi, si aspettano che il suo "utilizzo cresca ancora", ma lo definiscono "lontano dal porre ogni minaccia all'onnipotenza del dollaro". La sostanza è che, oggi e nel prossimo futuro, nessuna moneta è in grado di rimpiazzare l'infrastruttura economico-politica che garantisce al biglietto verde la sua centralità. Lo mostra anche la perdita di peso dell'euro, per molti aspetti il rivale più credibile: "È l'unica altra valuta che ha un vero obiettivo di internazionalizzazione, con un mercato ampio, liquido e affidabile - dice Bruni - . Ma non cresce perché l'integrazione finanziaria europea si è arrestata ed è rimasta zoppa". Questa, però, è un'altra storia.