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Meloni scaccia Draghi “Il Pnrr si può cambiare e lo spread ci premia”

(ansa)
Davanti alle aziende italiane a Londra rivendica la crescita del Pil al di sopra delle aspettative. La frecciata al predecessore: “Lo stadio di Firenze non  l’ho messo io nel Recovery”
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LONDRA - Selfie e sorrisi, tartine e un premio di un think tank conservatore, spritz e messaggi per rassicurare le aziende e gli investitori. L’ultima tappa pubblica di Giorgia Meloni a Londra è nell’elegante cornice dell’ambasciata italiana. La presidente del Consiglio è di ottimo umore. E deve anche mostrare di esserlo. La missione serve a rilanciare la sua immagine e quella del Paese dopo le turbolenze innescate dal rischio di downgrading di Moody’s. E poi c’è l’Europa, che osserva Roma con preoccupazione, soprattutto per i ritardi del Pnrr. A tutti, Meloni porge un messaggio di ostentata serenità: «I mercati? Non leggo questa preoccupazione». Ci sono i dati sul Pil ad aiutarla, almeno: «C’è una ripresa dell’ottimismo, non si può sempre fare il Tafazzi di turno anche quando le cose vanno bene».


Non è una cerimonia dedicata alla City, questo è chiaro legg…

LONDRA - Selfie e sorrisi, tartine e un premio di un think tank conservatore, spritz e messaggi per rassicurare le aziende e gli investitori. L’ultima tappa pubblica di Giorgia Meloni a Londra è nell’elegante cornice dell’ambasciata italiana. La presidente del Consiglio è di ottimo umore. E deve anche mostrare di esserlo. La missione serve a rilanciare la sua immagine e quella del Paese dopo le turbolenze innescate dal rischio di downgrading di Moody’s. E poi c’è l’Europa, che osserva Roma con preoccupazione, soprattutto per i ritardi del Pnrr. A tutti, Meloni porge un messaggio di ostentata serenità: «I mercati? Non leggo questa preoccupazione». Ci sono i dati sul Pil ad aiutarla, almeno: «C’è una ripresa dell’ottimismo, non si può sempre fare il Tafazzi di turno anche quando le cose vanno bene».


Non è una cerimonia dedicata alla City, questo è chiaro leggendo la lista degli inviti e osservando il format: nessun incontro ristretto con gli investitori, nessun summit tematico coi finanzieri. Ma tra i quattrocento ospiti dell’ambasciatore Inigo Lambertini ci sono dirigenti di Eni, Trenitalia, Pirelli, CNH Industrial. Marchi e aziende come Buccellati, Campari, Ferrero e Eataly. E pure rappresentanti di fondi e banche d’affari come BlackRock, Morgan Stanley, Goldman Sachs, Lazard e HSBC, oltre ovviamente a Intesa Sanpaolo, Unicredit, Bpm. Ad accompagnare Meloni c’è il ministro Francesco Lollobrigida, la figlia Ginevra, il compagno Andrea Giambruno. La premier e la sua famiglia resteranno almeno fino a stasera nella città, per una mini vacanza.


Prima, però, c’è l’appuntamento in ambasciata. L’incidente sul Def sembra superato, non senza scorie: «Non deve più ricapitare». Non chiederà comunque ai sottosegretari che sono anche parlamentari di lasciare il governo. Ma è la pressione continentale sui dossier economici a incombere, come un nuvolone che oscura l’esecutivo. Non è un caso che Meloni, in via informale, abbia chiesto e ottenuto da Sunak un endorsment sulla solidità delle sue politiche.


Il problema è semmai per la leader, che deve dire senza poter dire fino in fondo. Rivendicare, senza poter pronunciare il nome del convitato di pietra: Mario Draghi. È il paragone che la insegue ovunque, nonostante dati macroeconomici migliori delle attese. La premier prova comunque a tracciare alcuni paragoni con il passato. «Quello che vedete è uno spread sotto la media dello scorso anno. La Borsa sale. Abbiamo una previsione del Pil più alta di Francia e Germania. Cresciamo oltre le stime. Ai mercati interessano i fatti. E i fatti dicono che l’economia italiana sta andando molto bene».


Ma il vero banco di prova del suo esecutivo, l’opportunità che rischia di trasformarsi in dannazione, si chiama Pnrr. È il nodo su cui dibattono gli imprenditori e i finanzieri in fila per entrare in ambasciata, considerandolo l’ennesima dimostrazione di un’Italia incapace di mantenere gli impegni e di spendere risorse che gli spettano. Meloni prova comunque a spargere ottimismo: «Rassicuro pienamente, la nostra volontà indiscussa e indiscutibile è spendere i soldi». Ma il resto del ragionamento racconta di una battaglia per evitare di fallire sul terreno più scivoloso. «Per spenderli devi valutare quali ipotesi non sono realistiche e correggerle. È una grande sfida, è il primo tema di cui ci occupiamo». Non solo aggiustamenti e revisione dei progetti, di più: «Quando serviranno i poteri sostitutivi, verranno usati. Quando sarà necessario dire che qualcosa non va bene, si correggerà. Ma non alimentiamo un racconto che non esiste, perché la fase è delicata». È a questo punto che torna Draghi, senza essere nominato. «Signori, lo stadio di Firenze non ce l’ho messo io nel Pnrr. E potrei anche essere d’accordo con quanto detto dalla Commissione, che l’ha voluto fuori dal Piano insieme a quello di Venezia».


Il resto è esaltazione del rapporto con Sunak, a partire dalla totale adesione di politiche migratorie – quelle inglesi – che nel Regno Unito e nel resto d’Europa hanno sollevato polemiche asprissime. Meloni sposa in pieno l’idea britannica di spostare forzosamente i migranti in Ruanda, senza considerarla una deportazione. E non trova scandalosa la possibilità che chi entra illegalmente nel Paese rischi fino a quattro settimane di detenzione preventiva. «Io non la vedo come una deportazione, ma come un accordo tra Stati liberi. Lo spostamento di migranti in Ruanda non è una iniziativa che stiamo prevedendo noi. Però sicuramente aiuterebbe trovare soluzioni - anche nei Paesi africani o in altri Paesi - per evitare che la congestione avvenga tutta negli stessi luoghi. E comunque, non è questione di considerarli criminali, ma sono responsabili di qualcosa di illegale». Anche stavolta, Bruxelles non gradirà.