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Pnrr, la grande fuga dei tecnici scelti da Draghi: così il Piano rischia di arrancare

(ansa)
Goretti era stata indicata dall'ex banchiere per la Segreteria tecnica. Con la nuova governance a Palazzo Chigi, ha preferito defilarsi. Così come Nicola Lupo, voluto per spingere l'attuazione. Riflette ancora Carmine Di Nuzzo al Mef. Il timore delle opposizioni: nuovi rallentamenti
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ROMA - La grande fuga dal Pnrr di Giorgia Meloni è iniziata. È lo spoils system alla rovescia. Perché sono i tecnici scelti da Mario Draghi a dare il benservito a Palazzo Chigi, nonostante l'invito a restare, seppure defilati. Per Chiara Goretti, voluta dall'ex premier per coordinare la Segreteria tecnica, una delle strutture di peso della vecchia governance, era già pronta un'offerta.

Da mercoledì la "sua" Segreteria non esiste più: le funzioni sono state assorbite dalla Struttura di missione, la nuova stanza dei bottoni in fase di allestimento che risponde a Raffaele Fitto, il ministro che ha la delega al Piano di ripresa e resilienza. Nessuna "cacciata", ma anzi la possibilità di guidare uno dei quattro Uffici della nuova centrale operativa, affidata tre giorni fa a Carlo Alberti Manfredi Selvaggi, magistrato della Corte dei conti. Ma Goretti ha detto no. Aggiungendo, a chi ha avuto modo di parlarle, …

ROMA - La grande fuga dal Pnrr di Giorgia Meloni è iniziata. È lo spoils system alla rovescia. Perché sono i tecnici scelti da Mario Draghi a dare il benservito a Palazzo Chigi, nonostante l'invito a restare, seppure defilati. Per Chiara Goretti, voluta dall'ex premier per coordinare la Segreteria tecnica, una delle strutture di peso della vecchia governance, era già pronta un'offerta.

Da mercoledì la "sua" Segreteria non esiste più: le funzioni sono state assorbite dalla Struttura di missione, la nuova stanza dei bottoni in fase di allestimento che risponde a Raffaele Fitto, il ministro che ha la delega al Piano di ripresa e resilienza. Nessuna "cacciata", ma anzi la possibilità di guidare uno dei quattro Uffici della nuova centrale operativa, affidata tre giorni fa a Carlo Alberti Manfredi Selvaggi, magistrato della Corte dei conti. Ma Goretti ha detto no. Aggiungendo, a chi ha avuto modo di parlarle, il sollievo per essersi "liberata" da mesi difficili.

Mesi di transizione, in attesa di capire il suo destino. Soprattutto mesi in cui si è ritrovata a misurarsi con un cambio di paradigma rispetto alla gestione Draghi: il Pnrr da smontare e rimontare, per via di una revisione che punta a spostare altrove i progetti ritenuti irrealizzabili entro il 2026, termine ultimo per mettere a terra il maxi-finanziamento da 191,5 miliardi. E con un "supervisore" non gradito, anche da altri tecnici: il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari. Ritenuto troppo invasivo e dirigista; "una convivenza forzata", raccontano fonti di governo di primo livello che hanno raccolto lo sfogo degli esperti. A tal punto che più di qualcuno ha pensato di dimettersi già poche settimane dopo l'arrivo del fedelissimo della premier a Palazzo Chigi.

È già andato via Nicola Lupo, il coordinatore dell'Unità per la razionalizzazione e il miglioramento della regolazione. A settembre del 2021 era stato sempre Draghi a volerlo a Palazzo Chigi, per spingere l'attuazione del Pnrr. E il professore di Diritto pubblico alla Luiss, con impronta europea, aveva detto sì. Un altro super tecnico ritenuto indispensabile. Non a caso l'ex presidente del Consiglio l'ha citato tra i ringraziamenti ristretti durante l'ultima riunione della cabina di regia del Piano. Era il 5 ottobre del 2022, dieci giorni dopo la vittoria del centrodestra alle elezioni e due settimane prima del giuramento di Meloni al Quirinale. È stato anche grazie a Lupo se Mario Draghi ha potuto lasciare al nuovo governo un lavoro avanzato sui 55 obiettivi da conseguire entro la fine dell'anno scorso, per richiedere a Bruxelles la terza rata da 19 miliardi. Che, sei mesi dopo, con Meloni in sella e una trattativa lunghissima con la Commissione europea, non è stata ancora erogata.  

L'Unità per la razionalizzazione e il miglioramento della regolazione non scomparirà, ma presto arriverà un decreto della presidente del Consiglio che riscriverà le funzioni della struttura, depotenziandola. Lupo ne ha preso atto e ha chiuso l'incarico qualche settimana fa. Gli è stato chiesto di restare, negli uffici di Carlo Deodato, il Segretario generale di Palazzo Chigi. Ma la richiesta non è stata raccolta.

Ci sono altri super tecnici "draghiani" che stanno invece valutando se restare. Due, in particolare, sono più esposti rispetto agli altri per il peso dei loro incarichi. È da febbraio che Carmine Di Nuzzo sta riflettendo sull'opportunità di continuare a dirigere ancora il Servizio centrale per il Pnrr che intanto, con la nuova governance, ha cambiato nome in Ispettorato generale. Le strutture continuano ad operare sempre presso la Ragioneria generale dello Stato, al ministero dell'Economia, ma lo schema voluto da Meloni ha cambiato il nome del responsabile: l'Ispettorato, infatti, risponde a Fitto. Non solo. L'accentramento a Palazzo Chigi ha anche rotto la logica del doppio binario scelta da Draghi, che al Mef aveva affidato il ruolo di interlocutore unico con la Commissione europea.

Una scelta politica che ha asciugato i poteri di via XX settembre, restringendoli a funzioni prettamente contabili, dalla gestione del monitoraggio all'analisi dei flussi finanziari. A tal punto che il Dpcm che ha reso operativa la Struttura di missione a Chigi cita l'Ispettorato generale solo in due passaggi. Il primo per dire che dovrà fornire le informazioni e i dati relativi all'attuazione dei progetti. Il secondo per limitare la "collaborazione" sulla spinta all'attuazione degli obiettivi a solo uno dei quattro Uffici della Struttura. All'opposto, la lista dei poteri in capo alla task force di Chigi è lunghissima: dal supporto a Fitto nelle funzioni di indirizzo e coordinamento alla vigilanza sui ministeri, soggetti attuatori del Pnrr. Ancora la comunicazione e le procedure per tirare fuori i progetti dai ritardi. In sintesi: la gestione, ma anche la revisione del Piano. Operativa, progetto per progetto. E politica, nella trattativa con Bruxelles.

Tornando a Di Nuzzo. Non ha ancora preso una decisione. Al Mef il clima è decisamente diverso rispetto a Palazzo Chigi. Il titolare Giancarlo Giorgetti non ha alcuna intenzione di sostituirlo; spetta a Di Nuzzo insomma decidere se rimanere o meno. Anzi l'auspicio è che resti, in una logica opposta a quella di Chigi, dove invece l'avvicendamento tra i "vecchi" e i "nuovi" non desta preoccupazioni (il cambio avverrà solo quando sarà completata la squadra dei tecnici entranti), a fronte però di un tema che le opposizioni hanno messo in evidenza e cioè il rischio di rallentare la macchina in un momento delicato per l'attuazione del Piano.

La soluzione della continuità al Mef, tra l'altro, sarebbe apprezzata anche dal Ragioniere generale Biagio Mazzotta, che ha un ottimo rapporto con Di Nuzzo. Più in generale, nelle stanze della Rgs le sostituzioni vengono lette sempre come uno scossone da evitare, quando non sono necessarie. Lo stesso ragionamento vale per Aline Pennisi, direttore generale dell'Unità di missione Next Generation Eu, sempre al ministero dell'Economia. Anche lei sta riflettendo sul suo futuro. Anche lei ricopre un ruolo importante perché la sua struttura si occupa delle attività di coordinamento, raccordo e sostegno delle strutture della Ragioneria coinvolte nel processo di attuazione del Pnrr.

In attesa di capire cosa faranno gli indecisi, altri tecnici hanno già preparato gli scatoloni. Sono quelli a cui il governo non ha chiesto di restare. Alcuni l'hanno appreso da altri, non dalle strutture di Palazzo Chigi. Come l'economista Luigi Guiso, consulente della Segreteria tecnica coordinata da Goretti. Qualche giorno fa è stata proprio Goretti a chiamarlo per comunicargli che il suo incarico era concluso, poche ore dopo l'entrata in vigore del Dpcm che ha archiviato la Segreteria.

E così il governo ha perso un altro super tecnico: è stato Guiso, insieme ad altri esperti (Gaetano Basso, Matteo Paradisi e Andrea Petrella) a firmare a febbraio uno studio di Bankitalia sul fabbisogno occupazionale del Pnrr, dagli operai agli esperti in ricerca e sviluppo. E a indicare due strade: una spinta agli investimenti nelle politiche attive e "flussi migratori consistenti" per attrarre personale qualificato. Indicazioni e suggerimenti che passano ai nuovi tecnici. In tutto 84 tra funzionari, esperti e dirigenti, dentro la Struttura di missione a Palazzo Chigi. Una task force imponente, chiamata a raccogliere la sfida del Pnrr. In corsa, mentre il Piano arranca.