Salari fermi più superinflazione, si amplia l’area dei dipendenti a basso reddito
di Valentina ConteI salari degli italiani si sono asciugati in media di dieci punti negli ultimi tre anni. A fronte di una crescita nominale del 6%, quella reale che registra l'impatto di un'inflazione mai così alta dal 1988 è stata del -5%. I bonus sono serviti a compensare durante il Covid e dopo, nella grande crisi energetica che ha gonfiato i prezzi delle bollette e poi del carrello della spesa. Ma i bonus non sono eterni, la perdita del potere d'acquisto invece è qui per restare. Perché l'Italia è il Paese con le retribuzioni più basse in Europa e nei Paesi Ocse. Ha una produttività che rasenta lo zero. Fa fatica a rinnovare i contratti nazionali. E non prevede nemmeno un livello di salario minimo legale come rete di protezione. Ecco che la super inflazione, specie questa asimmetrica, forte soprattutto su alcuni beni e servizi, ha ricadute diseguali e impatta duro su chi sta in basso, divaricando l'area del lavoro povero.
L'…
I salari degli italiani si sono asciugati in media di dieci punti negli ultimi tre anni. A fronte di una crescita nominale del 6%, quella reale che registra l'impatto di un'inflazione mai così alta dal 1988 è stata del -5%. I bonus sono serviti a compensare durante il Covid e dopo, nella grande crisi energetica che ha gonfiato i prezzi delle bollette e poi del carrello della spesa. Ma i bonus non sono eterni, la perdita del potere d'acquisto invece è qui per restare. Perché l'Italia è il Paese con le retribuzioni più basse in Europa e nei Paesi Ocse. Ha una produttività che rasenta lo zero. Fa fatica a rinnovare i contratti nazionali. E non prevede nemmeno un livello di salario minimo legale come rete di protezione. Ecco che la super inflazione, specie questa asimmetrica, forte soprattutto su alcuni beni e servizi, ha ricadute diseguali e impatta duro su chi sta in basso, divaricando l'area del lavoro povero.
L'esplosione del part-time
I numeri non mentono. "L'area del lavoro povero si è ampliata, oramai si è poveri anche lavorando in due", osserva l'economista Michele Raitano, docente di Politica economica alla Sapienza di Roma. "I dati Inps sui contratti ci dicono ormai che il 30% dei dipendenti privati lavora con orario ridotto: il 50% fra le donne e il 20% degli uomini. Un dato di sicuro sottostimato. E maggiore di quello rilevato da Istat, perché c'è molto grigio. La super inflazione interviene in questo quadro e lascia sul campo l'abbassamento dei salari". I salari dei dipendenti privati si sono presentati all'appuntamento con l'inflazione già in picchiata. Giù negli ultimi vent'anni, dal 1996 in poi, dai 20 mila ai 19.500 euro in termini reali, quelli che incorporano le fluttuazioni dei prezzi. Le disuguaglianze salariali si sono amplificate, l'indice Gini che le misura si è impennato del 25%. "Perché c'è molta frammentazione, è esploso il part-time perché le imprese risparmiano sul costo del lavoro", spiega Raitano. "Buchi di carriera, contrattini da pochi mesi e poche ore". Quelli che gli economisti chiamano "full time, full year", lavoratori a tempo pieno per un anno intero, sono oramai minoranza. "Il 32% prende meno del 60% della retribuzione mediana, ovvero 1.500 euro lordi, 1.000 euro al mese". È questo l'indice del lavoro povero in Italia.
L'inflazione lavora ai fianchi di un mercato del lavoro segmentato e in competizione verso il basso. Lo fa, come da sua natura di tassa dei poveri, colpendo due volte tanto le famiglie che sono già povere lavorando, rispetto a quelle più ricche. "Il problema dell'inflazione non è che il salario non cresce, ma che non cresce più della produttività", ragiona Andrea Garnero, economista Ocse. "La produttività zavorra ogni possibile trattativa, non ti consente di alzare i salari senza innescare una pericolosa spirale con i prezzi che invece si potrebbe evitare se le retribuzioni crescessero entro o come la produttività". Ecco il tallone d'Achille italiano. "Un'economia che non cresce, salari quasi fermi, qualità del lavoro che si degrada", riassume Garnero.
La decrescita dei salari
Il grafico ormai celebre ci dice che l'Italia è l'unico Paese Ocse che in trent'anni ha assistito alla decrescita, non felice, dei suoi salari: -3% contro +30% di Francia e Germania, ma anche +6% della Spagna. "Fino alla fine degli anni '90 c'era un testa a testa tra il Pil italiano, tedesco e francese. Poi noi siamo entrati nel tunnel dello zero virgola. Anche la produttività del lavoro, quindi dei lavoratori e del capitale, si è piantata attorno al 1995. Il rallentamento è stato globale, anche l'Europa ha perso terreno sugli Usa poco prima del 2010. Ma noi di più e prima". L'Europa ha cominciato a innovare meno degli Usa. L'era tecnologica ha travolto il Vecchio Continente. "E l'Italia ha completamente mancato quel salto", dice ancora Garnero. "Abbiamo comprato computer per usarli come macchine da scrivere, anziché per cambiare il modo di produrre. E quindi la produttività, che pure era cresciuta dal 1970 al 1995, si è piantata. Questo ha portato alla stagnazione dei salari: linea piatta, con crollo e rimbalzo per il Covid e nel post". Questo non significa che il salario è rimasto lo stesso per tutti. Ma l'accresciuta partecipazione al mercato del lavoro delle donne e dei lavoratori poco qualificati ha abbassato la media. È cominciata l'era del lavoro povero.
Contratti pirata
"Il salario è sceso perché sono scese le ore di lavoro", prosegue Garnero. "Il part-time involontario è esploso. Dopo la crisi dei subprime, dal 2011 in poi, si sono diffusi anche i contratti pirata. Quasi tutti i contratti nati dal quel momento in poi sono fuori dall'orbita di Cgil, Cisl e Uil. Su 256 contratti dell'archivio Cnel che ho potuto comparare, solo un quarto sono applicati a più di 10 mila lavoratori. Il resto anche a uno, due o tre persone". È pur vero che i contratti pirata sono una minoranza rispetto ai mille esistenti, però rappresentano la vera spada di Damocle su ogni contrattazione. Fanno concorrenza sleale e spingono le altre imprese a chiedere ai sindacati condizioni più basse. Senza parlare dei contratti scaduti, alcuni da molti anni: 570 su 963 depositati al Cnel, equivalenti a 7,8 milioni di lavoratori dipendenti del settore privato in attesa su 13,7 milioni totali. A questi vanno sommati i pubblici che rinnovano sempre con molto ritardo e hanno appena chiuso quelli scaduti nel 2021. "La vacanza contrattuale è un altro problema cronico per l'Italia, in media c'è un ritardo di due anni, ma nel 2017 abbiamo toccato i 60 mesi", dice Garnero. Rinnovare ora sarebbe benefico per i lavoratori. I datori sono restii perché non vogliono imbarcare l'inflazione, sperando che passi. Ma non passa. E chi lavora è sempre più povero.