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Corporate America, da Tim Cook a Elon Musk perché i ceo americani sono andati in Cina

I viaggi a Pechino dei Ceo americani per limitare rischi e costi della nuova guerra fredda Usa-Cina
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Ovviamente Elon Musk, visto che per le elettriche di Tesla la Cina è il secondo mercato e la Gigafactory di Shanghai uno dei siti produttivi più importanti al mondo. Poi Jamie Dimon, il grande capo di JpMorgan, che ha puntato forte sull'espansione a Oriente. Ma anche il fondatore di Microsoft Bill Gates (proprio venerdì scorso), Tim Cook di Apple, Pat Gelsinger di Intel, Mary Barra di General Motors e David Solomon di Goldman Sachs. La Cina ha riaperto le frontiere, dopo mesi di isolamento, e i primi a sfruttare l'occasione per rimettere piede sul territorio della Repubblica Popolare sono stati gli amministratori delegati di Corporate America.

Le "discrete" sfilate dei capitani d'impresa

Una sfilata …

Ovviamente Elon Musk, visto che per le elettriche di Tesla la Cina è il secondo mercato e la Gigafactory di Shanghai uno dei siti produttivi più importanti al mondo. Poi Jamie Dimon, il grande capo di JpMorgan, che ha puntato forte sull'espansione a Oriente. Ma anche il fondatore di Microsoft Bill Gates (proprio venerdì scorso), Tim Cook di Apple, Pat Gelsinger di Intel, Mary Barra di General Motors e David Solomon di Goldman Sachs. La Cina ha riaperto le frontiere, dopo mesi di isolamento, e i primi a sfruttare l'occasione per rimettere piede sul territorio della Repubblica Popolare sono stati gli amministratori delegati di Corporate America.

Le "discrete" sfilate dei capitani d'impresa

Una sfilata di capitani d'impresa, che ha permesso alla propaganda comunista di rivendicare la continua "apertura" della Cina al mondo, il mantra del padre delle riforme Deng Xiaoping. E di oscurare almeno in parte i dati che mostrano come la ripresa post-Covid si stia dimostrando molto più debole del previsto: a maggio quasi tutte le voci di crescita, dall'industria, ai consumi, all'export, hanno deluso le attese, e la disoccupazione giovanile ha toccato un nuovo allarmante record al 20,8%. Ma in mezzo alla tensioni sempre più forti tra Pechino e Washington, e nell'era del nazionalismo autarchico di Xi Jinping, le trasvolate sul Pacifico dei manager prendono forme e toni assai diversi rispetto al passato. Meno pompa e più discrezione: perfino il twittatore folle Musk ha limitato le esternazioni durante il viaggio. Meno conferenze, ma incontri con i manager locali dell'azienda e con qualche esponente di primo piano del regime. L'obiettivo è mostrarsi amici di Pechino, certo, ma senza mettersi nel mirino dei falchi anticinesi a Washington. Capire sul campo come evolverà la situazione. E più che progettare nuovi investimenti, come dimostrano i dati in decisa flessione, salvaguardare quelli miliardari fatti negli scorsi anni, evitando che diventino il danno collaterale di una nuova Guerra Fredda.

Una presa d'atto del nuovo paradigma, in cui è la politica a comandare sull'economia. A lungo, mentre il confronto tra Cina e Stati Uniti si infiammava, Wall Street e per estensione Corporate America erano state indicate come i veri, grandi alleati di Xi, sorta di quinta colonna cinese in territorio americano. La forza che, grazie a miliardi e schiere di lobbisti, avrebbe convinto i politici di Washington a non smontare la globalizzazione, che alle aziende ha garantito profitti miliardari. Non sta andando così, è evidente: la caduta libera nelle relazioni tra le superpotenze potrebbe anche fermarsi per qualche tempo, ma ora davvero in pochi, pure a Wall Street, credono si possa invertire la rotta. Anche adesso che le diplomazie dei due Paesi provano a riallacciare il dialogo, infatti, il botta e risposta di boicottaggi e ritorsioni prosegue, rendendo a ogni passo più difficile arrestare la spirale. Dopo le restrizioni americane all'export dei chip più avanzati verso la Cina, Pechino ha risposto sanzionando l'azienda americana del silicio Micron. E poi con una serie di raid dei suoi servizi di sicurezza negli uffici di alcune società Usa di revisione contabile, motivati con l'ipotesi di spionaggio. Una novità che ha fatto correre un brivido gelato lungo la schiena degli americani che lavorano nella Repubblica Popolare, cancellando d'un colpo tutti i messaggi pro-mercato e accalappia-investimenti mandati negli ultimi mesi dal nuovo premier Li Qiang. A loro volta gli Stati Uniti preparano il prossimo colpo: limitare gli investimenti delle società americane in Cina in una serie di settori chiave. Una escalation che estenderebbe il contenimento tecnologico del Dragone dal terreno dei prodotti a quello dei capitali.

Le parole di Biden

Non è detto si arrivi a tanto ma il presidente Joe Biden ne ha parlato agli alleati al G7. E la misura potrebbe materializzarsi nei prossimi mesi, quando la campagna elettorale Usa scatenerà una corsa tra democratici e repubblicani a mostrarsi "duri" con lo sfidante comunista. Da questo punto di vista è epocale la scelta del gigante americano del venture capital Sequoia di separare del tutto, anche nel nome, le attività in Cina da quelle nel resto del mondo. Si tratta di una società simbolo: fondata nel 1972, ha fornito i primi investimenti a startup come Apple, Cisco, Google, LinkedIn, PayPal e Whatsapp, diventati colossi della Silicon Valley.

Nel 2005, mentre l'industria digitale cinese stava esplodendo, Sequoia ha fatto il grande salto, replicando il modello con gli imprenditori tecnologici del Dragone. Ed è grazie ai suoi capitali, raccolti anche negli Stati Uniti, che sono nati campioni cinesi come Alibaba o Bytedance, il creatore di TikTok. Ma in mezzo alla sfida hi-tech questo ponte tra mondi non è più percorribile: Neil Shen, il miliardario che guida la ormai ex Sequoia in Cina, ha lanciato un nuovo fondo dedicato a supercomputer e intelligenza artificiale, le tecnologie su cui Xi chiede agli imprenditori di recuperare il ritardo dagli Stati Uniti. Ed è impensabile - anche senza un bando ufficiale - che ad alimentarlo siano dollari Usa. La società da ora si chiamerà Hongshan, traduzione in mandarino di Sequoia.È il segno della grande biforcazione in corso nel settore tecnologico tra Stati Uniti e Cina. Che inevitabilmente si allargherà.

I manager corrono ai ripari

I viaggi dei manager di Corporate America raccontano il tentativo di limitarne rischi e costi, continuando a fare affari nel ricco mercato cinese ma isolando il più possibile le attività locali da quelle occidentali, cercando basi produttive alternative e facendo pressione perché la logica della sicurezza non si estenda a dismisura, coinvolgendo un settore dopo l'altro. Non è un caso che i dirigenti di cui sono filtrate le parole, prima o dopo il viaggio a Oriente, abbiano criticato la prospettiva di un "decoupling", una separazione forzata tra due economie "gemelle siamesi" (Elon Musk, citato della stampa cinese). Ed espresso la preferenza per il più mirato "derisking", limitazione del rischio, citato per esempio da Jamie Dimon. L'ultimo G7 ha canonizzato questo concetto come strategia comune delle democrazie per affrontare la Cina. Ma molti, non solo a Pechino, sospettano che per gli Stati Uniti sia solo un modo diverso di dire la stessa cosa: contenimento del rivale, costi quel che costi.

Wall Street non detta la narrativa della globalizzazione, deve adattarsi. E il massimo obiettivo possibile, a Washington, è assicurarsi che la politica si limiti a fare ciò che dice, cioè - per usare le parole del Consigliere per la sicurezza nazionale Sullivan - alzare "un recinto molto alto attorno a un campo molto specifico" di tecnologie strategiche. Lasciando negli altri settori merci e capitali liberi di correre tra Occidente e Oriente. Le multinazionali camminano su un filo: devono tenersi buoni i due litiganti, ma a voce bassa, evitando parole o azioni che le schierino in un campo o nell'altro. Possono provare a sfruttare a proprio vantaggio la competizione di incentivi per attrarre investimenti e tecnologie. Ma devono prepararsi al peggio: una guerra economica a somma zero tra i Paesi da cui dipendono le loro fortune.