Un utilizzo efficace del golden power deve basarsi su una definizione chiara del confine tra la tutela della sicurezza di un Paese e una politica industriale che promuova lo sviluppo economico. Pirelli è un magnifico esempio per capire quanto questo confine sia difficile da identificare. Quanto fatto dal governo italiano la settimana scorsa con l’esercizio dei poteri speciali, limitando in modo significativo i poteri di governance del socio cinese Sinochem, è coerente con il regolamento europeo di investment screening (2019/452). Per quanto sia materia di competenza dei singoli Stati, l’effetto distorsivo dei mercati del limitare l’operatività di alcune categorie di investitori rende inevitabile un coordinamento europeo. Paesi che non applicassero procedure di selezione permetterebbero di operare liberamente nello spazio del Mercato Unico ad investitori che altri rifiuterebbero.
I limiti all’uso del golden power
La possibilità di utilizzare lo strumento del golden power è limitata ad attività rilevanti per la difesa e la sicurezza nazionale e alle grandi infrastrutture a rete, come trasporti, telecomunicazioni e elettricità. Gradualmente è stata estesa anche a settori quali sanità, alimentare, finanza e assicurazioni. Dunque, uno spettro molto ampio di attività. Le regole europee, però, prevedono che l’intervento possa essere attivato solo per motivi imperiosi di interesse nazionale.
Le tecnologie
E il primo interesse nazionale è legato alle tecnologie. Per Pirelli, la giustificazione dell’intervento è l’utilizzo di microchip sugli pneumatici per monitorarne l’utilizzo e il consumo. I microchip raccolgono dati che non riguardano solo la qualità e la sicurezza della guida, ma anche la geolocalizzazione e caratteristiche infrastrutturali del sistema stradale. Dati sensibili da un punto di vista della sicurezza che, secondo il governo, dovrebbero rimanere sotto tutela nazionale. Ora, se non ci fossero stati i microchip, l’utilizzo del golden power sarebbe stato giustificato? Fare gli pneumatici comunque non è uno scherzo. Le tecnologie, sia di produzione che di prodotto, sono super sofisticate, un grande patrimonio di Pirelli e del Paese. Per chi segue la Formula 1 questa è una constatazione evidente. E soprattutto in un Paese che produce auto, la filiera della gomma è essenziale. Dunque, bene evitare che il controllo e le operazioni di Pirelli traslochino in Cina? Certo, molto bene, ma forse lo strumento corretto, se questa è la logica dell’intervento, non può essere coercitivo come il golden power. Piuttosto dovrebbe fondarsi su incentivi che rendano conveniente ed efficace, in un contesto di libero mercato, operare in Italia. La distinzione tra microchip e qualità tecnologica degli pneumatici non è questione di lana caprina. Se non ci fossero i microchip, difficile evocare «motivi imperiosi di interesse nazionale». Altrimenti, perché non usare il golden power per proteggere le straordinarie competenze artigianali della nostra industria tessile o della filiera del pomodoro?
Il soggetto investitore
La seconda questione per l’interesse nazionale riguarda il soggetto dell’investitore. L’azionista cinese di Pirelli è Sinochem, partecipata e controllata dallo Stato e dal Partito. E qui ovviamente interviene la dimensione geopolitica. Per quanto con la Cina la situazione negli affari correnti sia di business as usual, come sostiene la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, nei fatti c’è una fortissima tensione sulle questioni di sicurezza e di trasferimento tecnologica. In questi giorni pare smorzarsi lo scenario di frattura, con l’Occidente, ma rimane chiaramente in essere una strategia più soft definita ora in Europa di derisking, riduzione dei rischi. Operare con la Cina su tecnologie avanzate e con implicazioni di sicurezza rimane operazione ad alto rischio. Se l’investitore fosse stato americano, probabilmente il golden power non sarebbe stato esercitato negli stessi termini restrittivi.
Il caso Pirelli
Alla nazionalità si aggiunge anche la natura pubblica e l’atteggiamento dell’investitore. Pirelli a totale controllo cinese, secondo quanto riportato, si sarebbe dovuta uniformare alle linee guide del presidente Xi Jinping e del Partito Comunista, non a quelle del mercato. Il che amplifica l’elemento geopolitico della questione. Sinochem è considerata dagli americani un’osservata speciale, un’azienda con forti legami con la difesa e soprattutto soggetta a dazi alle esportazioni e possibili sanzioni. L’America è uno dei mercati principali di Pirelli, non una buona idea esserne esclusa. Inoltre, il controllo pubblico avrebbe aperto la porta ad una forte distorsione della concorrenza. Se Sinochem fosse stata un’azienda privata, in grado di garantire sinergie efficaci, sarebbe stato necessario esercitare comunque il golden power? Anche qui la distinzione tra «motivi imperiosi di interesse nazionale» e motivi di sviluppo economico non sarebbe stata semplice.
Insomma, per Pirelli c’erano probabilmente fondati motivi per esercitare il golden power. Ma in casi meno chiari, come discriminare un investitore da un altro? L’estensione dell’ambito potenziale delle misure a settori non necessariamente strategici apre la strada ad un possibile utilizzo distorto di questo strumento per fini di politica industriale che nulla hanno a che vedere con la sicurezza. Per questo, per chiarire quale sia il confine, bisogna osservare il limite imposto dalle regole europee: un utilizzo mirato e basato su «criteri obiettivi, stabili e resi pubblici». - barba@unimi.it