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I lavori creativi e la sfida degli algoritmi: come salvare il nostro posto di lavoro

L’intelligenza artificiale sembra in grado di emulare e replicare alcune delle attività intellettuali tipiche della mente umana. Si profilano dei rischi, ma anche alcune opportunità. Ecco un manuale di sopravvivenza
3 minuti di lettura

ROMA – Algoritmi che scrivono quello che vogliamo, nel tono che vogliamo. Gratis e in pochi secondi. Algoritmi che correggono una foto, che generano immagini artistiche, che disegnano.

Voci sintetiche che interpretano il testo di un podcast come di uno spot pubblicitario. Software intelligenti che montano un filmato. E ancora. Avatar meta-umani capaci di leggere il telegiornale o una lezione universitaria in tutte le lingue del mondo.

Da alcuni mesi, chi fa un lavoro creativo sente di camminare sulle sabbie mobili. Si chiede se l’intelligenza artificiale stia minacciando il suo lavoro e che cosa succederà tra un anno o due, visti i progressi evidenti che gli algoritmi fanno di mese in mese.

LA FRANA

Decine di opinionisti e opinionisti si sta…

ROMA – Algoritmi che scrivono quello che vogliamo, nel tono che vogliamo. Gratis e in pochi secondi. Algoritmi che correggono una foto, che generano immagini artistiche, che disegnano.

Voci sintetiche che interpretano il testo di un podcast come di uno spot pubblicitario. Software intelligenti che montano un filmato. E ancora. Avatar meta-umani capaci di leggere il telegiornale o una lezione universitaria in tutte le lingue del mondo.

Da alcuni mesi, chi fa un lavoro creativo sente di camminare sulle sabbie mobili. Si chiede se l’intelligenza artificiale stia minacciando il suo lavoro e che cosa succederà tra un anno o due, visti i progressi evidenti che gli algoritmi fanno di mese in mese.

LA FRANA

Decine di opinionisti e opinionisti si stanno facendo la stessa domanda. E le risposte più intelligenti arrivano forse dall’Harvard Business Review, che dedica più articoli al tema della creatività nell’era dell’IA. La parola d’ordine è: niente panico.

Una frana è partita dall’alto della montagna, questo è indubbio. Ma non sappiamo ancora quando arriverà a valle; con quale intensità e quanti posti di lavoro distruggerà.

Anche Gil Press, opinionista statunitense di Forbes.com, invita a mantenere i nervi saldi. Da sempre, a ogni rivoluzione industriale, l’umanità tenta previsioni sui cambiamenti possibili per il lavoro. Previsioni – spesso pessimistiche – che puntualmente non si sono avverate.

(cortesia Pexels.com)

 

LIMITARE I DANNI

Ecco, in ogni caso, 10 consigli ai creativi per provare quantomeno a limitare i danni nella nuova stagione che stiamo vivendo.

  1. Una valutazione soggettiva.
    Ogni professionista conosce il suo lavoro e anche la mentalità dell’azienda che gli paga lo stipendio. Spetta a lui valutare, dunque, se la sua attività sia replicabile dagli algoritmi e se l’azienda sia incline a tentare una sostituzione delle abilità umane con quelle artificiali. L’esame deve essere spietato e prospettico: se oggi non sono a rischio, forse potrò esserlo domani.

2. I segnali della proprietà.

In Germania, Axel Springer – editore di Bild – ha avvertito i giornalisti del gruppo che molte loro attività sono rimpiazzabili dagli algoritmi. L’editore ha anche lanciato una ciambella di salvataggio ai suoi cronisti invitandoli a produrre informazioni in forme più evolute, multimediali e approfondite. Segnali chiari, che non possono essere ignorati.

3. Il monitoraggio.

Pensare che la rivoluzione sia opera di ChatGPT e di pochi altri algoritmi sarebbe un’ingenuità. Ogni giorno prendono forma delle nuove applicazioni e alcuni siti ce le segnalano. Per conoscere gli “ultimi arrivi” nel supermercato dell’intelligenza artificiale, tenete d’occhio, ad esempio:

- tinywow.com - 123apps.com/it - futurepedia.io.

4. Un modello ibrido.

Avere un’idea delle applicazioni migliori permette anche di definire – giorno dopo giorno – una nuova professionalità capace di integrare le abilità umane e quelle dei software. La sfida è anche questa, d’altra parte: dare vita a un profilo ibrido. Un simile approccio può trasformare l’intelligenza artificiale da minaccia in opportunità.

5. I nuovi lavori.

La startup Indigo.ai – citata in un articolo del Sole 24Ore – insiste molto su questo aspetto. Se alcuni lavori spariranno, altri già si intravedono all’orizzonte. Molti di noi, ad esempio, usano gli algoritmi al minimo del loro potenziale. Molti di noi chiedono una cosa a ChatGPT e si fermano al primo rifiuto. Invece professionisti più tenaci e smaliziati rompono le scatole all’algoritmo incalzandolo fino a che non risponde (istruttivi, al riguardo, i tutorial del formatore Roberto Gaito su YouTube). Ecco: saper parlare alle intelligenze artificiali è una nuova abilità, un nuovo lavoro.

6. Gli altri esempi.

Indigo.ai fa anche l’esempio degli AI Ethicist. Sono  professionisti che studiano l’uso etico e responsabile dell’intelligenza artificiale, attenti anche alle violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo. Di AI Ethicist, ne hanno bisogno le università, gli studi legali, le trasmissioni televisive a caccia di opinionisti, i politici chiamati a regolare il nuovo Mondo. 

7. La formazione. 

Per limitare i danni bisogna anche tornare a studiare. In altre parole, è obbligatorio riqualificarsi. E se siete giovanissimi cercate di svincolarvi da un modello tutto italiano. In Italia bisogna scegliere tra studi umanistici (Lettere, Filosofia) e studi tecnici (Informatica). Tanti Paesi sono andati in direzioni diverse premiando modelli misti. Nelle aziende creative degli Stati Uniti, ad esempio, si sprecano gli ingegneri che hanno fatto un master in Comunicazione o Filosofia.

8. I contenuti multilingue.

Avete scritto un saggio? Se è in italiano, vi rivolgete a un mercato di 57 milioni di persone, i residenti del nostro Paese. Se lo traducete in inglese o spagnolo – come gli algoritmi permettono di fare, al netto di qualche svarione – vi rivolgete a qualche miliardo di persone. L’intelligenza artificiale ci regala la possibilità di veicolare i nostri contenuti su scale molto più ampie (a patto che siano validi e originali).

9. Anche per i siti.

La Francia è un Paese che tiene molto alla sua identità culturale e alla sua lingua (certi splendida). Eppure il quotidiano Le Monde non ha esitato a offrire un tasto ai lettori del suo sito. Un tasto che permette di tradurre ogni articolo e contenuto dal francese all’inglese. In questo modo, Le Monde si apre a un mercato di nuovi lettori e inserzionisti pubblicitari finora inesplorato. Le traduzioni sono opera degli algoritmi, controllati dagli umani. Avete un sito in un blog? Che sia multilingue, per parlare al Mondo.

10. Il marketing.

Ci sono in giro dei siti di aziende che precisano: qui da noi lavora solo l’intelligenza artificiale, mentre gli esseri umani – con i loro pregiudizi – non sono graditi. Un approccio forse provocatorio e spregiudicato, ma interessante sul piano del marketing. Viceversa ci sono siti di aziende che avvertono del contrario. Spiegano che i loro prodotti e contenuti sono opera della sola sensibilità e creatività degli umani. Anche questo è un approccio interessante. Proporre qualcosa di incontaminato e puro, qualcosa di soltanto umano, può colpire la sensibilità di alcune tipologie di clienti. Persone che scelgono e comprano con un approccio etico, ideologico. 

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