La mancanza di personale che rischia di frenare la svolta digitale dell’Italia
di Patrizio BianchiIn una difficile fase congiunturale, testimoniata dal nervoso andamento della produzione nel primo semestre, l’industria italiana sta affrontando uno straordinario cambiamento, legato all’introduzione sistematica di processi di digitalizzazione ed accelerato dall’esplosione dell’intelligenza artificiale generativa (GenAI). Mentre il Pnrr mette a disposizione risorse finanziarie senza precedenti, i rischi ora sono connessi alla mancanza di personale preparato e più in generale alla nostra scarsa capacità di attrarre e mantenere le competenze necessarie per compiere il salto nella nuova economia. Non è infatti una novità che l’Italia venga posizionata in fondo ad ogni classifica sulla digitalizzazione delle imprese e della pubblica amministrazione, in particolare nelle classifiche sul capitale umano, dove siamo terz’ultimi nell’Unione Europea, precedendo solo Bulgaria e Romania (Desi, 2022).
Di cosa parliamo quando parliamo di digitalizzazione
Le novità derivano dall’accelerazione dovut…
In una difficile fase congiunturale, testimoniata dal nervoso andamento della produzione nel primo semestre, l’industria italiana sta affrontando uno straordinario cambiamento, legato all’introduzione sistematica di processi di digitalizzazione ed accelerato dall’esplosione dell’intelligenza artificiale generativa (GenAI). Mentre il Pnrr mette a disposizione risorse finanziarie senza precedenti, i rischi ora sono connessi alla mancanza di personale preparato e più in generale alla nostra scarsa capacità di attrarre e mantenere le competenze necessarie per compiere il salto nella nuova economia. Non è infatti una novità che l’Italia venga posizionata in fondo ad ogni classifica sulla digitalizzazione delle imprese e della pubblica amministrazione, in particolare nelle classifiche sul capitale umano, dove siamo terz’ultimi nell’Unione Europea, precedendo solo Bulgaria e Romania (Desi, 2022).
Di cosa parliamo quando parliamo di digitalizzazione
Le novità derivano dall’accelerazione dovuta al boom di ChatGPT, che in due mesi ha raggiunto i 100 milioni di sottoscrittori, e dalla disponibilità eccezionale di risorse messe a disposizione dall’Ue, perché è evidente che i ritardi italiani diventerebbero un freno per l’intera Europa. Infatti il piano Next Generation EU per la digitalizzazione mette a disposizione per la sola Italia 48,1 miliardi di euro, di cui quasi venti alle imprese, mentre attribuisce a Spagna, Germania e Francia, nel loro insieme, un totale di poco meno di 42 miliardi. Quando parliamo di “digitalizzazione” in realtà parliamo di una varietà di tecnologie, dal blockchain al cloud, dalla GenAI alla robotizzazione, che debbono essere rese coerenti all’interno dell’impresa e soprattutto rese funzionali e serventi nei confronti di strategie aziendali capaci di proiettarsi in un lungo periodo. Tutto questo richiede competenze non solo tecniche, ma anche capacità operativa e capacità critica, sempre più necessarie in tempi di così rapida trasformazione.
E qui si approda ad uno dei nodi cruciali per il nostro sviluppo: la scarsa attenzione per la formazione, l’attrazione e la retention delle persone che debbono sostenere e garantire nel tempo questa trasformazione organizzativa. L’Italia non è un Paese attrattivo; l’anno scorso solo 85 mila immigrati hanno chiesto di rimanere in Italia, mentre 182 mila cittadini italiani, in gran parte con alti livelli d’istruzione, sono andati all’estero, dove hanno trovato non solo retribuzioni, ma anche modalità di crescita professionale più favorevoli che in Italia. Visto l’andamento demografico, che segnala già crescenti difficoltà - in particolare per le imprese del Nord - a rintracciare personale per le proprie attività, specie nella fascia dei tecnici diplomati, diviene ineludibile impostare una seria politica di attrazione di talenti dall’estero, anche per inserire le nostre imprese in quell’ambito internazionale in cui circolano le innovazioni, uscendo dalla rigidità burocratica, che frena l’entrata di talenti dall’estero.
Cosa succede negli istituti tecnici e ITS
E poi la scuola, l’università e tutta la formazione continua. La riforma degli istituti tecnici e degli ITS approvata lo scorso anno permette una più decisa integrazione con i sistemi produttivi e spinge gli allievi verso esperienze, anche all’estero, sempre più necessarie per formare persone creative e capaci di affrontare fasi di così intensa trasformazione. Purtroppo sia gli istituti tecnici che gli istituti tecnici superiori rimangono ben poco valorizzati e quindi scarsamente frequentati. Le università rimangono legate a modelli fortemente disciplinari, mentre soprattutto per le triennali occorre incrociare di più i percorsi educativi fra loro e questi con esperienze al di fuori delle aule: più laboratori, più tirocini, più progetti comuni, anche utilizzando al massimo la mobilità internazionale. Del resto proprio l’ammissione alle università diviene il modo per selezionare studenti che vogliono venire nel nostro Paese e più in generale in Europa da altri contesti, ancora una volta rallentati dalla palude delle norme sull’immigrazione. Infine, il tema immenso della riqualificazione del personale oggi presente nelle nostre imprese, che rischia di venire spiazzato dai processi di innovazione. Reskilling e formazione continua sono la risposta più rapida ai problemi di adeguamento alle trasformazioni in corso, ma questo implica che le stesse imprese con le loro Academy, con le loro attività formative, si sentano solidamente parte di un sistema educativo aperto ed inclusivo.
L’esempio dell’Emilia Romagna
Alcuni anni fa, di fronte alle difficoltà del settore dell’automobile, la Regione Emilia Romagna ha varato il progetto Muner – Motorvehicle University Emilia Romagna – che mette insieme le imprese del territorio, anche appartenenti a gruppi in competizione fra loro, le loro academy, i componentisti, le quattro università, le scuole tecniche e gli ITS, le istituzioni locali per realizzare un polo educativo che rispondesse ai bisogni emergenti di formazione di tutto il territorio. Questo è l’esempio di come sia possibile riportare l’istruzione al centro delle politiche di crescita e farne un collante di tutte le componenti responsabili ed attive del Paese.
*Cattedra Unesco Educazione, crescita ed eguaglianza, Università di Ferrara.