MILANO — Il riscaldamento climatico costerà all’Italia una perdita di Pil equivalente a due o tre Piani nazionali di ripresa e resilienza, nel XXI secolo.
Lo ha stimato una pubblicazione diffusa ieri dalla Banca d’Italia – con tempestività rara, tra i nubifragi al Nord e il fuoco in Meridione – dal titolo “Dinamica delle temperature e attività economica in Italia: un’analisi di lungo periodo”. Nella ricerca, firmata da quattro studiosi (tre economisti della Vigilanza e un membro dell’Istituto scienze dell’atmosfera e del clima), per la prima volta si analizzano, con metodi scientifici e approccio di lungo termine, le relazioni tra le temperature nelle singole regioni e l’economia del Paese. Dal 1871 a oggi.
Tre assunti emergono con nettezza dalla ricerca: primo, che nel periodo «le temperature medie in Italia sono aumentate di circa 2° dall’inizio del secolo scorso, con una sostanziale omogeneità dei trend di crescita a livello territoriale». Secondo, e consequenziale, che gli aumenti «hanno avuto impatto negativo sulla crescita del Pil pro capite, accentuatosi alla fine del Novecento parallelamente all’incremento delle temperature nel periodo 1981-2001». Terzo, che ribaltando le serie storiche sul futuro prossimo l’impatto sarà anche peggiore: incrementi da qui al 2100 di altri 1,5° «ridurrebbero la crescita economica fino a ottenere nel 2100 un livello di Pil pro capite inferiore tra il 2,8% e il 9,5%» rispetto alle proiezioni per così dire normali. Da notare che lo “scenario +1,5°”, che corrisponde a un quadro di emissioni di gas serra intermedio, è quello già ottimale, che dal 2015, dopo gli accordi Cop 21 di Parigi e quelli seguenti, il mondo prova a traguardare con scarso successo. La ricerca lo fa presente, e ricorda altri due fattori di calcolo per difetto: il fatto che «superate determinate soglie gli effetti economici negativi del global warming possono risultare più marcati», e la mancata misurazione, nelle perdite di Pil stimate nel lavoro, degli effetti e dei danni miliardari rappresentati dagli eventi indotti dal riscaldamento globale. Per citarli: «catastrofi naturali, incremento della mortalità, deterioramento della salute, migrazioni». Anche se gli stessi autori avvertono che la forchetta di minore Pil italiano causa clima incattivito è ampia e «connotata da un grado di incertezza elevato», trovano le loro conclusioni «coerenti con quelle di altri studi realizzati cross-country», altrove.
L’analisi individua nell’emissione dei gas serra prodotti dall’attività umana «il principale motore del cambiamento climatico in atto», e ne rintraccia le conseguenze sul sistema economico nostrano. I danni riscontrati sono di due tipologie. Quelli diretti o “di mercato”, specie nel settore agricolo dove le variazioni del clima influenzano l’offerta e i prezzi delle materie prime in modo lineare, ma anche nella manifattura e nei servizi, con una generale «riduzione della produttività dei lavoratori e flessione degli investimenti nei settori più esposti al riscaldamento globale». Ci sono, poi, i danni “non di mercato”, più difficili da quantificare ma non meno preoccupanti, che riguardano «le perdite di benessere derivanti da un clima meno ospitale e più variabile che determina un degrado degli ecosistemi e una minore biodiversità». Detto che i Paesi con climi più caldi e redditi inferiori sono, plausibilmente, quelli più esposti al fenomeno – e l’Italia pare collocarsi in posizione intermedia – va inoltre valutato l’effetto dei «flussi migratori interni e internazionali», che incombe sulla Penisola.
L’aumento delle temperature è stato misurato dai quattro studiosi con il «metodo delle anomalie», annotando tutte le variazioni climatiche per oltre un secolo nelle province italiane, suddivise in celle di 800 metri ed estrapolate su medie decennali per escludere «fenomeni di variabilità meteorologica». Le temperature ottimali, per l’attività economica, sono sui 15°, mentre emerge come la frequenza di giornate oltre i 28° «abbia influito negativamente, in particolare negli ultimi 20 del Novecento, incidendo principalmente sul settore agricolo».