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Le terre rare ora si cercano in fondo all’oceano

È la nuova frontiera della grande caccia ai minerali necessari per la transizione energetica. Ma è una caccia senza regole e con rischi enormi per l’ambiente marino
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“Quaedam enim naturali iure communia sunt omnium”. La metrica latina del codice di Giustiniano è poetica. Il significato, premonitore, già 1.500 anni fa: “E infatti – recita l’articolo – secondo la legge naturale alcune cose sono comuni a tutti”. È la premessa per identificare in un articolo successivo le acque marine come patrimonio da tutelare tra le “res communes” dell’umanità. Non so se l’ambientalista di Greenpeace che settimane fa protestava su una canoa contro le attività di rastrellamento dei fondali oceanici della Hidden Gem fosse al corrente del codice di Giustiniano.

Ma il suo cartello, “Fermate le attività minerarie nelle profondità del mare” deriva da un contesto intellettuale che fin dai tempi dell’impero romano si chiede come e quanto si debbano proteggere le nostre acque, prive di tutela se sono oltre 12 e in alcuni casi 24 miglia nautiche dalle coste. Un niente, fuori da quel perimetro le acque possono essere setacciate, esplorate, i fondali perforati e scavati senza…

“Quaedam enim naturali iure communia sunt omnium”. La metrica latina del codice di Giustiniano è poetica. Il significato, premonitore, già 1.500 anni fa: “E infatti – recita l’articolo – secondo la legge naturale alcune cose sono comuni a tutti”. È la premessa per identificare in un articolo successivo le acque marine come patrimonio da tutelare tra le “res communes” dell’umanità. Non so se l’ambientalista di Greenpeace che settimane fa protestava su una canoa contro le attività di rastrellamento dei fondali oceanici della Hidden Gem fosse al corrente del codice di Giustiniano.

Ma il suo cartello, “Fermate le attività minerarie nelle profondità del mare” deriva da un contesto intellettuale che fin dai tempi dell’impero romano si chiede come e quanto si debbano proteggere le nostre acque, prive di tutela se sono oltre 12 e in alcuni casi 24 miglia nautiche dalle coste. Un niente, fuori da quel perimetro le acque possono essere setacciate, esplorate, i fondali perforati e scavati senza che vi sia nessuno davvero in grado di proteggere quelle risorse naturali incontaminate dalla violazione della tecnologia moderna.

La Hidden Gem, ad esempio, è un’enorme nave, supertecnologica, munita di torri e gru che depositano in acqua una sorta di carro armato dotato di braccia meccaniche e strumentazione per scandagliare i profondi fondali del Pacifico. L’obiettivo, estrarre e raccogliere noduli polimetallici essenziali per la produzione di batterie e di altre componenti centrali per il passaggio dal motore a scoppio a carburante fossile al motore elettrico. Stiamo parlando di metalli rari di varia natura, contesi fra alcuni Paesi produttori – Cina in primis – e Paesi utilizzatori. Un braccio di ferro geopolitico sempre più pericoloso attorno a queste materie prime necessarie alla realizzazione della nuova rivoluzione industriale, l’elettrificazione del Pianeta.

Il problema è che per proteggerci da rischi ambientali, dal surriscaldamento atmosferico, ne produciamo altri che possono avere conseguenze altrettanto imprevedibili. La società mineraria canadese The Metals Company, che opera la Hidden Gem, ci spiega che le attività minerarie nei fondali, a profondità di 2.500 metri, potrebbero colmare il gap dell’offerta di questi metalli rari, fino al rame e allo zinco, essenziali per l’economia del futuro. Spiega che il “mezzo” già oggi può operare manovrato in remoto sotto una pressione 250 volte superiore a quella a livello del mare senza subire danni. E annuncia che la nuova generazione, già pronta, sarà capace di estrarre fino a profondità di 5.000 metri con pressioni di 500 volte superiori a quelle a livello del mare. Per darvi un’idea, il Titan della OceanGate, imploso lo scorso giugno con l’uccisione istantanea di cinque persone a bordo, era a una profondità di 3.800 metri, di fianco ai resti del Titanic.

Come sempre il dibattito è difficile. Se la necessità di trovare nuovi giacimenti di metalli rari si impone per tenere il passo con le esigenze dell’economia globale, delineare perimetri per l’esplorazione e l’estrazione è altrettanto importante. E la questione dell’esplorazione dei fondali oceanici è improvvisamente attuale dopo il fallimento di un negoziato di un paio di settimane fa in Giamaica. Il negoziato in realtà era partito sotto il segno dell’ottimismo dopo che era stato raggiunto un accordo storico nel contesto delle Nazioni Unite appena lo scorso marzo per tutelare gli equilibri biologici e di biodiversità degli oceani. Un negoziato complicatissimo. Come ci si sarebbe comportati ad esempio quando agenzie diverse, come l’organizzazione per la gestione della pesca, avessero presentato regole o modalità di ingaggio in contraddizione con i limiti imposti dalla conferenza dell’Onu? O se attività di estrazione mineraria avessero perseguito obiettivi diversi?

Non solo, c’era il conflitto perpetuo fra Nord e Sud: chi avrà titolo per incassare i diritti su attività marine? Il Paese più povero che si affaccia su quelle acque anche se fuori dalle acque territoriali, o il Paese più ricco e avanzato che conduce le attività in acque non territoriali? «Sono state due settimane di immersione totale e di difficoltà – mi ha raccontato un diplomatico italiano che ha partecipato ai lavori rappresentando il nostro Paese – Poi siamo riusciti a firmare un accordo. Può sembrare lontano dai nostri problemi e molto tecnico, ma è stato un passaggio storico. All’annuncio eravamo commossi».

L’intesa quadro doveva fare da apripista per accordi con nuove regole e perimetri di attività, per la pesca ad esempio o per le attività di estrazione dei metalli rari o di alghe o componenti biologici che potrebbero risultare essenziali, per esempio, per la ricerca sul cancro. Ma è proprio il fallimento di un dialogo successivo condotto nel contesto della International Seabed Authority, un’agenzia dedicata alla protezione dei fondali oceanici e marini, che ha portato una doccia fredda. Il successo avrebbe comportato l’istituzione di regole immeditate. Il fallimento consentirà invece a chiunque, alla Metals Company e alla sua Hidden Gem, e a decine di altri operatori, di muoversi come meglio crederanno per almeno i prossimi due-quattro anni.

Il problema è che l’estrazione dai fondali oceanici, certamente utilissima per le nostre esigenze industriali, se non regolata potrà danneggiare l’ecosistema in uno dei momenti più delicati per i nostri equilibri ambientali. Uno studio su Nature, ripreso dal New York Times, rivela che l’attività mineraria sui fondali marini potrà influire negativamente sui modelli di migrazione del tonno con intrecci e conseguenze imprevedibili. Per questo una trentina di grandi aziende hanno raccolto l’appello della ricercatrice che ha pubblicato lo studio: Bmw, Google, Samsung, Volvo o Volkswagen hanno firmato un impegno a non accettare forniture da esplorazioni marine. E banche inglesi come Lloyds o Chartered Standard si sono impegnate a non finanziare progetti di estrazione mineraria dai fondali marini.

Le aziende firmatarie e i Paesi che più si oppongono, Germania e Francia, temono i rischi colossali impliciti nel cambiamento degli equilibri biologici marini per mano dell’uomo. Altri osservano che una buona impostazione di operazioni di riciclo di metalli rari in vecchie batterie potrebbe risolvere il problema, in attesa di un accordo. Una navigazione ancora a vista insomma, ma un primo passo avanti nel regolare un bene comune, dopo averci provato per 1.500 anni.

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