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Debito, Pnrr e Flat tax. Tutti i dubbi del Fmi sulla crescita italiana

Dall’ultimo rapporto Article IV del Fondo emergono criticità e raccomandazioni. Il Pil è sceso dello 0,3%: effetto dei problemi strutturali del Paese. Forti le debolezze di un’economia troppo esposta alle turbolenze del mercato. I ritardi sul Mes e le “quote” sulle pensioni non aiutano
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IL governo ha reagito al dato Istat, secondo cui il Pil nel secondo trimestre si è contratto dello 0,3%, scaricando la colpa sulla Germania.

Forse però una risposta più onesta, e più utile al futuro del Paese, sarebbe riconoscere che la bassa crescita è il nostro “peccato originale”, come ripete da anni il Fondo Monetario internazionale, prestando più attenzione operativa a esortazioni e profezie contenute nel suo ultimo rapporto Article IV.

Il Covid e le banche

L’Fmi ci ha sollecitati a ridurlo. Il problema è che ogni anno abbiamo bisogno di racimolare finanziamenti per il 25% del Pil, lasciandoci alla mercé dei mercati.

Se sono calmi incontriamo meno difficoltà, ma se sono agitati, come durante il Covid o le recenti crisi bancarie, corriamo il rischio di non riuscire a rifinanziare il debito.

Negli ultimi anni ci hanno aiutato gli acquisti di bond delle banche centrali, e il fatto che parte del deficit è finanziato dai fondi NextGenerationEU.

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IL governo ha reagito al dato Istat, secondo cui il Pil nel secondo trimestre si è contratto dello 0,3%, scaricando la colpa sulla Germania.

Forse però una risposta più onesta, e più utile al futuro del Paese, sarebbe riconoscere che la bassa crescita è il nostro “peccato originale”, come ripete da anni il Fondo Monetario internazionale, prestando più attenzione operativa a esortazioni e profezie contenute nel suo ultimo rapporto Article IV.

Il Covid e le banche

L’Fmi ci ha sollecitati a ridurlo. Il problema è che ogni anno abbiamo bisogno di racimolare finanziamenti per il 25% del Pil, lasciandoci alla mercé dei mercati.

Se sono calmi incontriamo meno difficoltà, ma se sono agitati, come durante il Covid o le recenti crisi bancarie, corriamo il rischio di non riuscire a rifinanziare il debito.

Negli ultimi anni ci hanno aiutato gli acquisti di bond delle banche centrali, e il fatto che parte del deficit è finanziato dai fondi NextGenerationEU.

Gli aiuti non eterni

Il primo aiuto però sta finendo e il secondo non durerà in eterno, mentre ora ci sarebbe l’occasione per aggiustamenti fiscali più veloci con costi economici ridotti.

Ad esempio c’è stato un cambiamento nel sistema di accounting del Superbonus, prima misurato nel futuro e adesso nel presente, ma il governo ha mantenuto gli stessi target fiscali del precedente.

Più utile sarebbe usare parte di queste risorse per ridurre il debito, compiendo aggiustamenti fiscali rapidi e con effetto limitato sulla crescita.

Gli effetti sullo spread

Anche perché restano rischi di strette che potrebbero aumentare i costi della gestione dei pagamenti sul debito, con effetti negativi sullo spread.

L’opposizione alla ratifica del Meccanismo europeo di stabilità viene ormai vista come una scelta politica, con Palazzo Chigi deciso a tenere il punto e il Tesoro più incline a considerare i vantaggi economici.

Ma come spesso accade, quando l’ideologia determina le decisioni tecniche si apre la porta al disastro.

Perché i fondi del Mes sono una garanzia per tutti, e viste le recenti crisi bancarie, lo stesso Fmi nell’Article IV suggerisce all’Italia di continuare sulla strada della prudenza.

Il Piano di resilienza

Un quarto dei fondi sono grant, ossia “soldi gratuiti”. Se continuassero i ritardi, come con la terza rata, il governo dovrebbe ricorrere ai mercati per colmare il vuoto.

Al momento le condizioni potrebbero essere favorevoli, perché se la Bce ha raggiunto il picco dei tassi di interesse, gli investitori stranieri saranno incentivati a puntare sui titoli italiani, incassando i tassi alti senza la perdita di valore degli asset.

Ancora una volta, però, si tratterebbe di una scommessa che esporrebbe l’Italia a potenziali rischi. Quanto all’uso dei fondi, le priorità possono cambiare e molti progetti all’inizio erano stati decisi nella fretta delle “deadline”, chiedendo a enti locali e agenzie se avevano idee nel cassetto, senza analisi adeguate di costi e benefici.

La crisi energetica

Ma anche qui bisogna muoversi in maniera rapida ed efficace, tenendo conto che gli investimenti nella transizione ecologica non riguardano più solo la necessità di rispondere all’emergenza clima, ma anche alla crisi energetica provocata dall’invasione dell’Ucraina che domani potrebbe lasciare l’Italia senza forniture russe.

Allora non ha senso parlare di redistribuzione regionale delle risorse, solo perché in origine il 40% andava al Sud.

In alcuni casi le autorità locali non hanno la capacità di mettere a terra le risorse, ma prima di tutto dovrebbero essere le grandi aziende a farlo, e poi se le risorse per sviluppare l’energia rinnovabile sono soprattutto al Meridione bisogna prenderne atto.

In più l’Italia punta a diventare un hub energetico sfruttando la vicinanza geografica all’Africa, e quindi a maggior ragione ha senso investire nel Sud.

Il nodo delle tasse

Il progetto caro alla Lega è stato adottato solo in Estonia, che poi lo ha ritirato. Perché riduce il gettito fiscale, a meno di non imporre una tassa del 25 o 30%, e aumenta la disuguaglianza.

Quanto all’effetto “sgocciolamento”, non aveva funzionato nemmeno nell’America di Reagan. L’Italia invece avrebbe bisogno di un’ampia riforma progressiva che allarghi la base fiscale, chiudendo i 625 loophole, ossia le scappatoie che ci fanno perdere entrate per il 6% del Pil, per poter insieme abbassare le aliquote ed aumentare il gettito.

E proseguire quella delle pensioni, non con trovate populiste come le varie “quote”, ma rendendo reale l’uscita a 67 anni.

La fertilità

Ciò ci porta all’altra grande crisi dell’Italia, dove il tasso di fertilità è poco sopra la metà di quanto servirebbe solo per mantenere l’attuale popolazione in età di lavoro.

Non esiste una bacchetta magica e quindi serve una soluzione con più componenti. È giusto promuovere le nascite, ma ammesso che funzioni, non accrescerà la forza lavoro prima di vent’anni, se ogni donna inizierà a partorire cinque figli, o sessanta, se ogni generazione ne metterà al mondo tre.

Quindi è stolto, ma soprattutto autolesionista, escludere l’immigrazione dal piano.

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