Quelle 450 vittime della guerra “minore” che si combatte su strade e cantieri
di Marco Patucchi«Sono solo un operaio lungo la massicciata, il mio pane sa di polvere, la mia acqua è salata. E lavoro per la ruggine, respiro il carbone. Costruisco per niente. E non ne vedo la fine». Bisognerebbe pensare alle parole di una canzone di Francesco De Gregori quando, lungo le strade e le autostrade, i binari dei nostri viaggi verso le vacanze, vediamo quegli uomini in gilet fluorescente, casco da lavoro, una bandiera sventolata per avvertire che è bene rallentare. La «guerra minore», come la battezzò George Orwell in un’inchiesta sulle miniere inglesi degli anni Trenta, che in Italia ancora oggi conta una media di tre caduti al giorno.
Nel 2022 i decessi sono stati 1.090 e 697.773 gli infortuni, nei primi sei mesi del 2023 già 450 vittime e 296.665 feriti. Cifre pesantissime, quelle certificate dall’Inail: operai, muratori, magazzinieri, marinai, agricoltori, camionisti che…
«Sono solo un operaio lungo la massicciata, il mio pane sa di polvere, la mia acqua è salata. E lavoro per la ruggine, respiro il carbone. Costruisco per niente. E non ne vedo la fine». Bisognerebbe pensare alle parole di una canzone di Francesco De Gregori quando, lungo le strade e le autostrade, i binari dei nostri viaggi verso le vacanze, vediamo quegli uomini in gilet fluorescente, casco da lavoro, una bandiera sventolata per avvertire che è bene rallentare. La «guerra minore», come la battezzò George Orwell in un’inchiesta sulle miniere inglesi degli anni Trenta, che in Italia ancora oggi conta una media di tre caduti al giorno.
Nel 2022 i decessi sono stati 1.090 e 697.773 gli infortuni, nei primi sei mesi del 2023 già 450 vittime e 296.665 feriti. Cifre pesantissime, quelle certificate dall’Inail: operai, muratori, magazzinieri, marinai, agricoltori, camionisti che non tornano a casa nel Paese che la Costituzione fonda sul lavoro. I giovani al primo impiego, l’esercito sconfinato dei precari, le donne penalizzate da una disparità di genere combattuta solo a colpi di proclami, gli anziani costretti a salire sulle impalcature dei cantieri perché la pensione è una chimera o è troppo povera per continuare a tirare avanti senza lavorare, i penultimi e gli ultimi della filiera degli appalti.
Guardando ai numeri del 2023, si evince come la strage di Brandizzo sia soltanto l’ultimo capitolo della Spoon River delle morti nei cantieri lungo ferrovie e strade: delle 450 vittime di quest’anno, ben 89 hanno perso la vita nei settori delle costruzioni, dei trasporti e della logistica: significa che, al netto dei decessi nell’edilizia (comunque prevalenti), tutte le altre tragedie di queste tre categorie si sono consumate sui binari e sull’asfalto. Sono gli stessi meccanismi di controllo a tenere insieme cantieri ferroviari e stradali: cinque anni fa, dopo la tragedia del Ponte Morandi, sulle ceneri dell’ “Agenzia nazionale sicurezza ferroviaria” è nata l’ “Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali e autostradali”. Ma come denuncia nelle nostre pagine Bruno Giordano, ex direttore dell’Ispettorato nazionale del lavoro, l’Agenzia conta su un organico di appena 668 persone delle quali solo 294 in servizio effettivo. Uno sfregio alla dignità di chi è morto di lavoro, un oltraggio ai familiari. Così la tragedia di Brandizzo si andrà ad aggiungere alle altre stragi eclatanti degli ultimi anni, come quelle di Viareggio, di Corato-Andria, di Pioltello, di Lodi, del Mottarone (sì, del Mottarone, perché l’Agenzia vigila anche sulle funivie). Si diffonderà l’indignazione del giorno dopo, un “privilegio” negato quando a morire è un solo operaio, muratore, magazziniere, camionista. Come è stato per Salvatore Rabbitto, detto “Palermo”, uno di quei soprannomi che si usavano un tempo tra amici o tra colleghi quando qualcuno arrivava da un altro angolo dell’Italia. Retaggi degli anni lontani dell’emigrazione, della “naia”, della fratellanza operaia nelle fabbriche del Nord. Salvatore, 53 anni originario della Sicilia, è morto in un cantiere lungo la A15, dalle parti di Parma, travolto da una ruspa in retromarcia.
Come Salvatore Adda, 55 anni, schiacciato da una barriera new Jersey in un cantiere del viadotto Ritiro, Messina: «Era un mio amico - racconta il compagno del sindacato - un grande lavoratore, un grande padre di famiglia. Ha avuto le sue difficoltà per un periodo, come tutti gli edili di fronte alla crisi del settore, ma dopo quattro anni di disoccupazione aveva trovato lavoro in quel cantiere».
Come Luigi Manfuso, 59 anni: lo hanno trovato in fin di vita i colleghi nel fossato del cantiere della Stazione Tribunale della metropolitana di Napoli. Era di Gragnano, una grande passione per la squadra di calcio del paese, oltre all’amore per figli e nipotini.
Come Luigi Rinaldi morto a 63 anni in un cantiere stradale a Novate Milanese, colpito dalla benna dell’escavatore che si è staccata improvvisamente: era a un passo dalla pensione, pronto a dedicarsi a tempo pieno alla sua villetta di Parzaniga, affacciata sul Lago d’Iseo.
Come Salvatore Cerbone, 37 anni, travolto da un mezzo pesante nel cantiere lungo l’autostrada tra Foggia e San Severo. Il suo profilo social è tappezzato da fotografie della moglie Rosa e dei due piccoli figli. Qualche traccia della passione per la Juventus, poi le foto di una vita ordinaria e, dunque, straordinaria perché piena solo di sentimenti e della dignità del lavoro.
Come Kante Demba, 60 anni dal Senegal, morto per una scarica elettrica mentre lavorava nel cantiere del tunnel Lonato della Tav Brescia-Venezia.
Come Carlo De Luca, morto nella galleria all’altezza della stazione di Sanremo: era alla guida di un “locomotore-cantiere” adibito alla manutenzione della linea ferroviaria, che è esploso e ha preso fuoco. La passione per le moto e una vita in giro lungo i binari del Nord Italia, ma ogni week end a casa nel villino bifamiliare nel Trevigiano che stava ristrutturando insieme al fratello.
Come Gabriel Aurelian Petrescu, operaio rumeno morto ad appena 21 anni: lo ha investito un’auto mentre era al lavoro nel cantiere di manutenzione lungo la provinciale 231 all’altezza di Terlizzi, direzione Bari.
Come Tiziano Pasquali, operaio del Padovano, 60 anni, investito da un mezzo pesante nel cantiere della A4 tra Desenzano del Garda e Brescia. Lo chiamavano affettuosamente “Ridolini”: «Parcheggiava il camion della ditta appena fuori dal centro del paese e veniva a fare due passi in piazza, non l’ho mai visto arrabbiato», racconta un amico.
Come Salvatore Cucè, 33 anni dal Crotonese, morto per un’esplosione di gas nel cantiere della linea ferroviaria del Terzo Valico, tra Piemonte e Liguria. Era calabrese, di Roccabernarda, una manciata di chilometri da Cutro dove, qualche settimana dopo la sua morte, un’altra tragedia dei nostri tempi avrebbe scosso cuori e coscienze. Il giorno del funerale c’era l’intero paese, la maglia con il numero 5 della squadra locale per la quale giocava: davanti alla chiesa uno striscione diceva che “Gli eroi non indossano solo le divise militari”. «Salvatore un esempio da seguire - ha raccontato l’amica Katia -. Noi gente del Sud e tutte quelle persone che si sacrificano ogni giorno, con la speranza nel cuore, la paura negli occhi e un amore immenso per la propria famiglia, chiediamo più dignità, più rispetto, più sicurezza».