ROMA — «C’è un caos globale, non un complotto». La battuta evapora nel fumo della pipa, mentre dalla finestra dello studio con vista sul Quirinale si intravede il tramonto. Giulio Tremonti, che dell’ultimo governo di centrodestra a guida Berlusconi fu il ministro dell’Economia, smonta le tesi che si stanno diffondendo in ambienti di governo su una regia internazionale dietro i problemi (dall’aumento del costo del denaro alla bomba immigrazione) che stanno angustiando Giorgia Meloni. «La situazione attuale – precisa – non è paragonabile a quella del 2011». Tremonti, testimone d’eccezione della caduta del Cavaliere, spiega perché.
La guerra in Ucraina, il boom di sbarchi, l’impennata dei prezzi. Giusto dire che siamo in mezzo a una tempesta perfetta?
«Stiamo vivendo uno shock che altera le strutture sociali, paragonabile, se vuole, all’effetto che spiegò nel ‘500 la conquista dell’America, assieme all’altro fenomeno che fu l’invenzione della stampa, comparabile invece oggi all’intellige…
ROMA — «C’è un caos globale, non un complotto». La battuta evapora nel fumo della pipa, mentre dalla finestra dello studio con vista sul Quirinale si intravede il tramonto. Giulio Tremonti, che dell’ultimo governo di centrodestra a guida Berlusconi fu il ministro dell’Economia, smonta le tesi che si stanno diffondendo in ambienti di governo su una regia internazionale dietro i problemi (dall’aumento del costo del denaro alla bomba immigrazione) che stanno angustiando Giorgia Meloni. «La situazione attuale – precisa – non è paragonabile a quella del 2011». Tremonti, testimone d’eccezione della caduta del Cavaliere, spiega perché.
La guerra in Ucraina, il boom di sbarchi, l’impennata dei prezzi. Giusto dire che siamo in mezzo a una tempesta perfetta?
«Stiamo vivendo uno shock che altera le strutture sociali, paragonabile, se vuole, all’effetto che spiegò nel ‘500 la conquista dell’America, assieme all’altro fenomeno che fu l’invenzione della stampa, comparabile invece oggi all’intelligenza artificiale. Siamo in mezzo a un nuovo mundus furiosus, con la fine dell’utopia della globalizzazione e di uno sviluppo positivo e progressivo. Oggi vedi guerre e asimmetrie violente. Il nostro governo si ritrova nel pieno di questi fenomeni».
La prende alla larga.
«Non troppo. La guerra ha avuto un effetto anestetico, ha ridotto le tensioni politico-finanziarie internazionali in nome del fronte comune. Nel decennio precedente, sul piano economico, la ricetta era stata quella di stampare moneta, ridurre i tassi a zero, la Bce aveva violato le regole dell’euro comprando titoli di Stato. Di conseguenza, si era compressa artificialmente l’inflazione. Ma ora tutto è in cambiamento, quella tendenza è contraria. Bisogna gestirla. Alla premier va dato atto di avere intuito l’intensità della mutatio rerum».
I nodi però ora vengono al pettine. C’è la manovra, il rialzo dei tassi, un maxi debito pubblico.
«Guardi, la situazione è difficile, qualcuno aveva sperato che l’Italia fosse la locomotiva d’Europa e non è vero. Però non credo che la nostra economia sia messa peggio delle altre, ad esempio di quella della Germania, costretta a fronteggiare la crisi del suo modello economico: import di energia a basso costo dalla Russia ed export di prodotti di alto valore in Asia. E un debito pubblico rilevante ce l’ha pure la Francia».
È davvero finita la luna di miele con gli italiani?
«Le condizioni economiche e sociali si stanno deteriorando in tutta Europa, e ciò ha un effetto dappertutto sulla fiducia dei cittadini. Ma il patto del governo italiano con le parti sociali mi sembra una mossa intelligente. L’errore da non commettere sarebbe quello di non fare una manovra prudente, ragionevole, senza cedimenti elettorali. Lo potremmo pagare a caro prezzo. Ma non credo che lo faremo».
Gli analisti dicono che la fiducia la stanno perdendo i mercati, specie dopo la legge che taglia gli extraprofitti delle banche.
«Una tassa sugli extraprofitti la facemmo anche nel 2008 ma non suscitò queste reazioni. Diciamo che stavolta si sarebbe potuta formulare meglio. Tra l’altro, il limite è stato quello di escludere dal provvedimento le banche piccole, ignorando che anche queste possono trarre utili dal differenziale fra interessi sui mutui e depositi. Ma è già in discussione la modifica».
A saldo zero, dice Meloni.
«Credo che le casse pubbliche ne beneficeranno per un paio di miliardi. Che non è poco».
Niente manina, insomma, neppure dietro il boom di sbarchi. Salvini parla di una “regia”.
«L’ondata migratoria, il rischio di un esodo, si legano alla Bibbia, che è sempre un buon testo. È un problema strutturale, non vedo una regia. E la soluzione di aiutare gli extracomunitari a casa loro, che Meloni ha pensato con il piano Mattei, è quella giusta. Sono convinto, gli altri Stati ci seguiranno».
Insomma, non ci sono assonanze con la situazione del 2011.
«No, quella del 2011 non è una situazione replicabile. È vero, c’è lo spread in aumento, conseguenza del fatto che la Bce non acquista ma vende titoli. Ora, il mondo della finanza è imprevedibile ma non vedo un attacco politico. Berlusconi cadde in uno scenario completamente diverso: la nostra gestione era stata definita prudente da Bankitalia allora guidata da Draghi, che giudicò le correzioni necessarie in Italia inferiori a quelle degli altri Paesi. Conclusioni condivise dal consiglio europeo».
Poi cosa accadde?
«Intervennero elementi di irrazionalità e fattori esterni: Sarkozy e Merkel dissero che gli Stati “potevano fallire”. Ridevano di Berlusconi, che soffriva da matti un’immagine internazionale danneggiata dal Bunga Bunga. Trichet e Draghi scrissero la loro lettera strictly confidential chiedendo all’Italia di tutto e di più. E all’interno della maggioranza cominciarono a manifestarsi forme di intolleranza. Stava prevalendo, a Palazzo Grazioli, un’idea alternativa lassista, portata avanti da Brunetta, Cicchitto, Alfano. Oggi ci sarà un debito pubblico alto ma c’è un governo solido, molto più forte. Non vedo crisi all’orizzonte».