ROMA — L’esito era scontato: no al salario minimo legale. Era quello che voleva la premier Giorgia Meloni. Quello che si aspettava quando l’11 agosto, incalzata dalla proposta delle opposizioni con l’eccezione di Italia Viva sui 9 euro all’ora, ha preso tempo e incaricato il Cnel guidato dall’ex ministro Renato Brunetta di elaborare un “documento di osservazioni e proposte” in vista della legge di bilancio.
Le osservazioni e le proposte
Le proposte arriveranno il 12 ottobre. Ma già le osservazioni, contenute nelle 24 pagine intitolate “Elementi di riflessione sul salario minimo in Italia” – votate martedì in commissione Lavoro del Cnel con il solo no della Cgil e l’astensione della Uil e di cui ieri l’assemblea del Cnel «ha preso atto» – contengono il succo dell’operazione: impossibile identificare per legge una soglia di retribuzione oraria sotto la quale non scendere.
ROMA — L’esito era scontato: no al salario minimo legale. Era quello che voleva la premier Giorgia Meloni. Quello che si aspettava quando l’11 agosto, incalzata dalla proposta delle opposizioni con l’eccezione di Italia Viva sui 9 euro all’ora, ha preso tempo e incaricato il Cnel guidato dall’ex ministro Renato Brunetta di elaborare un “documento di osservazioni e proposte” in vista della legge di bilancio.
Le osservazioni e le proposte
Le proposte arriveranno il 12 ottobre. Ma già le osservazioni, contenute nelle 24 pagine intitolate “Elementi di riflessione sul salario minimo in Italia” – votate martedì in commissione Lavoro del Cnel con il solo no della Cgil e l’astensione della Uil e di cui ieri l’assemblea del Cnel «ha preso atto» – contengono il succo dell’operazione: impossibile identificare per legge una soglia di retribuzione oraria sotto la quale non scendere.
Il 12 ottobre l’atto finale
Un finale atteso. E che non cambierà quando si passerà dall’analisi alla proposta, con il voto di tutta l’assemblea, il parlamentino del Cnel, del 12 ottobre. Per alzata di mano i 65 consiglieri, compresi i dieci “esperti” nominati dal presidente della Repubblica Mattarella, metteranno il suggello al testo da consegnare alla premier. Difficilmente si ribalterà il voto della commissione di martedì e la tesi che prospetta. Né quello di domani, di nuovo nella commissione Lavoro presieduta dallo stesso Brunetta e guidata dal giuslavorista Michele Tiraboschi, esperto “in quota” Mattarella.
Le obiezioni di Cgil e Uil
Il voto di domani questa volta sarà sul documento finale di proposte. Nessuno si aspetta che sia più equilibrato del documento di analisi che ha spaccato i sindacati, giudicato dalla Cgil troppo “politico” e dalla Uil poco neutro. In quelle 24 pagine non si fa neanche un cenno alla possibile sperimentazione di un salario minimo orario nei settori con maggiori criticità, che pure vengono esplicitati: settore turistico, pubblici esercizi, logistica, lavoro sportivo, culturale e artistico, attività di cura e assistenza alla persona, lavoro agricolo, lavoro domestico, multiservizi.
La sperimentazione saltata
Una sperimentazione settoriale sembrava il punto di caduta di una mediazione possibile, che poteva portare il Cnel di Brunetta a salvare la “pace sociale”, a non spaccare il fronte dei tre maggiori sindacati, Cgil, Cisl e Uil. Gli stessi che, come dice il documento di analisi, firmano i contratti a copertura del 95% dei lavoratori italiani. Percentuale issata a vessillo dal Cnel (e dalla premier Meloni) per dire che all’Italia non si applica la direttiva Ue. E che il Paese non ha per questo bisogno di un salario minimo, ma di estendere la contrattazione collettiva a tutti.
I sindacati spaccati
Qualcuno ieri in assemblea l’ha detto: «Stiamo spaccando un fronte sindacale che qui al Cnel era unito da sessant’anni», memore di quando le battaglie erano tra i “datoriali”, i rappresentanti delle imprese, da una parte e quelli dei lavoratori dall’altra. Non che l’allergia della Cisl al salario minimo legale (e alla piazza dello sciopero) sia una novità. Anzi, per molto tempo era condivisa anche da Cgil e Uil, costrette a rivalutare il salario minimo per legge quando la contrattazione si è indebolita e ai tavoli dei rinnovi contrattuali non si riesce sempre a spuntare cifre dignitose. Ma una spaccatura dentro al Cnel è comunque un fatto grave.
Lo scontro sulla soglia di salario minimo
Come pure grave è l’insinuazione emersa martedì, nell’accesissimo incontro in commissione, che alcuni numeri della relazione siano stati scelti in modo discutibile, in pratica forzati. Nessuno l’ha detta così, ma Cgil e Uil hanno fatto notare che l’impostazione era sbagliata. Perché quei numeri identificano una soglia e sono cruciali per capire quanti sono quelli sotto, i lavoratori poveri. Il documento di analisi, assemblato da Tiraboschi, prende i dati Istat del 2019 che stimano in 7,10 euro all’ora il 50% del salario medio e in 6,85 euro il 60% del salario mediano. Le percentuali sono un riferimento internazionale, le usa anche l’Ocse.
Ma alcuni sindacalisti hanno notato che la stessa Istat, nel documento inviato al Cnel, indica soglie più alte, a 8,51 e 8,38 euro. Ottenute prendendo in esame solo le retribuzioni medie orarie dei lavoratori assunti a tempo indeterminato e a tempo pieno. Se nel calcolo si includono part-time e contrattini precari da poche ore e poche settimane, le soglie crollano. E a quel punto anche il numero dei lavoratori “da coprire” col salario minimo. La soglia di certo non è un numero neutro. È la base di qualsiasi mediazione politica. Per la Cgil e un po’ anche per la Uil quella mediazione non si può fare al Cnel. Ma a Palazzo Chigi.