Bernabè “Fs in Borsa solo se si segue l’esempio di Eni”
di Giovanni PonsDottor Bernabè, il governo torna a parlare di privatizzazioni per cifre importanti. Lei esattamente 30 anni fa avviò la quotazione in Borsa di Eni, cui seguirono altre quattro tranche di collocamenti. Oggi ha qualche suggerimento utile da offrire?
«Leggo che si ricomincia a parlare della privatizzazione delle Ferrovie dello Stato, l’unica che per dimensioni potrebbe portare un beneficio consistente ai conti pubblici. Ma ho notato anche che, come già successo nel 2015, è subito partito un dibattito sull’oggetto della quotazione, su possibili scorpori della società della rete a via dicendo. Con la politica che ovviamente vuole dire la sua. A mio parere dovrebbero invece seguire il modello Eni, che a 30 anni di distanza si è dimostrato l’unico vero successo in tema di privatizzazioni».
Lei nel 1993 era l’ad di Eni, che modello avevate scelto per la privatizzazione?
«L’idea era che lo Stato mantenesse una partecipazione importante nella società ma con una governance in linea con gli st…
Dottor Bernabè, il governo torna a parlare di privatizzazioni per cifre importanti. Lei esattamente 30 anni fa avviò la quotazione in Borsa di Eni, cui seguirono altre quattro tranche di collocamenti. Oggi ha qualche suggerimento utile da offrire?
«Leggo che si ricomincia a parlare della privatizzazione delle Ferrovie dello Stato, l’unica che per dimensioni potrebbe portare un beneficio consistente ai conti pubblici. Ma ho notato anche che, come già successo nel 2015, è subito partito un dibattito sull’oggetto della quotazione, su possibili scorpori della società della rete a via dicendo. Con la politica che ovviamente vuole dire la sua. A mio parere dovrebbero invece seguire il modello Eni, che a 30 anni di distanza si è dimostrato l’unico vero successo in tema di privatizzazioni».
Lei nel 1993 era l’ad di Eni, che modello avevate scelto per la privatizzazione?
«L’idea era che lo Stato mantenesse una partecipazione importante nella società ma con una governance in linea con gli standard del mercato per poter attirare investitori istituzionali. E con una grande attenzione alla scelta del management».
Ma l’Eni era pronta per la Borsa agli inizi degli anni ’90?
«L’Eni veniva dal caos Enimont e nel 1991 e 1992 aveva registrato perdite molto significative. L’era delle partecipazioni statali era giunta al capolinea e la politica voleva smantellare tutto, l’Iri, l’Efim e anche l’Eni. Per fortuna Giuliano Amato prima e Mario Draghi, che era alla direzione generale del Tesoro, poi, ci assicurarono tre anni di continuità per preparare la società alla Borsa».
Che cosa faceste in quei tre anni?
«Eni era una conglomerata a capo di un coacervo di 500 società che facevano di tutto. Con il management che guidavo avviammo un piano di riorganizzazione enorme, che ha portato a chiudere un centinaio di società e a venderne altre 125 per un incasso di 5500 miliardi di lire. Abbiamo ristrutturato la chimica. Un’operazione colossale che ha permesso di salvare l’Eni dall’assalto della politica che voleva smantellarlo e che non ha mai creduto nel progetto di quotazione. Se oggi il Paese si può vantare di avere un colosso del gas e del petrolio è grazie al lavoro fatto in quel periodo».
Dunque il suo suggerimento è quello di far preparare al management Fs un piano di riorganizzazione in vista del suo ingresso in Borsa?
«Credo che la chiave del successo risieda nel fatto che il management cui si chiede di predisporre e portare avanti il piano deve avere solide radici interne alla società. Solo chi è in azienda da diversi anni, o si è formato lì, conosce bene i passi che dovrebbero essere compiuti dopo quelli già fatti negli ultimi 15 anni. D’altronde l’Eni di oggi funziona bene anche perché c’è un capoazienda, Claudio Descalzi, che lavora nella società da quarant’anni».
L’importante è non mettere sul mercato l’intero capitale, come è stato fatto a suo tempo per Telecom e Autostrade. Giusto?
«A società di questa grandezza, come Eni, Enel, Telecom, Fs, serve avere stabilità per lavorare sul lungo periodo, non possono essere esposte a continue sollecitazioni dall’esterno. Solo lo Stato può assicurare la necessaria stabilità, rimanendo nel capitale con una quota di minoranza ma significativa. Attraverso la quotazione in Borsa, però, la società deve dotarsi di una governance all’altezza degli standard di società simili internazionali e che permetta di tenere fuori la politica dalla gestione».
Scorporare la rete di Rfi dal resto di Fs forse nasce dalla necessità di evitare casi come quello di Telecom e Autostrade dove lo Stato poi è dovuto rientrare.
«Ma non è questo il caso, lo Stato deve restare nel capitale Fs come ha già fatto con Eni, Enel, Snam e Terna. Procedere a degli scorpori in questo momento significa perdere almeno due anni di tempo per definire i perimetri e i rapporti infragruppo. Meglio affidare al management un piano di riorganizzazione, di dismissioni ed efficientamento e procedere quotando tutta la società nel suo complesso».
Quanto può scendere nel capitale lo Stato per garantire comunque un presidio pubblico?
«Se ai possessori di azioni stabili si offrono voti multipli in fase di quotazione sarebbero sufficienti quote anche piuttosto basse».