Economia

Ilva al bivio: in arrivo un accordo con Arcelor

Ilva al bivio: in arrivo un accordo con Arcelor
Il governo starebbe per firmare un’intesa duratura con gli indiani. Dopo il piano ambientale, servono risorse fresche per la decarbonizzazione
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Come una camminata sull’orlo del precipizio. Così viene descritta dagli addetti ai lavori la situazione dell’ex Ilva di Taranto, l’acciaieria più grande e ora anche la più green d’Europa, essendosi messa al passo in cinque anni con le regole ambientali sulle emissioni. Purtroppo non ha ancora trovato la via per una ripresa solida della produzione, che quest’anno scenderà sotto i 3 milioni di tonnellate. Una situazione difficile, soprattutto per i lavoratori in cassa integrazione, per i fornitori e l’indotto, e per lo Stato che non ha ancora trovato un accordo duraturo con il partner Arcelor Mittal, colosso siderurgico franco-indiano entrato nel 2017 dopo una gara indetta dal ministro Calenda. Mancano i soldi per sviluppare la seconda parte del progetto, la decarbonizzazione, con l’introduzione dei forni elettrici e l’utilizzazione del Dri che permetterebbe di riprendere a sviluppare la produzione, che ai tempi della famiglia Riva era arrivata a 10 milioni di tonnellate all’anno.

La trattativa con gli indiani

Un barlume di speranza è arrivato proprio nelle ultime ore, quando dall’entourage del ministro Raffaele Fitto, incaricato da Giorgia Meloni di condurre le trattative con gli indiani per un rilancio, è trapelata l’indiscrezione della firma di un’intesa di cui però nessuno conosce i contorni. In attesa di conferme, le pressioni aumentano, il presidente di Acciaierie d’Italia Franco Bernabé ha parlato di «situazione grave. Lo sa la premier Meloni, lo sanno i ministri Fitto e Urso. Senza investimenti non c’è futuro, servono altri passi. Bisogna garantire la sopravvivenza, c’è una forte sofferenza per i bassi livelli produttivi, l’urgenza è mettere subito a disposizione risorse».

I soldi servono per gli investimenti di decarbonizzazione ma anche per finanziare il circolante, in quanto in questo momento la società, che affitta gli impianti dalla procedura di amministrazione straordinaria, non è “bancabile”. Nel senso che non avendo la proprietà degli asset non può offrirli in garanzia alle banche per ottenere prestiti. Questo problema non esisteva all’inizio, quando ArcelorMittal era entrata, in quanto Ilva era consolidata all’interno del gruppo e usufruiva dei finanziamenti infragruppo, ma quando il governo Conte ha cambiato le carte in tavola togliendo lo scudo penale, gli indiani hanno fatto un passo indietro. Hanno ritirato i loro manager e trovato un nuovo accordo con lo Stato che li vede al 62% in Acciaierie d’Italia ma al 50% nella governance, il che formalmente gli permette di escludere l’azienda dal perimetro. Da quel momento l’azienda ha dovuto autofinanziarsi, sia dal punto di vista industriale sia per il proseguimento del piano di ambientalizzazione, con l’ad Lucia Morselli che ha dovuto far ricorso alla cassa integrazione, tagliare i costi, pagare in ritardo i fornitori e dosare la produzione per permettere la mera sopravvivenza dell’azienda.

Iniezione d’emergenza

Per far fronte al caro energia provocato dalla guerra in Ucraina lo Stato ha dovuto versare 680 milioni in conto aumento di capitale, ma è evidente a tutti che andando avanti così si innesca una spirale che può portare inevitabilmente alla chiusura del sito. Il break even è infatti intorno ai 6 milioni di tonnellate.  Alcuni segnali, però, indicano che si potrebbe essere vicini a un punto di svolta: o si cade nel burrone o ci si rialza. Il governo Meloni in agosto ha emesso un provvedimento che permette di ricomprare gli impianti qualora venissero dissequestrati dal tribunale di Taranto, se verranno certificati i progressi compiuti sotto il profilo delle emissioni ambientali. Se in primavera, quando scadranno i patti parasociali tra Invitalia e ArcelorMittal, si riuscirà a ottenere il dissequestro e a ricomprare gli impianti un grosso passo in avanti sarà compiuto, poiché Taranto potrà vantarsi presso i clienti di produrre l’acciaio più pulito d’Europa. E anche con il minor tasso di incidenti sul lavoro.

Manca però la seconda fase che riguarda gli investimenti per decarbonizzare gli impianti, e su questo punto potrebbe intervenire l’accordo che il ministro Fitto sta cercando di chiudere con gli indiani. La soluzione alternativa perseguita dal ministro Urso, di ridurre ai minimi termini ArcelorMittal per far posto allo Stato in maggioranza e a una cordata di acciaieri italiani guidata da Arvedi, sembra ormai tramontata. Iil rischio della beffa

Per l’Italia, che è importatrice netta di acciaio con una produzione di 21,6 milioni di tonnellate nel 2022, è impensabile rimanere senza gli stabilimenti di Taranto, che producono acciaio primario. Le acciaierie del Nord sono in salute, operano come multinazionali tascabili ma non sono in grado di sostituirsi a Taranto, anche perché fanno una produzione diversa. Per esempio Cogne Acciai Speciali, con un miliardo di fatturato, 100 milioni di Ebitda e 1.500 dipendenti, negli ultimi tre mesi ha fatto due acquisizioni di stabilimenti produttivi in Gran Bretagna e Svezia. Ma il rischio che aleggia nell’aria e che si sta già materializzando, è che in un momento in cui la domanda d’acciaio è robusta, alla minore produzione italiana si sostituiscano produzioni importate, magari dagli stessi gruppi che sono presenti in Italia, come Arcelor Mittal o l’altra indiana Jindal (che possiede gli stabilimenti di Piombino, anch’essi a ritmo ridotto per mancanza di investimenti). Sarebbe una beffa per il settore e per gli italiani che da almeno una decina d’anni sentono parlare di politiche di rilancio industriale per l’acciaio.

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