Economia

Stirpe: “Manovra deficitaria, manca lo stimolo allo sviluppo”

Il vicepresidente di Confindustria, Maurizio Stirpe, con deleghe al Lavoro e alle Relazioni industriali

Il vicepresidente di Confindustria, Maurizio Stirpe, con deleghe al Lavoro e alle Relazioni industriali

 
“La protezione dei ceti deboli è un segnale di responsabilità, ma per l’industria non c’è molto”. Avviso a Cgil, Cisl e Uil sui rinnovi contrattuali: “Nelle loro richieste dovranno considerare quello che è già arrivato in busta paga con questa manovra finanziaria”
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TORINO - La legge di Bilancio? “C’è poco per l’industria”. Il Pnrr? “Occasione dal non perdere, ma non basta”. Ex Ilva? “Non è stato fatto tutto il possibile”. Maurizio Stirpe, vicepresidente di Confindustria con delega alle relazioni industriali, lancia anche un avviso a Cgil, Cisl e Uil in vista della stagione dei rinnovi contrattuali: “I sindacati nelle loro richieste dovranno considerare quello che è già arrivato in busta paga con questa manovra finanziaria”.
Stirpe, l’Italia non cresce, il Pil è rimasto a zero nel terzo trimestre. Si rischia la recessione?
“Guardi, ho una visione un po’differente, meno di breve periodo. Partirei da più lontano. Alla fine del 2019 l’Italia non brillava come performance, siamo entrati nell’anno dell’inizio del Covid già fragili e la pandemia ci ha indebolito ulteriormente. Le misure introdotte dal governo dell’epoca per sostenere l’economia ci hanno permesso di assistere a dei rimbalzi quando siamo usciti dall’emergenza, ma non sono certo intervenute sulle difficoltà strutturali del Paese, a partire da un sistema infrastrutturale vecchio e totalmente inadeguato”.
L’Italia a zero crescita è solo l’ultima puntata di una brutta serie?
“Non bisogna dimenticare ciò che è successo e ricordare che in questi anni c’è stata la rottura delle catene di fornitura, l’aumento dei costi delle materie prime, l’aumento del costo dell’energia, aggravato poi dal conflitto russo-ucraino, poi l’inflazione e l’intervento massiccio e a tappe forzate sui tassi da parte della Bce con il conseguente impatto sul versante dei costi finanziari. Il nostro continente ha subito quella che possiamo definire una tempesta perfetta. E anche i dati rilevati dall’Istat sono una fotografia chiara di quello che abbiamo vissuto in tutti questi anni. Questa non è certo una giustificazione per non fare niente, ma indubbiamente il sentiero è molto stretto”.


La manovra non è orientata allo sviluppo?
“No, questo stimolo manca e lo abbiamo anche detto come Confindustria. Nella manovra finanziaria è condivisibile tutta la parte a protezione dei ceti più deboli e le misure a sostegno delle famiglie con redditi medio-bassi. Si tratta di segnali responsabili e significativi. Sul resto, soprattutto sull’industria, non è stato fatto molto. Diciamo la verità, sotto questo aspetto la legge di Bilancio è deficitaria. Poi, però, c’è il Pnrr, occasione che non dobbiamo perdere sia per l’utilizzo delle risorse sia, secondo me ancora più importante, come opportunità per fare le riforme strutturali”.

Riforme che non sono mai state fatte. Perché dovrebbe essere la volta buona?

“Perché l’Italia è costretta a farle se vuole usare i fondi. Si tratta di riforme, dalla giustizia al fisco, dal lavoro alle politiche industriali e alle politiche per la famiglia, che attendiamo da 20 anni. Si tratta di riforme che richiedono scelte impopolari, lungimiranza e azioni di ampio respiro che debbono andare ben oltre il presente. Riforme che devono indirizzare il Paese verso una nuova direzione, altrimenti continueremo a perdere terreno”.
Basta il Pnrr da solo, non sono necessari altri interventi e fondi messi dal governo?
“Diciamo che il Pnrr è necessario, ma non sufficiente. Il governo deve accompagnare la disponibilità di risorse del Pnrr con le riforme e altre misure che consentano di superare i colli di bottiglia della burocrazia. Il problema sono le risorse a disposizione”.
Dove si trovano?
“Possono arrivare solo attraverso un processo di razionalizzazione della spesa pubblica visto l’indebitamento del Paese. Bisogna riorientare la spesa verso i capitoli di sviluppo, definendo priorità, non solo rispetto alle necessità del paese, ma in rapporto ai nostri partner internazionali e per competere alla pari con i nostri competitor mondiali, come Cina, India e Stati Uniti”.


Il governo Meloni è più vicino al commerciante e al piccolo artigiano piuttosto che alla grande industria?
“Non solo questo governo, buona parte di tutti gli altri si è mosso cosi. Più che altro si è fatto poco per superare la frammentazione che c’è. Sono poche le misure che facilitano la crescita delle imprese da piccola a media e da media a grande”.
Ci sono pezzi di settori industriali, vedi ex Ilva, che rischiano di sparire. L’esecutivo ha fatto il possibile?
“Il tema è complesso, ci sono aspetti che non mi sono chiari. Bisognerebbe conoscere meglio alcune dinamiche. Ma se il risultato è quello di perdere il valore industriale, sia il governo sia i partner privati, farebbero bene a sedersi ad un tavolo e trovare una soluzione che rilanci questo importante asset industriale. Finora è evidente che non sia stato fatto tutto il possibile per risolvere il problema”.
L’export rimane il salvagente per l’Italia?
“Sì, è molto importante. Sta continuando a dare segni di vivacità. Anche il lato dei consumi interni, rispetto a quanto non lo sia stato in passato, è importante. Ma il tema vero sono gli investimenti. Erano in crescita subito dopo il Covid e ora arrancano a causa del costo del denaro aumentato in modo troppo veloce ed eccessivo. Su questo punto ci aspettiamo attenzione non solo dal governo, ma anche dal mondo bancario e finanziario”.
Cgil, Cisl e Uil scenderanno in piazza contro il governo. Scelta comprensibile?
“No, non la comprendo. Il pregio di questa legge di Bilancio è di essere fortemente orientata verso le esigenze dei ceti deboli. Ho visto leggi peggiori da questo punto di vista. Per questo la scelta di Cgil, Cisl e Uil mi pare incomprensibile. Bisognerà iniziare ad affrontare oggi i problemi che si presenteranno negli anni a venire e anticiparli. Mi riferisco soprattutto a quelli relativi al rinnovo dei contratti di lavoro”.
Sarà difficile arrivare ai rinnovi?
“Nel 2024 andranno in scadenza parecchi contratti, il 75%, alcuni molto importanti. La manovra ha spostato risorse sui redditi medio-bassi, mentre ha fatto poco per l’industria. Spero che il sindacato nelle richieste oggetto della contrattazione, terrà conto di questo aspetto e di quello che ha già ottenuto”.


Non si tratta di interventi strutturali, ma legati solo al 2024…
“Vero, ma intanto per il 2024 bisognerà tenerne conto. Se poi le misure non saranno confermate, si possono individuare meccanismi di salvaguardia, ma i sindacati devono considerare quello che è già arrivato con questa manovra in busta paga”.
Si sta per rinnovare la presidenza Confindustria. Scenderà in campo?
“Guardi, nonostante quello che si dice, questa scadenza è ancora lontana. Oggi alla guida di Confindustria c’è un presidente autorevole che si impegna per il sistema industriale e per il Paese. E sono convinto che a metà del 2024 ci sarà un presidente altrettanto autorevole”.

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