Milano — Per capire fino in fondo chi vince e chi perde nella partita della vendita della rete Tim bisogna andare indietro almeno di due anni e mezzo. Cioè all’aprile 2021 quando diventò operativo l’accordo tra Tim, il fondo Kkr e Fastweb per la nascita di Fibercop, la società dove allora confluì la rete secondaria di Tim (quella che dagli armadietti in strada va fin dentro le case). In quell’occasione il capitale di Fibercop fu valutato 4,8 miliardi e Kkr ne prese il 37,5% versando 1,8 miliardi. L’obbiettivo della società era quello di fare importanti investimenti per velocizzare la trasformazione dell’ultimo miglio della rete da rame a fibra ottica. Questa trasformazione, se realizzata, permette di avere un costo di gestione e manutenzione molto più basso e ottenere ricavi più alti dagli operatori telefonici (Vodafone, Iliad, Wind) che la affittano.
Ma nell’aprile 2021 Kkr non doveva essere così convinto della bontà dell’operazione tanto è vero che l’ad di Tim di allora, Luigi Gubitosi, per convincerli dovette concedere un rendimento garantito e un diritto di uscita (opzione put) i cui termini non sono mai stati resi noti.
Con questo paracadute incorporato Fibercop è partita e a sentire le parti in causa gli investimenti si sono effettivamente velocizzati. L’accordo tra i soci era quello di reinvestire tutti gli utili fintanto che la trasformazione non fosse completata. D’altronde questa è la ragione d’intervento di un fondo infrastrutturale come Kkr, che ha le spalle sufficientemente larghe per attendere che gli investimenti migliorino l’azienda per poi incassare tutto il guadagno alla fine del periodo. Le stesse spalle larghe, però, non hanno sorretto Tim che, tra rallentamento del business tradizionale e aumento del costo del debito, ha cominciato a tirare il freno sugli investimenti in Fibercop. E a valutare una vendita integrale della rete per risolvere una volta per tutte la sua situazione finanziaria. Sono così ripartiti i colloqui con Kkr per estendere l’accordo su Fibercop e a fasi successive si è arrivati alla valutazione di oggi che vede tutta la rete Tim valutata 18,8 miliardi di euro.
Di questa cifra, come ha riferito l’ad Pietro Labriola, 8,5 miliardi saranno rappresentati da debito già acceso da Kkr con le banche e che andrà a rimborsare quello di Tim esistente. Rimangono così 10,3 miliardi di capitale da versare a Tim da parte dei compratori. Per quanto riguarda Kkr una parte verrà conferita in natura in quanto già possiede quel 37,5% di Fibercop che fa parte della valutazione complessiva. E qui si tocca il punto più delicato di tutta l’operazione. Secondo i compratori oggi il valore del capitale di Fibercop, grazie ai 3 miliardi di investimenti fatti, è praticamente raddoppiato, da 4,8 a quasi 10 miliardi. Quindi la quota del 37,5% che Kkr contribuisce in natura ammonta a 3,6-3,7 miliardi, con una forte plusvalenza implicita rispetto agli 1,8 versati nel 2021. Un plusvalore di cui beneficia anche Tim che ha il 58% e Fastweb con il 4,5%. Un po’ meno contenti potrebbero essere al Mef in quanto nuovi entranti nell’operazione che con circa 1,7-1,8 miliardi avrà una partecipazione del 17-18%, cui potrebbe affiancarsi il fondo F2i con un altro 10%. Mentre Kkr, versando altri 4 miliardi controllerà il 72-73% fino al momento della sua uscita, tra 5 o 6 anni, con ulteriore plusvalenza se tutto andrà secondo i piani.