Scioperi, l’ombra meloniana sul Garante: chi c’è nella Commissione che critica Cgil e Uil
di Giuseppe ColomboROMA - L'accusa al Garante degli scioperi arriva dal numero uno della Cgil Maurizio Landini. "Dire che questo non è uno sciopero generale è un'evidente forzatura politica", sbotta il segretario generale del sindacato di corso d'Italia. Nel mirino c'è l'imparzialità della Commissione di garanzia che non ha riconosciuto la natura dello sciopero indetto da Cgil e Uil per il 17 novembre. Il rilievo: è plurisettoriale, non generale. E per questo l'invito alle due sigle è di rivedere le modalità della protesta, riducendone la durata. Per Landini è un atteggiamento "compiacente", un assist alla linea dura del governo.
Non è un attacco isolato quello di Landini. Anche il Pd ha messo in dubbio l'obiettività del Garante. La questione del…
ROMA - L'accusa al Garante degli scioperi arriva dal numero uno della Cgil Maurizio Landini. "Dire che questo non è uno sciopero generale è un'evidente forzatura politica", sbotta il segretario generale del sindacato di corso d'Italia. Nel mirino c'è l'imparzialità della Commissione di garanzia che non ha riconosciuto la natura dello sciopero indetto da Cgil e Uil per il 17 novembre. Il rilievo: è plurisettoriale, non generale. E per questo l'invito alle due sigle è di rivedere le modalità della protesta, riducendone la durata. Per Landini è un atteggiamento "compiacente", un assist alla linea dura del governo.
Non è un attacco isolato quello di Landini. Anche il Pd ha messo in dubbio l'obiettività del Garante. La questione della natura "politica" dell'Authority, dunque. La traccia della destra è evidente se si guarda ai profili dei commissari. Un nome su tutti: Peppino Mariano. Avvocato ed esperto di diritto del lavoro, recita la qualifica riportata nel decreto del presidente della Repubblica del 9 giugno con cui è stato nominato insieme agli altri quattro commissari della Commissione di garanzia dell'attuazione della legge sull'esercizio di diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali, su designazione dei presidenti di Camera e Senato.
Tutt'altro che uno sconosciuto al governo, Mariano. Giorgia Meloni sa benissimo chi è. Quando, tra il 2008 e il 2011, è stata ministra per la gioventù nel governo Berlusconi IV, fu proprio Mariano a darle più di un consiglio in qualità di consulente sulla materia giuslavoristica. E l'intreccio non finisce qui. Mariano è legato anche al fedelissimo sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari. Si conoscono fin da quando erano ragazzi, un'amicizia coltivata tra le fila del movimento universitario missino Fare Fronte.
E la "manina" della destra nella scelta dei componenti della Commissione, che durerà in carica sei anni, spunta fuori anche se si mette a fuoco il profilo di Paolo Reboani, esperto di politiche del lavoro e relazioni industriali. Qui l'uomo che fa da "cerniera" con la premier e il suo entourage è Maurizio Sacconi.
Nell’estate del 2022, l’ex ministro del Lavoro ha contribuito, nelle retrovie, alla messa a punto del programma elettorale in vista del voto del 25 settembre. È stato lui a consigliare alla futura presidente del Consiglio di riprendere le idee che furono di Marco Biagi, il giuslavorista ucciso dalle Nuove Brigate Rosse, un punto di riferimento per la destra.
Quelle stesse idee che Sacconi e Reboani hanno condiviso al ministero del Lavoro, che il primo ha guidato da dicembre del 2009 a novembre del 2011. E dove l'esperto di diritto del lavoro è stato consulente dello stesso ministro. Entrambi fanno parte dello stesso universo di pensiero in materia di lavoro e scioperi. Reboani è socio dell'associazione Amici di Marco Biagi fin dalla sua fondazione. Nel 2004 ha scritto un libro proprio insieme a Sacconi. A cofirmarlo anche Michele Tiraboschi, fresco di nomina a consigliere esperto di quel Cnel che poche settimane fa ha affossato il salario minimo.
Reboani, soprattutto, ha lavorato a quello al Libro bianco sul mercato del lavoro. Anche in questo caso una genesi condivisa con Sacconi, oltre che con Biagi. Nel corposo documento c'è un passaggio che risulta eloquente se collegato alla diatriba sullo sciopero del 17 novembre. Spiccano due suggerimenti. Il primo: una stretta alla disciplina sugli scioperi nei servizi pubblici essenziali. L'idea è rendere obbligatorio un referendum consultivo tra i lavoratori prima di indire un'agitazione. "Nell’ambito della nozione di ‘raffreddamento’ del conflitto - si legge nel Libro bianco - appare utile sperimentare l’istituto del referendum, come preventivo accertamento della volontà di tutti coloro che verrebbero chiamati a scioperare dai promotori del conflitto e come condizione quindi per la legittima proclamazione dello sciopero". La proposta si spinge anche oltre, proponendo la sperimentazione di forme di sciopero "virtuale e/o solidale".
Ancora il Libro bianco: "Del pari interessante sarebbe la sperimentazione di forme di sciopero virtuale e/o solidale, prevedendo azioni di protesta che, pur comportando il sacrificio economico di ambedue le parti, non producano la sospensione o l’interruzione del pubblico servizio. L’ammontare del sacrificio/danno economico sopportato dalle parti potrebbe essere devoluto ad un fondo gestito bilateralmente dalle parti e la cui utilizzazione verrebbe da esse concordata".
Il secondo suggerimento è un rafforzamento del ruolo della Commissione di garanzia. Quella di cui Reboani fa parte, insieme a Mariano e ad altri tre commissari: la presidente Paola Bellocchi, ordinaria di diritto del lavoro all'università di Teramo, l'avvocato romano Federico Ghera, associato di diritto costituzionale all'ateneo di Foggia, e Luca Tozzi, esperto di diritto del lavoro. Tutti concordi nel togliere l'etichetta "generale" allo sciopero di Cgil e Uil.