Boeri: “La battaglia per clima e l’ambiente si può vincere. Mettendo al centro le città”
di Luigi BologniniMilano — Cambiare. Politiche. Modelli economici, finanziari e sociali. Azioni quotidiane. Insomma, cambiare vita e stili di vita. Lo richiede la Terra, perché ormai la situazione climatica è un’emergenza, forse l’emergenza in assoluto, ben oltre il folklore del semplice cattivo tempo. Certo, ma come? E con che soldi? È stato il tema di Overshoot: gestione delle risorse, economia circolare, il dibattito finale del National Geographic Fest a Milano. Guidati da Daniele Moretti, vicedirettore di Skytg24, ne hanno discusso Stefano Pogutz della Bocconi, Carlotta Penati, presidentessa degli Ingegneri lombardi, l’agroecologo Andrea Fantini e l’architetto e presidente della Triennale di Milano, Stefano Boeri.
Un dibattito comunque ottimista. Per Pogutz, «perché i giovani, e non solo quelli che vengono alla Bocconi, certe cose le hanno nel Dna, segno che bisogna proseguire a educare così». Per Penati, «perché l’Intelligenza Artificiale, se la sapremo ben programmare, ci aiuterà ad esempio con l…
Milano — Cambiare. Politiche. Modelli economici, finanziari e sociali. Azioni quotidiane. Insomma, cambiare vita e stili di vita. Lo richiede la Terra, perché ormai la situazione climatica è un’emergenza, forse l’emergenza in assoluto, ben oltre il folklore del semplice cattivo tempo. Certo, ma come? E con che soldi? È stato il tema di Overshoot: gestione delle risorse, economia circolare, il dibattito finale del National Geographic Fest a Milano. Guidati da Daniele Moretti, vicedirettore di Skytg24, ne hanno discusso Stefano Pogutz della Bocconi, Carlotta Penati, presidentessa degli Ingegneri lombardi, l’agroecologo Andrea Fantini e l’architetto e presidente della Triennale di Milano, Stefano Boeri.
Un dibattito comunque ottimista. Per Pogutz, «perché i giovani, e non solo quelli che vengono alla Bocconi, certe cose le hanno nel Dna, segno che bisogna proseguire a educare così». Per Penati, «perché l’Intelligenza Artificiale, se la sapremo ben programmare, ci aiuterà ad esempio con l’illuminazione intelligente e aiutandoci a capire come saranno le città tra 10, 20, 30, 40 anni». Per Fantini, «perché forse stiamo capendo che anche riciclare consuma energie e che quindi è meglio creare rendendo minimi gli sprechi, e perché la situazione in zone del mondo come l’America Latina mostra che si sta cambiando davvero».
E lei, Boeri? Perché è ottimista?
«Perché si deve esserlo».
Scusi, ma la frase non induce granché all’ottimismo. Sembra una speranza disperata, o se preferisce forzata.
«Non è ottimismo della volontà, ma della ragione. Lo so bene, i dati sul clima, oltre che le continue catastrofi cui assistiamo, ci dicono che ormai abbiamo perso gran arte delle occasioni, non ci portano a essere ottimisti, ma io vedo anche parecchie ragioni per non rinunciare».
Ce ne può spiegare qualcuna?
«Parto da un caso specifico. Martedì scorso come presidente
della Triennale ho partecipato a Roma a un grande incontro con soggetti che si stanno occupando di rinaturalizzazione e di riforestazione. Per esempio, il Cai che crea sentieri che collegano parchi e zone naturali, rendendoli più disponibili e vivibili, corridoi della biodiversità. O il Fai, che tutela non solo monumenti e natura, ma anche dei borghi abbandonati. Sull’Appennino ce ne sono tanti che potrebbero essere ripensati e reinventati, sarebbe una riappropriazione del territorio, quindi una sua rinascita».
Però ci sono anche le città, di cui lei, milanesissimo, ha parlato nel suo intervento.
«Certo, anzi muoversi spetta anzitutto alle città, che sono al contempo cause e vittime dei cambiamenti climatici e possono essere le protagoniste del cambiamento».
Ci spiega, nell’ordine?
«Cause, per l’inquinamento: il 75% della CO2 mondiale è prodotto nelle metropoli. Vittime, perché subiscono i maggiori danni, penso ai centri costieri, più esposti ad alluvioni, tsunami e inondazioni. Protagoniste del cambiamento perché hanno agilità, a differenza degli Stati, e sanno fare politiche comuni».
In cosa consisterebbero, o dovrebbero consistere, queste politiche?
«Seguire esempi come quello milanese, di mobilità coraggiosa, integrata e che non incrementi le disuguaglianze. Poi servirebbe una politica seria, ma graduale, di tassazione delle auto in sosta, anche in periferia. Portano asfalto e aumentano a dismisura il calore estivo».
Altri motivi di ottimismo?
«Che non saremo noi a pensarci, ma i nostri figli, e i loro figli e nipoti. Mio nipote ha 3 anni e fra 20/30 potrebbe non vedere più un ghiacciaio. I giovani d’oggi hanno capito che saranno la prima generazione a poter invertire il trend».
Qualcuno può non essere molto contento, se invece che alla prima generazione pensiamo all’Ultima e alle loro proteste sopra le righe.
«Io non condivido certo metodi e azioni delle loro proteste. Certo che sono autolesionisti. Ma certo anche che il loro è un grido disperato, che va ascoltato. E negli obiettivi delle loro battaglie, ripeto non nei modi, bisogna aiutarli».
Come?
«Iniziare a raccontare la transizione ecologica come un processo positivo fertile e gioioso. Siamo ancora immersi una visione sacrificale, fatta di rinunce e di minor consumi. Invece bisogna consumare meglio, con le energie rinnovabili e una mobilità più intelligente. E poi noi italiani dobbiamo capire di avere una biodiversità vegetale e faunistica, tutelarla e farne una nostra ricchezza. Altro minimo esempio: una politica del verde nelle città. Piantare alberi costa poco e rende la città più ombreggiata e fresca, che è un vantaggio anche sanitario».