Le follie alla prova del governo
di Eugenio OccorsioLa speranza sta negli equilibri della rappresentanza parlamentare, la cui conta esatta – complicata come complicato è il sistema elettorale in Argentina – è finita dopo una settimana dal ballottaggio vinto da Javier Milei: “La Libertad Avanza”, il partito del neopresidente, non ha più di 39 seggi su 257 alla Camera, e ancora meno al Senato: 8 su 72. «Significa che le più avventurose fra le iniziative annunciate, a partire dalla totale dollarizzazione dell’economia, con tanto di abolizione della banca centrale fino al taglio della sanità e dell’istruzione pubblica per sostituirla con un improbabile sistema a voucher, dovendo necessariamente essere introdotte per legge, non avranno verosimilmente la maggioranza necessaria», spiega Antonella Mori, economista della Bocconi specializzata nell’America Latina e analista dell’Ispi.
La speranza sta negli equilibri della rappresentanza parlamentare, la cui conta esatta – complicata come complicato è il sistema elettorale in Argentina – è finita dopo una settimana dal ballottaggio vinto da Javier Milei: “La Libertad Avanza”, il partito del neopresidente, non ha più di 39 seggi su 257 alla Camera, e ancora meno al Senato: 8 su 72. «Significa che le più avventurose fra le iniziative annunciate, a partire dalla totale dollarizzazione dell’economia, con tanto di abolizione della banca centrale fino al taglio della sanità e dell’istruzione pubblica per sostituirla con un improbabile sistema a voucher, dovendo necessariamente essere introdotte per legge, non avranno verosimilmente la maggioranza necessaria», spiega Antonella Mori, economista della Bocconi specializzata nell’America Latina e analista dell’Ispi.
Lo scambio (impossibile) di valute
Anche se voterà a favore di queste riforme, il partito “Juntos por el Cambio” dell’ex presidente Mauricio Macri, conservatore moderato che ha appoggiato Milei al ballottaggio, la maggioranza (per le leggi costituzionali deve essere dei due terzi) non è garantita. «Milei deve capire che non basta importare credibilità finanziaria, abbracciando unilateralmente il dollaro, per risolvere i problemi del Paese», aggiunge Marco Lossani, professore di Economia internazionale alla Cattolica. «Sostituire una valuta con l’altra, oltre a essere quasi impossibile tecnicamente, visto che serve una quantità di dollari che l’Argentina non riuscirebbe mai a procurarsi con le riserve valutarie in negativo, significa esporsi a un flop annunciato».
La volata dei pezzi – l’inflazione
Dice Brunello Rosa, docente alla London School of Economics: «Anche se Milei ce la farà, si troverà con una valuta forte che ha un’inflazione al 3% innestata su un’economia debole in cui l’inflazione supera il 140%. Qualsiasi cambio di politica monetaria, deciso a Washington senza tener conto delle esigenze di Buenos Aires, avrebbe l’effetto di un corto circuito con il risultato di peggiorare sia l’inflazione che la recessione (per il 2023 è prevista una chiusura in negativo, la settima dal 2012, ndr). Insomma, la riforma valutaria non risolverebbe i problemi, anzi darebbe il colpo di grazia a un Paese che vive già in perenne sofferenza».
Perfino una realtà piccola e più gestibile come El Salvador, che ha tentato la dollarizzazione, sta facendo marcia indietro, anche se si è rifugiato nei Bitcoin che è come cadere dalla padella nella brace. Il mostro da abbattere è l’iperinflazione, che taglieggia quel 40% della popolazione che già vive sul limite, se non sotto, la povertà assoluta. Un’ipotesi, che Milei peraltro non menziona convinto della soluzione “estrema”, è la doppia circolazione dollaro-peso, esperimento già tentato fra il 1991 e il 2001 quando fu fissato il cambio 1:1. Per qualche anno funzionò, poi – complice il contagio di due crisi spaventose esplose in Messico e in Brasile – il castello di carte crollò, la parità fu abbandonata, il peso schizzò a 3,3 per dollaro e poi continuò a inabissarsi.
Le variazioni annuali del pil
La doppia circolazione
In un nuovo regime “binario” andrebbe ponderato con attenzione non più un cambio fisso ma una “forchetta” di fluttuazioni tollerabili. «Molti argentini hanno ingenti quantità di dollari all’estero – ricorda Mori – ma in patria non è possibile comprare liberamente la valuta americana per gli stringenti vincoli di legge. Finisce che li comprano sul mercato nero a un cambio molto più alto di quello ufficiale».
Se la quotazione tabellare è oggi di 360 pesos per dollaro (il doppio di un anno fa), sul mercato nero si superano i 1.000. Si stima che i dollari imboscati dagli argentini nei conti esteri superino i 200 miliardi e a quelli punta Milei per creare la base valutaria, senza certezze. Tecnicamente la doppia circolazione è possibile, riprende Mori: «Si potrebbe consentire che i prezzi nei negozi, i contratti di lavoro e di affitto, le tasse, vengano denominati in dollari. Forse si potrebbe fare anche senza fissare un tasso di cambio ma utilizzando il tasso di mercato del giorno come si fa con le carte di credito».
Le privatizzazioni
Una sperimentazione in corpore vili ad alto rischio su un paziente già comatoso come l’Argentina. Più ragionevole è la seconda parte del programma economico di Milei, 53 anni, master all’università di Belgrano (quartiere signorile affacciato sul Rio de la Plata), già capo economista della Fondazione Acordar, think-tank d’elezione della Banca centrale (quella che ora vorrebbe chiudere): le privatizzazioni. Tutto, nei piani di Milei, è da mettere all’incanto: la Aerolineas Argentinas (già privatizzata nel 2001 e ri-nazionalizzata quando stava per fallire nel 2008), la compagnia petrolifera Ypf, la tv pubblica, l’agenzia di notizie Telam. «Il compratore magari si trova, ma se non si redige prima un piano organico si rischia di svendere i gioielli di casa», obietta Lossani. Per ora comunque i mercati hanno risposto con entusiasmo: l’indice Merval è salito del 7% in due giorni, i titoli argentini quotati a New York sono rimbalzati fino al 100% compresi i bond, che peraltro restano sul livello di 32-33 centesimi per dollaro.
Per raggiungere l’obiettivo di Milei del 15% di tagli nella spesa pubblica, occorre però smantellare il sistema di sussidi (benzina, gas ed elettricità) ed elargizioni di ogni tipo demagogicamente concesse fin dai tempi di Juan Domingo Peron (eletto la prima volta nel 1946), da allora spina nel fianco dell’economia argentina. Tutti i presidenti che si sono susseguiti alla Casa Rosada hanno perpetuato la malsana abitudine di imporre alla Banca centrale di monetizzare i disavanzi, con il risultato della cronica iperinflazione (nel 1989 su base annua arrivò al 5.000%) e dei fallimenti a catena dello Stato: nove dall’indipendenza del 1816, l’ultimo dei quali nel 2020 risolto con un maxi-prestito del Fmi di 44 miliardi di dollari (un terzo dell’esposizione totale del Fondo) sui quali Buenos Aires non ha pagato finora neanche un centesimo di interessi. Intanto, come a dar ragione allo storico Heather Cox Richardson che dice al New York Times «c’è del metodo nella sua follia», Milei ha rinunciato all’ingresso nei Brics previsto dal prossimo gennaio, perché il gruppo, su input cinese e russo, punta a creare una zona valutaria alternativa al dollaro. Per coerenza ha annunciato la prima capitale dove si recherà: Washington.