L’oro nero e l’oro verde: l’Arabia Saudita all’assalto dei mercati dell’olio
di Raffaele LorussoIl mercato dell’olio d’oliva attira sempre più i Paesi arabi. I numeri non sono ancora tali da insidiare la leadership di Spagna, Italia e Grecia, i maggiori produttori del mondo, ma il crescente interesse e gli investimenti di alcuni Paesi del Golfo lasciano intravvedere, se non proprio stravolgimenti, un cambio di scenario nel giro di pochi anni. È come se, nella prospettiva di un ridimensionamento dell’economia basata sul petrolio, si stesse lavorando a una transizione dall’oro nero all’oro verde, ossia dal greggio all’olio di oliva.
Sarà un processo lungo, certo, ma a giudicare dalle mosse dell’Arabia Saudita è già in atto. Da alcuni anni, il Paese sta investendo nelle colture intensive e a marzo scorso è entrato a far parte del Consiglio oleicolo internazionale (Coi), l’organizzazione internazionale con sede a Madrid che si occupa di olio di oliva e olive da tavola, nata nel 1959 sotto l’egida dell’Onu, che conta 19 membri, uno dei quali è l’Unione europea. L’aumento degli inve…
Il mercato dell’olio d’oliva attira sempre più i Paesi arabi. I numeri non sono ancora tali da insidiare la leadership di Spagna, Italia e Grecia, i maggiori produttori del mondo, ma il crescente interesse e gli investimenti di alcuni Paesi del Golfo lasciano intravvedere, se non proprio stravolgimenti, un cambio di scenario nel giro di pochi anni. È come se, nella prospettiva di un ridimensionamento dell’economia basata sul petrolio, si stesse lavorando a una transizione dall’oro nero all’oro verde, ossia dal greggio all’olio di oliva.
Sarà un processo lungo, certo, ma a giudicare dalle mosse dell’Arabia Saudita è già in atto. Da alcuni anni, il Paese sta investendo nelle colture intensive e a marzo scorso è entrato a far parte del Consiglio oleicolo internazionale (Coi), l’organizzazione internazionale con sede a Madrid che si occupa di olio di oliva e olive da tavola, nata nel 1959 sotto l’egida dell’Onu, che conta 19 membri, uno dei quali è l’Unione europea. L’aumento degli investimenti in agricoltura è uno dei cardini di Vision 2030, l’ambizioso programma del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, al quale guardano con interesse anche altri Paesi dell’area, con l’obiettivo di raggiungere l’autosufficienza alimentare.
Non è un caso che l’Autorità araba per gli investimenti e lo sviluppo, un’istituzione finanziaria specializzata nel settore degli investimenti agricoli che attualmente apporta capitali a 56 aziende in 12 Paesi della regione, abbia partecipato in qualità di osservatrice all’ultima assemblea del Coi, che si è riunita nelle scorse settimane, manifestando la disponibilità ad aumentare i finanziamenti nel settore olivicolo nelle aree di competenza. Attraverso una serie di società, infatti, l’Autorità sostiene piccoli agricoltori favorendo il trasferimento di tecnologie agricole, programmi di finanziamento, numerose attività di sviluppo e diffusione dei risultati della ricerca scientifica.
Sempre più coltivazioni di ulivi
L’olivicoltura è uno dei settori in cui l’Autorità sta puntando di più. In poco tempo, quello dell’Arabia saudita potrebbe non essere più un caso isolato nell’area del Golfo. I risultati sono incoraggianti. Nella provincia saudita di Al-Jouf, al confine settentrionale con Giordania e Iraq, sono stati messi a dimora 20 milioni di ulivi. L’anno scorso la produzione di olio di oliva ha raggiunto le 11mila tonnellate. Nella stessa regione si trova l’uliveto più grande del mondo: 5 milioni di alberi piantati su 7.335 ettari di proprietà della Al-Jouf Agricultural development company, azienda nata negli anni 90 con capitali sauditi, che nel 2018 sono entrati nel Guinnes world records.
Sbaglia però chi immagina paesaggi caratterizzati da ulivi secolari come quelli particolarmente diffusi nel Sud Italia. Il modello, infatti, è quello superintensivo spagnolo che consente di piantare 1.600 alberi per ettaro invece dei 200 possibili con la tecnica tradizionale. La Al-Jouf company ha raggiunto i 1.200 dipendenti ed è considerata all’avanguardia nelle tecniche di coltivazione. Non soltanto per la produzione intensiva, ma anche per il ricorso all’irrigazione a pioggia. Le varietà coltivate sono per lo più spagnole (piquel, arbosana e arbequina), non manca qualche varietà greca, come la koroneiki, mentre sono assenti, almeno per il momento, le italiane.
Questi risultati sono stati resi possibili anche grazie alla partership, avviata da anni, fra l’Università di Al-Jouf e l’Ateneo di Jaén, in Andalucia, per promuovere gli studi per aumentare la capacità produttiva e contrastare le frodi. L’accordo fra le due università ha portato alla messa a punto di 21 progetti di ricerca e alla nascita di un Centro per lo studio sull’olio di oliva e lo scambio di tecnologie. «L’ulivo occupa un posto privilegiato nella cultura arabo-musulmana e ha un significato quasi sacro – spiega Abdellatif Ghedira, direttore esecutivo del Coi – L’aspetto più importante dell’adesione dell’Arabia Saudita è che il Paese ha compreso appieno l’importanza di allineare i suoi livelli di produzione e la sua legislazione agli standard del Consiglio oleicolo internazionale. Si tratta di una novità non di poco conto che costituirà un buon esempio per tutto il mondo arabo, e non solo, e avrà ricadute positive sul mercato mondiale dell’olio d’oliva e delle olive da tavola».
L’interesse degli Emirati
Che l’olivocoltura attragga il mondo arabo è risaputo. Non va dimenticato, infatti, che prima della guerra la Siria era il quarto Paese produttore del Mediterraneo, subito dopo Spagna, Italia e Grecia. Qualcosa comincia a muoversi nella direzione di modelli più avanzati di produzione. All’esempio saudita e al Consiglio oleicolo internazionale guardano anche altri Paesi della regione. A cominciare dagli Emirati arabi, che, stando alle stime ufficiali, importano ogni anno 6 milioni di chilogrammi di olio extravergine d’oliva. Attualmente il primo fornitore di olio extravergine d’oliva è la Spagna, seguito da Italia, Turchia, Grecia e, per l’appunto, Arabia Saudita. Il direttore esecutivo del Coi è stato recentemente in missione a Dubai e in Oman per incoraggiare l’istituzione di centri di ricerca per studiare la capacità di adattamento al clima delle numerose varietà di olive e mettere a punto tecniche che consentano di sottrarre le aree coltivabili al processo di desertificazione.
L’Autorità araba per gli investimenti e lo sviluppo, che dispone di un patrimonio di 1,3 miliardi di dollari, ha manifestato la disponibilità a collaborare con il Coi per sostenere la crescita del settore nei vari Paesi, affiancando con progetti specifici anche i piccoli agricoltori, e permettere lo sviluppo delle comunità locali. L’obiettivo è ridurre il deficit alimentare dei prodotti di base che nella regione ammonta a 42 miliardi di dollari. Il passo successivo potrebbe essere quello di insidiare la leadership di mercato dei Paesi europei, trasformando l’area del Golfo nella nuova Mecca dell’oro verde.