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Consob, chiusi mille siti-truffa dal 2019. La scure dell’autorità sulle piattaforme fake di trading

Utilizzando falsi testimoniali o i nomi di grandi aziende tech i truffatori negli anni hanno ingannato migliaia di persone. Che in alcuni casi sono stati contattati anche da finte agenzie di recupero crediti per recuperare il denaro perso. Uno schema smascherato e bloccato dall’attività di vigilanza della Commissione
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La Consob festeggia il Natale con un traguardo a cifra tonda: sulla torta non ci sono candeline da spegnere, ma siti già spenti. Disattivati, come la legge le consente dal 2019, di concerto con i provider della Rete. Dal 2019 a oggi sono esattamente mille i siti-truffa, che propongono investimenti inesistenti o non autorizzati, ai quali l’autorità di vigilanza ha staccato la luce.

Lo schema delle truffe è quasi sempre lo stesso. Molto più vario è il campionario delle esche utilizzate per attirare le vittime nelle trappole spilla-soldi che, nel 75% dei casi, albergano nella Rete. Sui social network ci sono schiere di pagine che sfruttano l’immagine e il nome di Giorgia Meloni, Sergio Mattarella, ma più spesso di personaggi dello spettacolo come Mara Venier, Alessia Marcuzzi o influencer come Gianluca Vacchi, per pubblicizzare piattaforme in grado di garantire guadagni mirabolanti. E inesistenti.

La Consob festeggia il Natale con un traguardo a cifra tonda: sulla torta non ci sono candeline da spegnere, ma siti già spenti. Disattivati, come la legge le consente dal 2019, di concerto con i provider della Rete. Dal 2019 a oggi sono esattamente mille i siti-truffa, che propongono investimenti inesistenti o non autorizzati, ai quali l’autorità di vigilanza ha staccato la luce.

Lo schema delle truffe è quasi sempre lo stesso. Molto più vario è il campionario delle esche utilizzate per attirare le vittime nelle trappole spilla-soldi che, nel 75% dei casi, albergano nella Rete. Sui social network ci sono schiere di pagine che sfruttano l’immagine e il nome di Giorgia Meloni, Sergio Mattarella, ma più spesso di personaggi dello spettacolo come Mara Venier, Alessia Marcuzzi o influencer come Gianluca Vacchi, per pubblicizzare piattaforme in grado di garantire guadagni mirabolanti. E inesistenti.


La stragrande maggioranza dei siti oscurati da Consob propongono trading non autorizzato su derivati, titoli di borsa e - sempre più spesso - criptovalute. Molti clienti vengono accalappiati attraverso call center e guidati, dalla rassicurante voce di un “broker”, nella registrazione alla piattaforma e al primo bonifico, quasi sempre da 200-250 euro. Ma il trading è solo di facciata, perché mentre la vittima visualizza sul suo schermo grafici positivi e guadagni in continua crescita, il broker cui si affida non fa alcun ordine di acquisto di Bitcoin o Shiba Inu. Semplicemente incassa i soldi senza fornire alcun servizio. Quando il cliente pensa di aver guadagnato abbastanza e prova a passare all’incasso, il truffatore accampa mille scuse, per poi sparire.

La truffa nella truffa

Ma non finisce qui. Perché come spiega Consob, dopo aver perso anche migliaia di euro le vittime vengono adescate da una presunta agenzia di recupero crediti o, addirittura, da una sedicente Consob che, dietro lauto pagamento, promette di ritrovare tutte le somme perdute. Per poi, immancabilmente, dissolversi. La stessa autorità sospetta che dietro la seconda truffa ci sia la stessa finta società di trading: questi “poliziotti buoni” infatti posseggono molte informazioni sulla vittima, compreso il numero della carta con cui aveva disposto il versamento per investire nel nulla.

L’esca tech

Un’altra esca molto utilizzata è quella dei giganti di Big tech come Amazon, Tesla o Google. I melliflui operatori dei call center invitano a investire in azioni di queste società, presentate come investimenti sicuri al 100%. È il caso di Amazon trading, che sfruttando il nome della creatura di Jeff Bezos, in realtà puntava al medesimo obiettivo: rastrellare soldi e scomparire.

Lo schema Ponzi

Altre volte i criminali utilizzano il vecchio schema piramidale di Ponzi: i primi che aderiscono ottengono un reale rendimento e, dietro promessa di bonus, attirano nella rete amici e conoscenti. Fin quando la comunità si rinnova di nuovi adepti, tutti vengono “tenuti buoni” con piccoli guadagni. Appena le adesioni calano, i nuovi arrivati scoprono di aver perso l’intera somma versata.

Le possibilità di recuperare le somme sono quasi sempre pari a zero. Dietro alle piattaforme-fake ci sono società fittizie, scatole vuote con sedi in paradisi fiscali o indirizzi falsi praticamente impossibili da perseguire, se non attraverso rogatorie lunghe e molto complesse. Ecco perché oscurare i siti-truffa è spesso l’unica vera arma a disposizione dei “buoni”.

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