Taranto, la città allo stremo ripudia la fabbrica: “Più sporca e insicura, è stata saccheggiata”
di Mariateresa TotaroTARANTO – Il cielo su Taranto è cupo. Un tipico cielo invernale, ma più pesante. Come lo stato d’animo dei lavoratori dell’ex Ilva alle prese, ancora una volta, con l’ipotesi di amministrazione straordinaria e con un’altra imminente cassa integrazione. Lo stabilimento, di cui ArcelorMittal detiene il 62% dal 2016, è una fabbrica in crisi. Nel 2023 ha prodotto solo 3 milioni di tonnellate di acciaio, a fronte di una media di 8-10 negli anni migliori. Il minimo storico. E mentre gli altoforni vanno a singhiozzo, resta l’annoso dibattito su quanto, dopo tante promesse, salute e l’ambiente siano ancora il vero prezzo da pagare per tenersi lo stabilimento in casa. Sospette “nuvole rosse” continuano ad alzarsi in cielo. Anche per questo l’ipotesi di un’uscita di ArcelorMittal lascia quasi indifferenti, se non sollevati.
TARANTO – Il cielo su Taranto è cupo. Un tipico cielo invernale, ma più pesante. Come lo stato d’animo dei lavoratori dell’ex Ilva alle prese, ancora una volta, con l’ipotesi di amministrazione straordinaria e con un’altra imminente cassa integrazione. Lo stabilimento, di cui ArcelorMittal detiene il 62% dal 2016, è una fabbrica in crisi. Nel 2023 ha prodotto solo 3 milioni di tonnellate di acciaio, a fronte di una media di 8-10 negli anni migliori. Il minimo storico. E mentre gli altoforni vanno a singhiozzo, resta l’annoso dibattito su quanto, dopo tante promesse, salute e l’ambiente siano ancora il vero prezzo da pagare per tenersi lo stabilimento in casa. Sospette “nuvole rosse” continuano ad alzarsi in cielo. Anche per questo l’ipotesi di un’uscita di ArcelorMittal lascia quasi indifferenti, se non sollevati.
Un operaio, che chiede di restare anonimo, parla di rassegnazione: «La gente è sfiancata, non ha voglia neppure di protestare ormai. Il nostro stato d’animo è di sfiducia totale verso coloro che avrebbero dovuto risollevare le sorti di questa azienda e invece le hanno dato il colpo di grazia. Io ho 48 anni e lavoro qui dal 1998, dopo tanti anni ancora non si vede la luce in fondo al tunnel. Anzi, le cose sono persino peggiorate. Se durante la proprietà dei Riva, ad esempio, il filtro del camino E51 veniva cambiato una volta all’anno, oggi non si fa neppure quello».
«Quello che sta accadendo è il simbolo del fallimento della politica italiana - commenta Angelo Bonelli leader di Europa Verde - l’emergenza ambientale non è migliorata. Basti pensare all’intervento dei Carabinieri del Noe per i picchi di benzene rilevati dall’Arpa Puglia. E ci troviamo anche a dover gestire un’emergenza lavorativa. Ma nessuno si rifugi nell’alibi dell’immunità penale. In ogni paese in cui Arcelor Mittal opera non ha alcun privilegio da questo punto di vista».
Pochi giorni fa l’arcivescovo di Taranto, monsignor Ciro Miniero aveva affermato che «non c’è alternativa a quella fabbrica a Taranto. La chiusura sarebbe una catastrofe, che significherebbe non pensare al bene di una comunità che è stata formata a questo». Le parole del prelato hanno suscitato la reazione di cittadini e lavoratori vessati dall’inquinamento del siderurgico. Per questo Miniero, chiarendo le sue intenzioni, ha poi precisato che le sue parole sono state fraintese.
Cataldo Ranieri, del Comitato Cittadini e lavoratori liberi e pensanti, in quella “fabbrica di morte” non lavora più. Ma quello che sta accadendo ora, è un film che ha già visto: «L’obiettivo era quello di dividerci e ci sono riusciti. Il 2 agosto del 2012 abbiamo protestato perché la fabbrica si fermasse, chiedendo diritti e salute. Ma siamo stati puniti con la cassa integrazione. Chi ha creduto in Mittal oggi ha capito che si è trattato di un grande bluff». Ranieri come altri ex lavoratori parla di come negli anni la situazione sia peggiorata. Raffaele Cataldi, ex operaio, racconta: «Sappiamo che spesso mancano i dispositivi di sicurezza, ma le persone hanno paura di parlare. Di finire come noi, che siamo fuori perché abbiamo denunciato».
Ex Ilva, Taranto teme l’amministrazione straordinaria: “Per le imprese creditrici sarebbe un dramma”
Mirko Maiorino, in cassa integrazione Ilva in As (amministrazione straordinaria) da ottobre 2018 racconta come «negli ultimi 11 anni si è continuato a giocare sulla pelle dei cittadini di Taranto e degli operai. Nel 2018 gli impianti ci crollavano addosso, oggi è peggio perché non è stata mai fatta manutenzione straordinaria. A volte mancano i guanti e l’acqua. L’unico investimento fatto è stata la copertura dei parchi minerari, ma basta andare a vedere… è già rossa, ricoperta di polvere di ferro». «I lavoratori sono allo stremo dopo decenni di incertezze – afferma Beppe Romano, segretario regionale Fiom - con l’aggravante degli ultimi giorni della rottura tra ArcelorMittal e governo. La multinazionale ha solo saccheggiato questo gruppo siderurgico quasi abbandonandolo. Sono a rischio 20 mila posti di lavoro a il futuro ambientale di Taranto».
Francesco Brigati, segretario generale Fiom Cgil Taranto esprime preoccupazione e rabbia per gli interventi che Arcelo Mittal «avrebbe dovuto garantire come specificato nel piano industriale. Basti pensare che due altoforni dovevano essere dismessi ad agosto 2023, ma hanno continuato a lavorare con notevoli difficoltà e conseguenze ambientali. Perdere altri mesi significa non garantire la produzione nei prossimi anni».