La ripresa economica è più lontana: con le crisi aziendali i posti in bilico sono più di 300mila
TORINO — Più di 300 mila famiglie vivono giorni di preoccupazione. Un dato che emerge mettendo in fila le crisi industriali, da Nord a Sud, del Paese. Migliaia di persone che rischiano di rimanere senza lavoro o finire in cassa integrazione, scivolando verso una situazione economica sempre più difficile, al limite della povertà. La bomba sociale potrebbe scoppiare nei prossimi mesi. Da Electrolux a Wartsila, da Lear ad Acciaierie d’Italia, passando per Industria Italiana Autobus. Sono i nomi che rappresentano solo le crisi industriali più gravi. La punta dell’iceberg. Oltre 183 mila i lavoratori coinvolti, ma per la Cgil, che ha messo in fila i numeri degli addetti che rischiano il posto di lavoro, bisogna considerare altre 121 mila persone che lavorano in aziende alle prese con una complessa transizione, concentrate soprattutto nell’indotto auto, dove sono 70 mila gli addetti in pericolo, e nella siderurgia (25 mila). Per non parlare dei settori che non paiono in difficoltà, come l’e…
TORINO — Più di 300 mila famiglie vivono giorni di preoccupazione. Un dato che emerge mettendo in fila le crisi industriali, da Nord a Sud, del Paese. Migliaia di persone che rischiano di rimanere senza lavoro o finire in cassa integrazione, scivolando verso una situazione economica sempre più difficile, al limite della povertà. La bomba sociale potrebbe scoppiare nei prossimi mesi. Da Electrolux a Wartsila, da Lear ad Acciaierie d’Italia, passando per Industria Italiana Autobus. Sono i nomi che rappresentano solo le crisi industriali più gravi. La punta dell’iceberg. Oltre 183 mila i lavoratori coinvolti, ma per la Cgil, che ha messo in fila i numeri degli addetti che rischiano il posto di lavoro, bisogna considerare altre 121 mila persone che lavorano in aziende alle prese con una complessa transizione, concentrate soprattutto nell’indotto auto, dove sono 70 mila gli addetti in pericolo, e nella siderurgia (25 mila). Per non parlare dei settori che non paiono in difficoltà, come l’energia, dove sono 8 mila gli occupati delle centrali a carbone, avviate alla chiusura.
Per l’Istat, l’indice della produzione industriale è in flessione negativa dell’1,5% a novembre 2023 rispetto a ottobre, mentre l’indice complessivo diminuisce del 3,1%. Per Confindustria la produzione industriale è in calo, anche se l’occupazione tiene, ma tutti gli occhi sono puntati sul Mar Rosso e il canale di Suez: i costi di approvvigionamento delle materie prime e della logistica sono visti in rialzo. La situazione nei prossimi mesi potrebbe aggravarsi. Le ragioni sono diverse, dalla crisi di mercato al fallimento manageriale e le responsabilità della politica. Non c’è settore che si salvi. Pure un marchio storico della lingerie, come La Perla, è finito nelle secche. Caso su cui punta il dito la Cgil per l’incapacità del pubblico di intervenire. A Bologna lavorano 350 persone ed è a un passo dall’amministrazione straordinaria. «Fa corsetteria di alto livello, ma è vittima di speculazione finanziaria. C’è poi Fos Prysmian, che produce fibra ottica di qualità e rischia di essere messa in crisi dall’utilizzo in Italia di fibra cinese e indiana. Oppure la Marelli, simbolo delle difficoltà del comparto automotive, come la Bosch di Bari», sostiene il segretario confederale Cgil, Pino Gesmundo.
Al ministero delle Imprese sono circa 60 i tavoli aperti, 37 quelli attivi e convocati periodicamente. In primis, l’ex Ilva di Taranto, circa 10 mila i lavoratori diretti tra tutti gli stabilimenti, 20.000 con l’indotto. Sempre nella siderurgia l’altra situazione critica è la Jsw Steel Italy a Piombino, dove è stata da poco rinnovata la cassa integrazione per 1.400 addetti, ma la firma di un accordo con il gruppo Danieli e l’ucraina Metinvest rappresenta un passo verso il rilancio. Altro esempio è Wartsila: il gruppo sposterà la produzione di grandi motori per navi da Trieste, dove il lavoro non manca, alla sede finlandese. Situazione precipitata con la mancata firma del piano di reindustrializzazione e il rischio di 300 licenziamenti immediati a inizio gennaio. Solo l’intervento del Mise, che ha minacciato le norme anti-delocalizzazione recuperando tutti i contributi percepiti dallo Stato, ha portato la proprietà finlandese a rivedere i piani. Prima applicazione di un principio difeso dal ministro delle Imprese, Adolfo Urso: «Sì al reshoring, che incentiviamo, no alle delocalizzazioni, che renderemo più difficili». Nel torinese, la Te Connectivity licenzia 220 persone per spostare la produzione di componenti elettronici in Usa e Cina, mentre per la Lear, multinazionale che produce sedili auto, altri 12 mesi di cassa per 310 dipendenti. Problemi di commesse perse. L’ultimo colpo è arrivato dalla Electrolux: in Italia taglierà più di 350 posti sui 3 mila globali. Il lieto fine potrebbe arrivare per una parte dei 300 addetti della Marelli di Crevalcore, nel bolognese. Il gruppo di proprietà di Kkr vuole chiudere, ma sono tre le imprese interessate ad acquistare il sito, tra cui la Tecnomeccanica di Novara, che darebbe un futuro a 150 lavoratori, e l’americana Niche Fusina Rolled. In sospeso i 600 lavoratori della Industria Italiana Autobus di Bologna e di Avellino. E i sindacati chiedono l’intervento del ministero.