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Alla difficile riconquista del potere d’acquisto

(afp)
Nel 2024 si negoziano i contratti di chimici, meccanici e altri. Con l’obiettivo di recuperare almeno parte dei soldi persi con l’inflazione
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ROMA – L’inflazione si abbassa, lentamente. Ma lascia macerie nelle retribuzioni e nelle vite di lavoratori e famiglie. L’Istat ha conteggiato una perdita di potere d’acquisto di 12 punti tra il 2023 e il 2019, anno pre-Covid con cui fare i confronti. Dodici punti che nessun lavoratore italiano ha mai recuperato. E che erodono la capacità di consumare e risparmiare, zavorrando l’economia e i conti pubblici.

In un Paese con gli stipendi fermi da trent’anni, come non si stanca di ripetere l’Ocse, i contratti collettivi nazionali di lavoro scaduti sono 114, il 61% del totale. In attesa di rinnovo sono 7 milioni e 638 mila dipendenti del settore privato su 13,2 milioni totali. Senza contare i 3,2 milioni di pubblici che stanno chiudendo proprio in questi giorni il contratto 2019-2021. Scaduto ormai tre anni fa. Anche lo Stato non si dimostra un buon datore di lavoro.

ROMA – L’inflazione si abbassa, lentamente. Ma lascia macerie nelle retribuzioni e nelle vite di lavoratori e famiglie. L’Istat ha conteggiato una perdita di potere d’acquisto di 12 punti tra il 2023 e il 2019, anno pre-Covid con cui fare i confronti. Dodici punti che nessun lavoratore italiano ha mai recuperato. E che erodono la capacità di consumare e risparmiare, zavorrando l’economia e i conti pubblici.

In un Paese con gli stipendi fermi da trent’anni, come non si stanca di ripetere l’Ocse, i contratti collettivi nazionali di lavoro scaduti sono 114, il 61% del totale. In attesa di rinnovo sono 7 milioni e 638 mila dipendenti del settore privato su 13,2 milioni totali. Senza contare i 3,2 milioni di pubblici che stanno chiudendo proprio in questi giorni il contratto 2019-2021. Scaduto ormai tre anni fa. Anche lo Stato non si dimostra un buon datore di lavoro.

Inflazione e contratti

Il binomio tra super prezzi e tavoli di contrattazione è quanto di più scomodo si possa immaginare. Se le frizioni tra sindacati e imprese sono nell’ordine delle cose quando si parla di costo del lavoro e tutele, in questa particolare fase storica contrassegnata da una pandemia e a seguire una violenta crisi energetica la miscela rischia di esplodere.

Lo si è visto nel comparto del terziario che vanta contratti scaduti dal 2019, alcuni dal 2018. Solo nel turismo e nel commercio ci sono 3 milioni di addetti che aspettano un segnale da anni. Ricevendo per ora solo una tantum in attesa che la tempesta inflattiva passi. Ma non passa. E soprattutto in qualche modo andrà recuperato quanto perso.

Il nodo dell’Ipca

Al tavolo ci si siede con due obiettivi. I sindacati vogliono portare a casa almeno il recupero di tutto il potere d’acquisto perso. Le imprese vogliono spendere il meno possibile. La contrattazione decentrata, di secondo livello, può essere un aiuto. Ma i bonus del welfare non bastano, se i cedolini languono. A quale tasso di inflazione dunque si rinnovano i contratti collettivi nazionali?

Dal 2009 si usa l’Ipca Nei, al netto dei prezzi dei beni energetici importati, come riferimento del costo della vita. Prima c’era la scala mobile, soppiantata nel 1992 dall’inflazione programmata. Poi è arrivato l’Ipca Nei, voluto proprio dalle parti sociali e confermato nel Patto della Fabbrica, l’accordo firmato dai sindacati con Confindustria nel 2018. L’Istat ne fornisce una stima triennale a giugno e contestualmente adegua la stima dell’anno prima.

E qui arriva il nodo del contendere. Con l’altissima inflazione di questi anni, nel 2021 e 2022 l’Ipca Nei, non intercettando i beni energetici che volavano trainati dal gas alle stelle, era sempre al di sotto dell’inflazione al lordo dei prezzi energetici. I sindacati se ne lamentavano. Erano sul punto di chiedere un cambio di indice, con resistenze esplicite di Confindustria: “Pacta sunt servanda”. Ma nel 2023 il cambio di marcia improvvisa. L’inflazione generale al 5,7% e l’Ipca Nei al 6,6% e tendenze verso il 7% misurate a settembre da Istat. Il carrello della spesa caliente ha preso la sua rivincita sulle bollette calanti.

I tavoli negoziali

Le previsioni Istat di giugno certo sono sfidanti, come inizio delle trattative. I tassi da recuperare, messi in fila del triennio 2023-2025, sono pari a 6,6%, poi 2,9% e 2%. In totale si tratta di 11,5 punti. Non banale. Ma ci sono contratti scaduti anche più di un anno fa. Il 10% dal 2016 o prima (18). Un altro 14% tra 2017 e 2019 (26). A cui aggiungere il 10% tra 2020 e 2021 (18). Il 12% nel 2022 (23), il 15% l’anno scorso (29) e il 21% quest’anno (39). Il prossimo anno vengono a scadenza altri 39 contratti. E 34 tra 2025 e 2027.

I settori maggiori che faranno notizia quest’anno sono senz’altro i metalmeccanici. Il loro contratto scade a giugno e Federmeccanica è preoccupata perché in questo comparto c’è un recupero retroattivo dei differenziali di inflazione. Gli alimentaristi sono già in trattativa. Chimica e logistica scadono a marzo. Quello di Poste è già scaduto. E poi metalmeccanica, multiutility, tessili, logistica, autoferrotranvieri, terziario, cooperative sociali.

Le richieste dei sindacati

Il quadro quindi è questo: la trattativa parte almeno da 11,5 punti di potere d’acquisto da recuperare. Si scende a 7 punti se si guarda al triennio 2024-2026, e un forfettario per il passato. Nessun datore sembra disposto ad erogare tutto, tanto più che non c’è un obbligo a rinnovare. «Non esiste Paese al mondo in cui i contratti non recuperano il potere d’acquisto perso», dice Francesca Re David, già leader Fiom e ora nella segreteria nazionale Cgil.

«Noi chiediamo di recuperare tutta l’inflazione reale». Re David si aspetta «un’industria che rinnova, mentre un terziario più restio, nonostante i forti profitti incassati da commercio e turismo». Il settore dei servizi è «frantumato e povero, con grande presenza di lavoro precario». La Cgil non chiederà solo salari pieni, ma «contrattazione di secondo livello, settimana di quattro giorni, contrasto alla precarietà, formazione continua integrata nell’orario di lavoro».

Per Mattia Pirulli, segretario confederale Cisl, è importante anche «un’ulteriore spinta alla contrattazione di secondo livello, sperimentare nuovi strumenti per conciliare tempi di vita e lavoro anche con la riduzione dell’orario, un forte investimento sulla formazione continua per accrescere le competenze». E poi «la partecipazione dei lavoratori alla vita e agli utili d’impresa».

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