Michael Spence: “Non si torna più indietro l’iper globalizzazione è finita”
di Filippo SantelliNon si torna più indietro, l’era dell’iper globalizzazione è finita», dice Michael Spence. Non è per forza una cattiva notizia secondo il premio Nobel per l’Economia, professore a Stanford e alla Bocconi: in questa nuova era i lavoratori avranno più potere e ci potrebbe essere più attenzione alla redistribuzione. Anche i pericoli però sono inediti: un’inflazione strutturale, l’Europa che non investe a sufficienza per restare competitiva, l’onda di riflusso che si spinge troppo oltre. «Bisogna preservare i benefici di commerci e investimenti globali», dice Spence. Provare, almeno in parte, «a riparare il mondo fratturato».
Che cosa si è fratturato?
«Il sistema economico, ma in molti luoghi anche le strutture sociali e politiche. Tanti fattori si sommano: la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, le guerre, la pandemia, gli choc climatici. E la risposta delle aziende e della politica è difensiva: ci porta da un mondo costruito – per lo più dalle multinazionali – secondo i cr…
Non si torna più indietro, l’era dell’iper globalizzazione è finita», dice Michael Spence. Non è per forza una cattiva notizia secondo il premio Nobel per l’Economia, professore a Stanford e alla Bocconi: in questa nuova era i lavoratori avranno più potere e ci potrebbe essere più attenzione alla redistribuzione. Anche i pericoli però sono inediti: un’inflazione strutturale, l’Europa che non investe a sufficienza per restare competitiva, l’onda di riflusso che si spinge troppo oltre. «Bisogna preservare i benefici di commerci e investimenti globali», dice Spence. Provare, almeno in parte, «a riparare il mondo fratturato».
Che cosa si è fratturato?
«Il sistema economico, ma in molti luoghi anche le strutture sociali e politiche. Tanti fattori si sommano: la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, le guerre, la pandemia, gli choc climatici. E la risposta delle aziende e della politica è difensiva: ci porta da un mondo costruito – per lo più dalle multinazionali – secondo i criteri dell’efficienza e dei vantaggi comparati, a uno fondato su resilienza e sicurezza».
La resilienza è un concetto economico, la sicurezza nazionale è politico. Vanno d’accordo?
«Le aziende cercano resilienza diversificando i fornitori, ma non vogliono privarsi di grandi mercati strategici. L’agenda politica di sicurezza va oltre, vuole imporre alle imprese di rifornirsi o rifornire solo gli amici, come nel caso dei divieti all’export di chip verso la Cina. Non coincidono, ma di fatto si rafforzano e spingono nella stessa direzione: il mondo non è più organizzato per ottenere i costi più bassi».
Significa che l’inflazione sarà strutturalmente più alta?
«Nell’economia globale i limiti sono sul lato dell’offerta, della produzione, non della domanda. Il cambiamento strutturale, che i mercati non hanno colto, è che l’inflazione resterà un fattore in gioco, non transitorio. Nei prossimi mesi potrà anche tornare sotto controllo, ma se si verificassero nuovi aumenti di domanda o intoppi nelle filiere produttive risalirà. Significa tassi più alti, maggiore costo del capitale, minore spazio fiscale per i Paesi indebitati».
Sarà più difficile investire, anche nella transizione energetica?
«Certo. Se non lo facciamo siamo morti, se lo facciamo avremo un grande aumento della domanda. Dovremo farlo in mezzo a forze contrapposte».
Le politiche industriali sono tornate. Porteranno più benefici, in termini di crescita e innovazione, o divideranno ancora di più il mondo?
«Guardiamo al Chips and Science Act americano. Ha almeno tre obiettivi. Uno è far avanzare la frontiera tecnologica, e cosa importa se è per sfidare la Cina o perché aiuta la crescita? Il secondo è riportare capacità negli Stati Uniti, spingendo grandi aziende come la taiwanese Tsmc a produrre lì: non dico sia sbagliato, ma certo è molto più costoso. Il terzo è contenere l’ascesa della Cina. Sono aspetti molto diversi e sono tutti lì dentro».
I lavoratori della classe media, gli “sconfitti” della globalizzazione, come staranno nel nuovo mondo?
«Sarebbero stati meglio comunque, perché l’iper globalizzazione ha fatto il suo corso, non c’è un’altra Cina, e il lavoro ha più potere contrattuale. Il nuovo paradigma accelera tutto e anche se la sicurezza nazionale è prioritaria è probabile che – almeno con alcuni partiti – avremo politiche più attente alla redistribuzione. Il problema è che l’idea di sicurezza non sfugga di mano: una volta imboccata questa strada sappiamo dove fermarci? Dovremo impegnarci molto di più, in un sistema più complesso, per mantenere un livello di apertura tale da garantire investimenti e commerci. Questo intendo per riparare le fratture».
Come?
«Servono le istituzioni internazionali e invece le stiamo marginalizzando, senza risorse né riforme. Al Fondo monetario il Belgio ha più voti della Cina, è chiaro che il sistema va rivisto. Non ci sono soluzioni magiche, ma si possono fare piccoli passi concreti. Non bisogna essere pessimisti».
E se Trump fosse rieletto?
«Non porterebbe nulla di buono. Si dibatte su cosa potrebbe fare: uscire dagli accordi sul clima, dalla Nato, lasciare l’Europa da sola. Nei circoli trumpiani si teorizza un attacco alle istituzioni e il problema è che tanti americani che odiano le elite delle due coste vedono in quelle istituzioni – il nucleo della democrazia – degli strumenti per truccare il sistema».
L’Europa è attrezzata per competere nel nuovo paradigma?
«In periodi di cambiamenti strutturali il governo ha un ruolo decisivo come investitore e la decentralizzazione fiscale europea significa che quasi di sicuro gli investimenti saranno inferiori al necessario. Il Recovery Fund è un passo avanti, ma non basta perché non è permanente e soprattutto è amministrato dai singoli Stati. Mario Draghi ha ragione: ci vuole uno strumento amministrato al centro, che investa dove il ritorno è più grande. E se è in un Paese piuttosto che in un altro, così sia. Ma tra i leader non vedo consapevolezza di quanto sia necessario per garantire la crescita, né un senso di urgenza tale da smuovere l’inerzia».
A proposito di cambiamenti: che impatto avrà l’intelligenza artificiale su produttività e lavoro?
«È molto probabile porti un grande aumento di produttività. Almeno se non diamo una stretta regolatoria tale da impedirne lo sviluppo. Il punto è se si diffonderà trasversalmente – condizione dei grandi balzi di produttività – o se qualcosa andrà storto: un’eccessiva enfasi sull’automazione per esempio potrebbe generare resistenze».
Le aziende non vogliono questo: fare di più con meno lavoratori?
«No, alcune vogliono espandersi e assumere. Chi pensa che la produttività distrugga lavoro non considera l’aumento della domanda: l’IA aiuterà a programmare, ma in un mondo dominato dal software la domanda di programmatori crescerà. Il migliore uso dell’IA non è sostituire l’uomo, ma aumentarne la capacità. Bisogna orientarne lo sviluppo in questo senso».
È più preoccupato che la si regoli troppo, piuttosto che troppo poco?
«Non dobbiamo togliere attenzione ai rischi, che vanno mitigati. Ma bisogna anche portare avanti un’agenda positiva: come diffondiamo l’IA nell’economia? Come garantiamo che le piccole imprese possano accedervi, evitando una divergenza con le grandi? A tutto questo non penserà il mercato».