✕

Equo compenso, in Italia la partita decisiva per stampa e democrazia nell’Ue

Il commento. Quando chiude una testata locale, i politici si dividono fra poli e l’opinione pubblica si lacera nelle diatribe online. La sfida vera è tra i contenuti originali e l’omogeneità forzata del sapere del web. E ChatGPT sta complicando tutto
2 minuti di lettura

QUANDO un giornale locale muore, quando testate quotidiane care a famiglie e comunità si spengono, le edicole scompaiono e le rotative arrestano lo storico ruggito, non scompaiono solo cultura e tradizione: immediatamente, la città, la regione, l’area coinvolta vedono l’opinione pubblica lacerarsi in violente diatribe online, i leader politici dividersi fra poli estremi, il dibattito esacerbarsi.

Un saggio di Fabio Ellger, Hanno Hilbig, Sascha Riaz e Philipp Tillmann, docenti alle Università di Berlino, Princeton e Oxford pubblicato da OSFPreprints, mostra come, dagli Stati Uniti all’Ue, la sorte della stampa è legata alla salute della democrazia. Non si tratta di business, ma di giustizia e libertà.

«Dagli anni Ottanta del secolo scorso a oggi - scrivono gli autori - la fine dei quotidiani, locali e no, induce polarizzazione politica»: in questa luce la questione fra Meta e gli editori italiani, a proposito dell’equo compenso, assume un carattere diverso e fondamentale.

…

QUANDO un giornale locale muore, quando testate quotidiane care a famiglie e comunità si spengono, le edicole scompaiono e le rotative arrestano lo storico ruggito, non scompaiono solo cultura e tradizione: immediatamente, la città, la regione, l’area coinvolta vedono l’opinione pubblica lacerarsi in violente diatribe online, i leader politici dividersi fra poli estremi, il dibattito esacerbarsi.

Un saggio di Fabio Ellger, Hanno Hilbig, Sascha Riaz e Philipp Tillmann, docenti alle Università di Berlino, Princeton e Oxford pubblicato da OSFPreprints, mostra come, dagli Stati Uniti all’Ue, la sorte della stampa è legata alla salute della democrazia. Non si tratta di business, ma di giustizia e libertà.

«Dagli anni Ottanta del secolo scorso a oggi - scrivono gli autori - la fine dei quotidiani, locali e no, induce polarizzazione politica»: in questa luce la questione fra Meta e gli editori italiani, a proposito dell’equo compenso, assume un carattere diverso e fondamentale.

La vera posta in gioco

Al di là della battaglia giuridica che Meta, casa madre di Facebook, con oltre tre miliardi di utenti la più popolare piattaforma social, ha lanciato contro l’equo compenso sancito dall’AgCom del presidente Giacomo Lasorella, la vera posta in gioco tocca il diritto di ciascun cittadino di essere informato senza forzature palesi.

Solo dopo vengono la gestione del copyright degli editori e la protezione del lavoro, e del patrimonio di idee, per i giornalisti.

Perdere di vista questo nodo cruciale significa non comprendere la realtà in cui le testate, la Federazione degli Editori, i professionisti rivendicano protezione per il valore creato, AgCom si sforza di garantire equità fra le parti, l’Europa interviene; altre piattaforme, come Google, cercano intese separate, a volte con successo, come in Germania, mentre Meta ricorre in tribunale; il Tar del Lazio prende tempo e i tempi si allungano.

Da Sanremo a Kiev

Nell’horror vacui, di giurisprudenza e di governo, la desertificazione di idee e valori denunciata dagli studiosi si allarga, con effetti nefasti, dal Festival di Sanremo, alla disinformazione sulle guerre in Ucraina e a Gaza, alla violenza sulle donne.

La mossa di AgCom, chiedere l’intervento del Consiglio di Stato sul tema, potrebbe chiudere con i rinvii cronici e, finalmente, sancire un compenso equo per editori e cronisti, dando alle piattaforme regole non certo capestro e garantendo ai cittadini abbandonati a se stessi più notizie, commenti, dibattito.

Secondo l’avvocato Isabella Splendore, pioniera del tema in Europa, «l’Italia è stato il primo tra gli Stati membri Ue ad aver recepito il diritto connesso degli editori di giornali inserendolo in un contesto procedurale dai tempi e le modalità certi: il meccanismo (…) è finalizzato a tutelare la parte più debole del rapporto, le imprese editoriali, e in particolare quelle che incontrano maggiori difficoltà ad intavolare una negoziazione equa con i prestatori di servizi della società dell’informazione, tipicamente piccoli e medi editori».

La pandemia della disinformazione

Vale a dire: con un’equa gestione dei contenuti, storici e digitali, non solo si risparmia all’industria dei media il depauperamento finale, ma si combatte nei territori la pandemia della disinformazione.

Meta ha avuto analoghe tensioni con la Siae, a proposito stavolta di musica, perché la sfida presente è, con l’avvento dell’Intelligenza Artificiale a complicare tutto, tra contenuti diversi e originali opposti alla omogeneità forzata del sapere online. AgCom chiede che l’attesa di una decisione finale non costi un’apnea drammatica, che asfissi altre redazioni fra i falò tossici degli estremisti digitali.

Leggi i commenti