Milano – La questione della ex Ilva sta diventando sempre più un caso legale e giuridico che rischia di trascinarsi per le aule dei tribunali per diverso tempo. Basta leggere le ultime dichiarazioni delle parti in causa per capire che il ginepraio è quanto mai articolato. Dopo la lettera di Invitalia di domenica 18 febbraio che chiede al Mimit di verificare i presupposti per l’amministrazione straordinaria, altri due accadimenti sono infatti da registrare.
La lettera da ArcelorMittal
Il primo è una lettera di ArcelorMittal alla stessa Invitalia nella quale scrive: "Siamo sorpresi e delusi nel leggere sui media italiani che Invitalia ha chiesto al governo italiano di avviare il processo per porre Acciaierie d'Italia in amministrazione straordinaria". Gli indiani sostengono inolt…
Milano – La questione della ex Ilva sta diventando sempre più un caso legale e giuridico che rischia di trascinarsi per le aule dei tribunali per diverso tempo. Basta leggere le ultime dichiarazioni delle parti in causa per capire che il ginepraio è quanto mai articolato. Dopo la lettera di Invitalia di domenica 18 febbraio che chiede al Mimit di verificare i presupposti per l’amministrazione straordinaria, altri due accadimenti sono infatti da registrare.
La lettera da ArcelorMittal
Il primo è una lettera di ArcelorMittal alla stessa Invitalia nella quale scrive: "Siamo sorpresi e delusi nel leggere sui media italiani che Invitalia ha chiesto al governo italiano di avviare il processo per porre Acciaierie d'Italia in amministrazione straordinaria". Gli indiani sostengono inoltre che Invitalia non ha condiviso questa intenzione nel consiglio di amministrazione di Adi Holding che si era tenuto il giorno stesso, cioé domenica 18 febbraio, e neanche informato successivamente le due società. “Questa è una grave violazione dell’Accordo di Investimento”, scrive Mittal che ricorda di aver partecipato pienamente e in buona fede alle discussioni delle settimane scorse nel tentativo di trovare un accordo per il supporto di Adi e per la loro uscita ordinata. Inoltre respingono con forza “il tentativo di addossare a noi la colpa del risultato non positivo e di assolvere Invitalia e il governo del fallimento della partnership pubblico-privata”. Ci riserviamo tutti i diritti, conclude la lettera di Arcelor.
Il possibile acquisto impianti Ilva
Il secondo punto è ancora più importante e riguarda la possibilità o meno di acquistare gli impianti dell’Ilva attualmente sotto sequestro del Tribunale di Taranto. Il contratto di acquisto iniziale datato 2018 prevedeva che il prezzo di 1,8 miliardi fosse pagato sotto forma di un contratto di affitto degli impianti e il saldo, scalati gli affitti, sarebbe avvenuto al momento del dissequestro che sarebbe dovuto avvenire entro il 2022 al termine della realizzazione del piano ambientale per l’eliminazione dei fumi tossici. A marzo 2022, si viene a sapere ora dalle carte della composizione negoziata della crisi instaurata presso il Tribunale di Milano, Adi aveva fatto una richiesta di dissequestro ma il Tribunale l’aveva rigettata sostenendo che era necessario non soltanto “il completamento degli interventi previsti dal piano ambientale entro il termine del 23 agosto 2023, ma anche la verifica dei livelli di inquinamento dello stabilimento a regime (quando sarà possibile aumentare la produzione a 8 milioni di tonnellate all’anno)”.
Questo diniego del 2022 è ridiventato di attualità nei giorni scorsi quando i commissari hanno scritto all’esperto della Composizione negoziata che l’acquisto degli impianti è praticamente impossibile riferendosi a quel primo tentativo del 2022. “E’ bene sgombrare subito il campo da qualsiasi possibile equivoco al riguardo: non è ragionevole, nè realistico, ipotizzare che tali condizioni si verifichino entro il 31 maggio 2024”. E di conseguenza nell’ordinanza in cui si rigetta la Composizione negoziata, che prevedeva l’acquisto degli impianti, il giudice scrive che “il piano di risanamento, concepito in prospettiva di cessione dei complessi aziendali, dipende da condizioni esterne che sono oggettivamente di difficile realizzo in tempi brevi, ovvero il raggiungimento di un accordo sindacale ed il dissequestro dei complessi aziendali entro il 31 maggio 2024, data di scadenza del Contratto Quadro”.
La difficoltà di un acquisto in temi rapidi
Dunque a giudicare da quanto scritto dai commissari nella loro memoria e poi dal giudice di Milano, l’acquisto degli impianti Ilva da parte di chiunque, che sia Adi o un altro soggetto che vi subentri, appare molto difficile in tempi stretti. E così, dopo il pronunciamento del tribunale, Adi avvia la richiesta di Concordato in bianco, nell’estremo tentativo di non finire in una nuova amministrazione straordinaria come invece richiesto da Invitalia e probabilmente, a stretto giro, anche dal Mimit e dal governo.
Cosa prevede il decreto Fitto
Tuttavia, nella mattina di lunedì 19, arriva alle agenzie una dichiarazione dei commissari dell’Ilva, i quali scrivono: "Non risponde a verità la notizia diffusa da Acciaierie d'Italia che la domanda di concordato preventivo sarebbe una risposta all'impossibilità di dissequestro degli impianti. In base al decreto Fitto dello scorso anno gli impianti dell'ex Ilva possono essere ceduti anche in pendenza del sequestro".
Quindi il decreto Fitto, non citato nella memoria e quindi neanche dal giudice, entra prepotentemente in gioco per il dissequestro degli impianti. Ma il decreto prevede che la procedura si attivi solo dopo che il giudice abbia rigettato un’istanza di dissequestro da parte dei commissari. I quali, nel caso, dovranno attivarsi per primi, dimenticandosi quanto detto dal Tribunale di Taranto nel 2022, senza aspettare le verifiche con gli impianti a pieno regime, e chiedere una nuova istanza di dissequestro per permettere a eventuali nuovi proprietari, che potrebbero essere indicati da Mimit o vincere una nuova gara per l’Ilva, di acquisire la proprietà degli impianti.